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Popocatépetl

Quer pasticciaccio brutto del voto dall’estero

Come se non bastasse il sistema “peggioritario” attualmente in vigore, che affligge (e distorce) le nostre elezioni, il voto degli italiani all’estero rappresenta il colpo di grazia alla designazione democratica del Parlamento.

totò in comizio

Attiva da sette anni, frutto di un ventennio di lobbying incessante condotto dalle comunità italiane nel mondo – soprattutto nelle tre Americhe – la legge che istituisce il voto dall’estero si è rivelata una mela avvelenata concessa ai nipoti degli emigranti. Per cominciare, si è dimostrata contraria fin dall’inizio alle intenzioni di chi l’aveva promossa per tanti anni.

L’on. Mirko Tremaglia, che dedicò una parte della sua vita a disegnarla e farla approvare, partiva da “una concezione deamicisiana dell’emigrazione”, come è stato scritto. Immaginava, basandosi sicuramente sulle sue frequentazioni, che la maggioranza dei nostri emigrati fosse di destra, magari con una foto ingiallita del Duce in salotto. Le elezioni del 2006 gli dettero clamorosamente torto in quanto all’orientamento politico degli italiani all’estero, e rivelarono en passant che la legge è un colabrodo, nel senso che fa acqua da tutte le parti, come ammise lo stesso Tremaglia negli ultimi anni.

immigranti a merica

Le critiche provengono dall’intero arco politico e vanno dalla richiesta di modificare alcuni articoli all’intera abrogazione. Già solo le modalità in cui si esercita attualmente il voto dall’estero – per posta alle sezioni consolari delle ambasciate con risposta prepagata – non rispettano neanche uno dei requisiti dell’articolo 48 della Costituzione: il voto non è uguale, né libero, né segreto, né personale.

Mi spiego. Non è uguale perché le schede destinate alla circoscrizione estero non sono le stesse con cui si vota in Italia: mentre in quelle della madrepatria compaiono 23 simboli per la Camera e 18 per il Senato (e meno male che il sistema maggioritario doveva favorire il bipolarismo!) in quelle per l’America meridionale i partiti in lista sono solo 7 e 7. Per noi “sudamericani”, in quelle schede gli unici simboli italiani riconoscibili sono quelli del Pd, del Pdl e del 5 Stelle; gli altri quattro partiti presenti sono liste locali di emigranti (locali si fa per dire, a volte sono transcontinentali e perfino transideologici: “con Francia o Spagna, purché se magna”). Se io volessi votare per Vendola, Di Pietro, Ingroia, Fini, Monti, la Lega, i Verdi o chiunque altro, semplicemente mi attacco, la famosa uguaglianza va a farsi benedire . Fra parentesi, mentre in Italia preferenze nisba, da noi ci sono stampati vari nomi fra cui scegliere, se si vuole. Alla faccia dell’uguaglianza.

Proseguendo. Il voto non è libero perché c’è una percentuale non determinata di votanti che non parla l’italiano, cosicché non può seguire la campagna elettorale né giudicare le proposte dei candidati e in alcuni casi non conosce nulla della realtà italiana. Un voto non informato non solo non è libero, ma è facilmente soggetto a influenze clientelari e pressioni.

Il voto non è segreto né personale perché le schede vengono recapitate ai domicili indicati ma non necessariamente nelle mani del destinatario, possono venire intercettate agevolmente e finire in mano di chiunque altro. Sono centinaia di migliaia gli elettori che non ricevono le loro schede per differenti motivi e non possono votare pur avendone diritto. Appartengono a questa categora di esclusi i 25mila giovani delle borse Erasmus e i più di 40mila studenti italiani iscritti in università straniere. In quanto alla segretezza, a eliminarla ci pensa un tagliando numerato, che va separato dalle schede ma ritorna al consolato nella stessa busta. Quel tagliando permette l’identificazione del votante e, sebbene sappiamo che il personale delle ambasciate (con quello che guadagna!) è integrato da persone d’onore, non si può escludere che sporadicamente qualche curioso ci sia.

linciaggio

Ma arriviamo adesso all’anomalia più macroscopica del voto dall’estero, il vero Frankenstein-Dracula della legge Tremaglia: la concessione di 18 seggi parlamentari (12 deputati e 6 senatori) agli elettori delle comunità italiane nel mondo. Un vero elefante estratto dal cilindro! I legislatori dovevano aver fumato belladonna quando votarono quell’articolo, o quantomeno sognato che anche l’Italia possedesse “territori d’oltremare” come la Francia, da cui è giusto che provengano rappresentanti eletti, in quanto sono vere e proprie estensioni del territorio nazionale. Ma è difficile considerare la Little Italy niuiorchese o la Boca bonaerense come appartenenti alla Repubblica italiana. Anche perché gli argentini e gli statunitensi non sarebbero molto d’accordo.

Alle giuste lamentele degli emigrati, che reclamavano più attenzioni e riconoscimenti dalla madrepatria – in fondo non avevano permesso la sopravvivenza nei luoghi di origine di milioni di famiglie per decenni? – si rispose con un succoso e inaspettato bottino. A chi chiedeva, con tutta legittimità, di poter votare in Italia, sarebbero bastati dei voli gratuiti (o a basso costo, magari sussidiati dallo Stato) nei periodi elettorali. Una soluzione di questo tipo avrebbe beneficiato intere famiglie, che ne avrebbero approfittato per una breve vacanza, la compagnia (allora) di bandiera e soprattutto il turismo e il commercio, oltre a rinsaldare i vincoli affettivi e culturali fra il nostro paese e i residenti all’estero.

Invece, l’attribuzione dei 18 seggi in Parlamento, combinata con la legge del 1992 che concede la cittadinanza ai discendenti di italiani fino alla terza generazione – gente bravissima, per carità, ma che dell’Italia non sa proprio un tubo, a partire dalla lingua –  ha aperto un vaso di Pandora in cui si intrecciano lotte per il potere, intromissioni indebite, interessi mafiosi e clientelari, truffe e falsificazioni plateali, effetti indesiderati, scosse alla governabilità e distorsioni alla già deficiente democrazia parlamentare.

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Basta citare il caso di Luigi Pallaro, l’ottantenne imprenditore italo-argentino che occupò un seggio al Senato nella XV legislatura (2006-08). Autodefinitosi democristiano, Pallaro dichiarò da subito che avrebbe dato il suo voto di fiducia al vincitore, finì per svolgere il ruolo di ago della bilancia in un Senato spaccato perfettamente a metà e aiutò a seppellire il governo Prodi (comunque già alla frutta) perché il giorno della votazione stava a Buenos Aires. E meno male che era prodiano!

Ma il caso più spettacolare – e talmente pernicioso da far scattare tutti campanelli d’allarme – è senza dubbio quello di Nicola Di Girolamo, degno di una grande penna del noir.

Di Girolamo è un avvocato romano, classe 1960, eletto senatore per il Pdl nell’ultima legislatura, che non è riuscito a concludere perché nel marzo 2010 si è trasferito a Rebibbia. La ragione? Aveva conquistato il seggio al Senato grazie a un tempestivo e truffaldino cambio di residenza in Belgio (sembra con l’aiuto di un ambasciatore) e a pacchetti di voti “procurati”dai clan calabresi. Il senatore berlusconiano se l’è cavata, dopo patteggiamento, con 5 anni di galera e la restituzione di 4,2 milioni di euro. Se si considera la sua partecipazione al caso Fastweb e Telecom Sparkle (una truffa colossale da oltre due miliardi di euro), la condanna per associazione a delinquere, i falsi in atto pubblico (con aggravante mafiosa), il trasferimento di fondi neri all’estero, si può dire che gli è andata bene.

Meno bene, invece, va alle nostre istituzioni, in particolare al potere legislativo sotto lo schiaffo del voto all’estero. Il problema è che, ormai, sembra più facile togliere l’osso a un rottweiler che sfilare i 18 seggi agli “emigranti”. 

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