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losangelista

Redford a Sundance

Apertura del festival a Park City  e Robert Redford affronta la stampa nella sala dell’Egyptian. L’uomo del Sundance Kid, del  Candidato e dei Tre Giorni del Condor spiega come i suoi film siano il suo primo amore e il festival che ha inventato 32 anni fa il secondo. Il ‘suo’ festival che, ribadisce, e’ ancora e sara’ sempre un bastione di  libero pensiero contro l’omologazione hollywoodiana del cinema commerciale, una  riserva di libere idee e creativita’ senza vincoli che strangolano i film delle major (tutti impeccabili sentimenti anche se almeno fin’ora tira un aria lievemente stanca rispetto ad altre edizioni). Se un filo conduttore c’e’ nel suo lavoro rilette il regista che ha da poco finito l’ultimo film, una storia della reconstruction all’epoca dell’assassinio di Lincoln, e’ l’America “perche’ questo mio paese mi affascina nel bene e nel male”  dice. Gli chiedono di Haiti. Prova evidentemente lo stesso dolore straziante di tutti e anche se Sundance vuole essere una celebrazione e una festa, “quest’anno non sara’ facile. E’ giusto e doveroso avere una coscienza critica del ruolo storico che  l’America ha avuto nei caraibi. Ma il dato che spicca nella tragedia e’ la volonta’ e lo spirito mostrato dalla gente qui e la voglia di aiutare. Il meglio che sa dare questo paese”.  Ci sembra giusto riportare le sue  dichirazioni, perche’ riflettono anche lo spirito di volontariato che si sente in questi giorni qui – non solo da parte di politici e star ma soprattutto dalla gente. E anche perche’ cositituiscono un congruo commento alle polemiche prefabbricate sui malefici yanqui a cui tanto spazio si sta dando in questi giorni.