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L'urto del pensiero

Referendum: la falsa storiella del SI e del NO

Si, no, boh...

Si, no, boh…

di PAOLO ERCOLANI

 

Nella nostra epoca infelice funziona pressappoco in questo modo.

Le istituzioni finanziarie internazionali, organi ovviamente non democratici, dettano l’agenda politica ai singoli paesi.

I governi dei suddetti paesi, spesso gestiti da una classe politica correa o comunque incapace di elaborare una politica autonoma, eseguono quell’agenda in maniera pedissequa.

I cittadini di quei paesi, bene che vada (come nel caso di riforme che toccano la carta costituzionale) possono limitarsi, attraverso un referendum, a confermare oppure abolire quelle medesime riforme che i rispettivi governi hanno elaborato sotto dettatura.

Male che vada, invece, come nel caso del «job’s act», quegli stessi cittadini si trovano a subire delle norme politiche che, proprio perché eseguite dai governi sotto dettatura da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, in nulla e per nulla promuovono il benessere dei cittadini stessi e della collettività, ma soltanto lo smantellamento dello stato e della giustizia sociali, la soppressione di diritti acquisiti in decenni di lotte sociali e, insomma, il progresso e il benessere esclusivi del capitalismo finanziario e di una porzione ridottissima della popolazione.

Il tutto, ovviamente, con i grandi mass media (dove ormai ti assumono, e ancor più ti fanno salire ai livelli dirigenziali, soltanto se afferisci a uno dei poteri forti ben identificato) chiamati a celebrare, salvo rarissime eccezioni, la grandiosa e unica narrazione del potere dominante.

La grandiosa (e falsa) narrazione

Quella secondo cui certe riforme sono indispensabili e inevitabili, perché solo e soltanto esse sapranno ricostituire un contesto di lavoro, crescita, investimenti dall’estero, perfino democrazia.

Una grandiosa narrazione smentita da tutti i dati economici e politici, che invece raccontano di una disoccupazione crescente, un impoverimento sempre più diffuso, un crollo del nostro Paese negli indici di benessere della popolazione, di libertà dell’informazione, di istruzione e cultura.

Tutto questo, ovviamente, vale anche per il referendum in cui saremo presto chiamati a pronunciarci sulla conferma o abolizione delle riforme costituzionali che il nostro governo ha elaborato sotto dettatura.

Riforme che, tanto per essere chiari, sono state scritte da sedicenti «democratici» proprio per indebolire il potere democratico dei cittadini (il Senato sarà eletto dalla stessa classe politica, le leggi di iniziativa popolare richiederanno il triplo di firme, stessa cosa per i referendum popolari…), nonché per consentire alla classe politica di eseguire gli ordini provenienti da Bruxelles, Berlino e New York senza i troppi impedimenti creati da quell’orpello anacronistico chiamato «democrazia».

E quindi? Quindi basta votare NO?

Certo che no, per tutta una serie di ragioni. La più evidente delle quali è che opporsi a una cattiva riforma della Costituzione non vuol dire che non vi sia bisogno di una buona riforma della stessa, visto che i tempi sono decisamente mutati (come mutato è il sistema produttivo, le forme e le dinamiche della rappresentanza politica, la comunicazione e la formazione del consenso, etc.), e forse non è pensabile continuare a gestire un Paese attraverso norme e valori appartenenti al secolo scorso (e a tanti «mondi» fa).

Idoli di Carta

Del resto, se l’Italia ha vissuto un tracollo politico, economico e culturale in presenza di (e malgrado) una Costituzione tanto importante e amata (perché segnò l’uscita dalla parentesi più buia della nostra storia), anche non volendo ammettere che questo tracollo sia stato causato anche da quella preziosa carta, sarebbe comunque saggio comprendere che essa non è più (e da molto) in grado di contenere le crisi e le derive di un’epoca profondamente diversa rispetto a quando era stata scritta.

Ed è qui, proprio qui che emerge il vero punto cruciale, furbescamente e miseramente taciuto tanto dai sostenitori del SI quanto da quelli del NO.

Il vero dato che qualifica la miserevole situazione e che dovrebbe suscitare la preoccupazione di tutti noi, si riferisce all’ormai strutturale incapacità, da parte di una politica inerte e delegittimata dai poteri finanziari, a pensare ed elaborare delle proposte concrete, realistiche e alternative rispetto ai diktat imposti da Bruxelles, Berlino e New York.

A fronte di questa situazione, ha buon gioco Renzi a sostenere che chi vota NO si schiera di fatto per un immobilismo (e quindi un conservatorismo) che nessuna persona di buon senso può tollerare, stante il disastro in cui versa il nostro Paese.

Quando sei nella melma, questa la logica, devi quantomeno provare a smuovere le acque. Forse finisci in una condizione peggiore, ma almeno provi a mutare la tua condizione.

Il capitalismo finanziario impone dei diktat, dei dogmi assolutamente fallimentari, ma se la politica che non si riconosce in quel capitalismo finanziario si limita a opporsi a quegli stessi dogmi, senza costruire un progetto e delle proposte alternativi, la fine sarà comunque quella già toccata a Tsipras in Grecia: puoi vincere le elezioni, puoi perfino vincere un referendum popolare, ma alla fine sarai costretto a genufletterti a Bruxelles, Berlino e New York, e ad eseguire le loro assurdità nel silenzio generalizzato.

I NO che non fanno crescere

Non è con i NO che si conquistano consensi, né è con quelli che si può pensare seriamente, al di fuori della retorica più bieca e sterile, di opporsi al predominio del capitalismo finanziario.

Se a sinistra di Renzi non si troverà il modo di unirsi, elaborando un grande progetto comune da cui emerga un’idea alternativa di riforma della Costituzione, ma anche del lavoro, della scuola e così via, anche questo referendum si rivelerà una grande farsa rispetto alla quale la vittoria del SI o del NO sarà quasi del tutto ininfluente.

Anzi, paradossalmente la vittoria del NO potrebbe persino aprire il campo a forze ancora più a destra di Renzi, con esiti ancora più deleteri per le categorie sociali più deboli e svantaggiate.

Troppo comodo un po’ per tutti illudersi, e illuderci, che le sorti del Paese si racchiudano in una lotta a tutto campo fra un rigido SI e un rigido NO, facendo finta di eliminare quella categoria centrale della comprensione che Hegel chiamava «distinzione».

O torniamo a distinguere i problemi, ad abbracciarli con una visione di insieme capace di superare le dicotomie in cui vorrebbe ingabbiarci la retorica dominante, oppure avremo già perso prima ancora della vittoria di qualunque sterile SI o NO.

Il potere gode nel dividerci fra tifoserie contrapposte, perché mentre noi ci distraiamo (e scanniamo) durante la partita solitamente truccata, esso gestisce il vero e unico volume d’affari che conta.

E che ci vede sottomessi malgrado tutti i nostri più convinti SI e NO.

  • gerardo Garzone

    D’accordo a non limitarsi alle semplici tifoserie del sì e del no e a tener presente la categoria hegeliana della “distinzione”, ma nelle considerazioni giuste di Ercolani mi sembra ci sia il rischio di considerare il sì e il no alla cosiddetta riforma costituzionale più o meno sullo stesso piano. Addirittura “paradossalmente la vittoria del NO potrebbe persino aprire il campo a forze ancora più a destra di Renzi, con esiti ancora più deleteri per le categorie sociali più deboli e svantaggiate”. E questo mi sembra veramente azzardato perché la vittoria del SI’ precluderebbe riforme più incisive e adatte ai tempi che corriamo, mentre la vittoria del NO aprirebbe la strada a tale tipo di riforme. Nel frattempo teniamoci questa Costituzione che per tanti versi non è stata ancora attuata.