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Quinto Stato

“Reddito di cittadinanza”, l’ipotesi dei 5 stelle

5stelle

Dopo sette mesi di elaborazione, il Movimento 5 Stelle ha formulato una proposta di legge sul «reddito di cittadinanza» che sarà sottoposta alle valutazioni dei 90 mila iscritti al portale del movimento entro il 30 giugno 2013 tramite una piattaforma online attiva da due settimane. La bozza sottoscritta dai deputati 5 Stelle è composta da 19 articoli e due allegati e prevede una soglia per il «reddito di cittadinanza» pari a 7200 euro annui, 600 euro netti mensili. Le risorse per finanziare il provvedimento ammonterebbero a 20 miliardi di euro all’anno (qualcuno dice anche 30), reperibili dai tagli alle spese militari e alle pensioni d’oro, dal pagamento dell’Imu da parte della Chiesa cattolica e da una maggiore tassazione del gioco d’azzardo. In un video diffuso sul blog di Beppe Grillo, i deputati Marco Baldassarri, Daniele Pesco, insieme alla senatrice Nunzia Catalfo, si sono mostrati particolarmente soddisfatti. «Finalmente ce l’abbiamo fatta – ha detto Baldassarri – dopo mesi di confronto con cittadini, esperti, associazioni». «Il singolo avrà a disposizione 600 euro – ha affermato Pesco – dopo aver dato la propria disponibilità a lavorare al centro dell’impiego».

Il confronto con le «associazioni»e gli «esperti» è avvenuto, come dimostra la bozza della proposta di legge. Lo si vede dall’importo complessivo della misura, 600 euro mensili e non mille come preannunciato da Grillo in campagna elettorale. Questa cifra corrisponde al 60% del reddito mediano come previsto dalla risoluzione del Parlamento europeo del 10 ottobre 2010. Questi 600 euro sono inoltre proporzionati agli indici Istat sulla povertà relativa e sul nucleo familiare.

Si tratta della stessa cifra indicata nella proposta di legge popolare sul reddito minimo promossa da 170 associazioni, sottoscritta da oltre 50 mila persone, e infine presentata in una proposta di legge da Sel il 23 ottobre scorso. Considerato, inoltre, il disegno concettuale del provvedimento, quello dei 5 Stelle non è un «reddito di cittadinanza» (che è incondizionato e universale), bensì un reddito minimo condizionato da misure di poco garantiste rispetto alla libertà dell’individuo e non del tutto congruenti con i parametri europei sul rispetto della dignità personale. La proposta di legge popolare, che presenta anch’essa alcuni aspetti problematici rispetto alle deleghe al governo ad esempio, è stata invece scritta alla luce della risoluzione europea in quanto misura indispensabile per contrastare l’esclusione sociale e le discriminazioni. La durata del reddito non è vincolata ad un periodo determinato, ma al miglioramento complessivo della situazione individuale. Nei provvedimenti sul reddito minimo c’è sempre il rischio di adottare misure vessatorie che danneggiano l’autonomia dei beneficiari. Anche nella prima versione del testo dei 5 Stelle emerge un simile rischio, in particolare dal ruolo eccessivo conferito ai centri per l’impiego, del resto da rifondare considerato il loro storico fallimento.

Il presidente di Sel Nichi Vendola ha rivendicato il lavoro del suo partito, ma ha anche ribadito l’idea che oggi, dopo una proposta (anch’essa problematica) del Pd, esiste una maggioranza capace di votare una legge sul reddito minimo. Un messaggio ribadito da più parti in questi mesi, nella speranza che anche i 5 Stelle non si limitino ad una battaglia di bandiera. Durissimo è stato il loro scontro con il vice ministro all’Economia Stefano Fassina il quale ha sottolineato l’inesistenza delle coperture indicate nel provvedimento. Sarebbero pari solo a 4 miliardi e non ai 30 annunciati. «Le balle di Grillo – ha detto Fassina – sono sempre più grosse». «Le balle le dice Fassina – ha replicato Luigi Di Maio, vicepresidente 5 Stelle della Camera – deriso per le sue valutazioni anche nel Pd». Felice Casson, tra i promotori della proposta Pd sul reddito con il esponsabile giustizia Danilo Leva, è più «aperturista». Dello stesso avviso è anche Pippo Civati. Le condizioni per un’intesa esistono, ma potrebbero darsi solo fuori dalle larghe intese che restano un macigno sulla strada di una maggiore giustizia sociale.

  • Duccio

    Se davvero riusciamo a recuperare 30 miliardi dovremmo usarli per detassare i redditi sotto i 40-50.000€ e non darli a chi, volente o nolente non lavora. Solo così si può recuperare l’italia dal baratro