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Reality show: un lavoro vero, che richiede un contratto vero

La sentenza della Corte di Cassazione francese potrebbe fare venire delle idee in altri paesi europei: la partecipazione a un reality show deve essere considerata un lavoro come un altro, quindi la persona che dà la sua prestazione deve non solo essere remunerata, ma il datore di lavoro deve anche rispettare la legge per quanto riguarda l’orario di lavoro, il riposo e le ferie. La Corte di Cassazione si è espressa in seguito a una denuncia di alcuni partecipanti al reality di Tf1 (prima rete privata) “L’i

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sola delle tentazioni”. E’ da 2003 che l’avvocato Jérémie Assous combatte questa battaglia e, a piccoli passi, è arrivato alla vittoria in Cassazione, che potrebbe fare giurisprudenza. Poiché i candidati dei reality devono tenersi a dispozione della produzione a tempo pieno e a volte 24 ore su 24, poiché devono assumere un ruolo (anche se questo ruolo è “esssere se stessi”), questo significa che stanno svolgendo un’attività lavorativa. A Tf1 Productions è lo sconcerto. Per il presidente di questa filiale di Tf1, Edouard Boccon-Gibod, la sentenza “scombussolerà tutta la produzione audiovisiva” perché “si vuol fare entrare il piede della tele realtà nella scarpa del diritto del lavoro”.  Nella casa di produzione del reality “Loft” (il Grande fratello francese), affermano: “se non possimo più girare 24 ore su 24 non ci saà più il Loft” (difatti, l’orario massimo di lavoro è di sette ore al giorno). Più realisticamene, altre case produttrici sottolineano che ormai fare dei reality “avrà un sovraccosto”. L’avvocato Assous è soddisfatto: “le società di produzione non potranno più disporre degli individui, come fanno ora, 24 ore su 24, facendo fare loro qualunque cosa”.