closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
1 ULTIM'ORA:
Popocatépetl

Quer pasticciaccio brutto del voto dall’estero

Come se non bastasse il sistema “peggioritario” attualmente in vigore, che affligge (e distorce) le nostre elezioni, il voto degli italiani all’estero rappresenta il colpo di grazia alla designazione democratica del Parlamento.

totò in comizio

Attiva da sette anni, frutto di un ventennio di lobbying incessante condotto dalle comunità italiane nel mondo – soprattutto nelle tre Americhe – la legge che istituisce il voto dall’estero si è rivelata una mela avvelenata concessa ai nipoti degli emigranti. Per cominciare, si è dimostrata contraria fin dall’inizio alle intenzioni di chi l’aveva promossa per tanti anni.

L’on. Mirko Tremaglia, che dedicò una parte della sua vita a disegnarla e farla approvare, partiva da “una concezione deamicisiana dell’emigrazione”, come è stato scritto. Immaginava, basandosi sicuramente sulle sue frequentazioni, che la maggioranza dei nostri emigrati fosse di destra, magari con una foto ingiallita del Duce in salotto. Le elezioni del 2006 gli dettero clamorosamente torto in quanto all’orientamento politico degli italiani all’estero, e rivelarono en passant che la legge è un colabrodo, nel senso che fa acqua da tutte le parti, come ammise lo stesso Tremaglia negli ultimi anni.

immigranti a merica

Le critiche provengono dall’intero arco politico e vanno dalla richiesta di modificare alcuni articoli all’intera abrogazione. Già solo le modalità in cui si esercita attualmente il voto dall’estero – per posta alle sezioni consolari delle ambasciate con risposta prepagata – non rispettano neanche uno dei requisiti dell’articolo 48 della Costituzione: il voto non è uguale, né libero, né segreto, né personale.

Mi spiego. Non è uguale perché le schede destinate alla circoscrizione estero non sono le stesse con cui si vota in Italia: mentre in quelle della madrepatria compaiono 23 simboli per la Camera e 18 per il Senato (e meno male che il sistema maggioritario doveva favorire il bipolarismo!) in quelle per l’America meridionale i partiti in lista sono solo 7 e 7. Per noi “sudamericani”, in quelle schede gli unici simboli italiani riconoscibili sono quelli del Pd, del Pdl e del 5 Stelle; gli altri quattro partiti presenti sono liste locali di emigranti (locali si fa per dire, a volte sono transcontinentali e perfino transideologici: “con Francia o Spagna, purché se magna”). Se io volessi votare per Vendola, Di Pietro, Ingroia, Fini, Monti, la Lega, i Verdi o chiunque altro, semplicemente mi attacco, la famosa uguaglianza va a farsi benedire . Fra parentesi, mentre in Italia preferenze nisba, da noi ci sono stampati vari nomi fra cui scegliere, se si vuole. Alla faccia dell’uguaglianza.

Proseguendo. Il voto non è libero perché c’è una percentuale non determinata di votanti che non parla l’italiano, cosicché non può seguire la campagna elettorale né giudicare le proposte dei candidati e in alcuni casi non conosce nulla della realtà italiana. Un voto non informato non solo non è libero, ma è facilmente soggetto a influenze clientelari e pressioni.

Il voto non è segreto né personale perché le schede vengono recapitate ai domicili indicati ma non necessariamente nelle mani del destinatario, possono venire intercettate agevolmente e finire in mano di chiunque altro. Sono centinaia di migliaia gli elettori che non ricevono le loro schede per differenti motivi e non possono votare pur avendone diritto. Appartengono a questa categora di esclusi i 25mila giovani delle borse Erasmus e i più di 40mila studenti italiani iscritti in università straniere. In quanto alla segretezza, a eliminarla ci pensa un tagliando numerato, che va separato dalle schede ma ritorna al consolato nella stessa busta. Quel tagliando permette l’identificazione del votante e, sebbene sappiamo che il personale delle ambasciate (con quello che guadagna!) è integrato da persone d’onore, non si può escludere che sporadicamente qualche curioso ci sia.

linciaggio

Ma arriviamo adesso all’anomalia più macroscopica del voto dall’estero, il vero Frankenstein-Dracula della legge Tremaglia: la concessione di 18 seggi parlamentari (12 deputati e 6 senatori) agli elettori delle comunità italiane nel mondo. Un vero elefante estratto dal cilindro! I legislatori dovevano aver fumato belladonna quando votarono quell’articolo, o quantomeno sognato che anche l’Italia possedesse “territori d’oltremare” come la Francia, da cui è giusto che provengano rappresentanti eletti, in quanto sono vere e proprie estensioni del territorio nazionale. Ma è difficile considerare la Little Italy niuiorchese o la Boca bonaerense come appartenenti alla Repubblica italiana. Anche perché gli argentini e gli statunitensi non sarebbero molto d’accordo.

Alle giuste lamentele degli emigrati, che reclamavano più attenzioni e riconoscimenti dalla madrepatria – in fondo non avevano permesso la sopravvivenza nei luoghi di origine di milioni di famiglie per decenni? – si rispose con un succoso e inaspettato bottino. A chi chiedeva, con tutta legittimità, di poter votare in Italia, sarebbero bastati dei voli gratuiti (o a basso costo, magari sussidiati dallo Stato) nei periodi elettorali. Una soluzione di questo tipo avrebbe beneficiato intere famiglie, che ne avrebbero approfittato per una breve vacanza, la compagnia (allora) di bandiera e soprattutto il turismo e il commercio, oltre a rinsaldare i vincoli affettivi e culturali fra il nostro paese e i residenti all’estero.

Invece, l’attribuzione dei 18 seggi in Parlamento, combinata con la legge del 1992 che concede la cittadinanza ai discendenti di italiani fino alla terza generazione – gente bravissima, per carità, ma che dell’Italia non sa proprio un tubo, a partire dalla lingua –  ha aperto un vaso di Pandora in cui si intrecciano lotte per il potere, intromissioni indebite, interessi mafiosi e clientelari, truffe e falsificazioni plateali, effetti indesiderati, scosse alla governabilità e distorsioni alla già deficiente democrazia parlamentare.

corsi di italiano

Basta citare il caso di Luigi Pallaro, l’ottantenne imprenditore italo-argentino che occupò un seggio al Senato nella XV legislatura (2006-08). Autodefinitosi democristiano, Pallaro dichiarò da subito che avrebbe dato il suo voto di fiducia al vincitore, finì per svolgere il ruolo di ago della bilancia in un Senato spaccato perfettamente a metà e aiutò a seppellire il governo Prodi (comunque già alla frutta) perché il giorno della votazione stava a Buenos Aires. E meno male che era prodiano!

Ma il caso più spettacolare – e talmente pernicioso da far scattare tutti campanelli d’allarme – è senza dubbio quello di Nicola Di Girolamo, degno di una grande penna del noir.

Di Girolamo è un avvocato romano, classe 1960, eletto senatore per il Pdl nell’ultima legislatura, che non è riuscito a concludere perché nel marzo 2010 si è trasferito a Rebibbia. La ragione? Aveva conquistato il seggio al Senato grazie a un tempestivo e truffaldino cambio di residenza in Belgio (sembra con l’aiuto di un ambasciatore) e a pacchetti di voti “procurati”dai clan calabresi. Il senatore berlusconiano se l’è cavata, dopo patteggiamento, con 5 anni di galera e la restituzione di 4,2 milioni di euro. Se si considera la sua partecipazione al caso Fastweb e Telecom Sparkle (una truffa colossale da oltre due miliardi di euro), la condanna per associazione a delinquere, i falsi in atto pubblico (con aggravante mafiosa), il trasferimento di fondi neri all’estero, si può dire che gli è andata bene.

Meno bene, invece, va alle nostre istituzioni, in particolare al potere legislativo sotto lo schiaffo del voto all’estero. Il problema è che, ormai, sembra più facile togliere l’osso a un rottweiler che sfilare i 18 seggi agli “emigranti”. 

altan-futuro

  • Luigi

    La legge attuale fa schifo, e gran parte delle obiezioni esposte sono giuste, ma vanno chiarite alcune cose:

    1) non è vero che la legge ha concesso il voto agli italiani all’estero: il diritto di voto l’abbiamo sempre avuto, solo che fino all’approvazione dell’attuale legge dovevamo pagare di tasca nostra e tornare a votare (personalmente l’ho sempre fatto, e vivo in Spagna dall’89) non solo per le politiche, ma anche per le regionali, comunali e referendum vari;

    2) il voto per posta esiste in moltissimi Stati (in Spagna, per esempio), con differenti modalità; oppure ci si può recare al proprio consolato e votare lì, così come fanno ad esempio francesi e tedeschi. La politica italiana fino a sette anni fa se ne è fregata di rendere possibile l’esercizio del voto a noi all’estero (e siamo milioni): qui non si tratta di far votare “figli e nipoti” di italiani ma noi cittadini italiani espatriati.

    3) Neanche a me piace dover votare dei candidati “esteri”, vorrei poter scegliere fra i candidati che sono in Italia, ma va detto comunque che specialmente negli ultimi decenni vissuti all’insegna della globalizzazione si sono instaurati dei vincoli effettivi fra gli espatriati (e fra i loro figli) che hanno creato forme nuove e diverse di essere italiani o di vivere la propria italianità. Su tutto ciò non vi è mai stato un vero dibattito a sinistra. Nonostante i suoi enormi difetti, questa legge ha almeno avuto il merito di renderci visibili agli occhi di chi è rimasto in Italia. Speriamo che la legge venga modificata ma non semplicemente soppressa.

  • Bill

    Che confusione…

    Sono abbastanza d’accordo sui limiti della circoscrizione estero (18 seggi, che non corrispondono affatto al numero di elettori ne di voti, e che non contano per il premio di maggioranza), ma farei notare che la Francia ha introdotto esattamente la stessa cosa l’anno scorso (e non intendo per i territori d’oltremare).

    Ma il resto dell’articolo non ha senso:

    1) il voto postale c’e’ in moltissimi paesi piu’ democratici dell’Italia

    2) le liste sono diverse per ogni circoscrizione, i n Val d’aosta anche ci sono solo due o tre partiti in lizza, e allora? il loro voto e’ diseguale? no, semplicemente in ogni circoscrizione si candida chi vuole, e chi non vuole (es Ingroia in America Latina), non lo fa.

    3) da quando in qua e’ obbligatorio sapere l’italiano per votare? e le minoranze linguistiche? e che sa solo il dialetto? e i disabili? che facciamo Gianni, una bella commissione come negli stati uniti pre-diritti civili, che indaga su chi sa l’italiano abbastanza bene da poter votare e esclude cosi’ tutte le minoranze e i ceti preciolosi? bel progresso…

    4) il volo gratis dall’america per un paio di milioni di elettori chi lo paga? e non intendo in soldi, intendo in danno ambientale.

  • WoLf7

    L’articolo è interessante e condivisibile anche se non in toto, soprattutto perché non affronta adeguatamente uno dei temi di maggior interesse che riguardano l’esercizio del diritto di elettorato attivo: ius sanguinis o ius solis?

    È più giusto garantire il diritto di voto a emigrati italiani (anche di terza generazione) per i quali in molti casi l’unico legame con la madrepatria è un nome o un cognome italiano? O sarebbe più giusto riconoscere il diritto all’elettorato attivo agli emigrati di altri paesi che vivono in Italia da anni e che lavorando contribuiscono alla crescita del benessere generale? E soprattutto, riconoscere questo diritto ai figli di questi immigrati che essendo nati in Italia, parlano italiano, hanno frequentato le scuole e quindi vivono e lavorano nel nostro paese e che pertanto possono considerarsi cittadini italiani a tutti gli effetti?

    Insomma, mi chiedo se sia più giusto garantire il diritto di voto e quindi una rappresentanza nelle istituzioni nazionali, a persone che avendo lasciato la penisola, anche se a malincuore, hanno cominciato una nuova vita lontano e pertanto hanno dei labili legami con la vita politica italiana. Oppure, se invece sia più giusto e logico, aggiungerei, riconoscere la possibilità di partecipare alle elezioni nazionali e quindi di poter eleggere i propri rappresentanti, anche a quei cittadini di serie B che sono gli immigrati e i loro figli in Italia? Persone che vivono lavorano studiano in Italia e che quindi hanno un legame maggiore con la vita politica italiana, rispetto a chi nato in Italia non vi risiede più da anni o peggio nato da genitori italiano ma all’estero, non vi ha mai risieduto.

    Sono d’accordo poi con Gianni Proiettis, quando afferma che il voto all’estero non è né segreto né personale. E questo lo posso suffragare riportando quello che mi è successo.
    Premetto che sono un cittadino della Repubblica Italiana e che da alcuni anni risiedo e lavoro in Spagna con la mia compagna anche lei italiana. Non ci siamo mai iscritti all’AIRE e pertanto non possiamo votare all’estero; o per lo meno era quello che credevamo fino a pochi giorni fa, quando controllando la posta nella nostra cassetta, incontrammo due lettere: mittente il Consolato di Barcellona.
    I plichi contenevano il materiale elettorale per i cittadini italiani residenti all’estero, il problema è che i destinatari delle due buste non eravamo noi ma altri due cittadini italiani (un uomo e una donna) che probabilmente avevano risieduto tempo addietro nel nostro stesso condominio. Semplice coincidenza o malizia del postino di turno che ha imbucato quelle lettere con chiaro mittente italiano in una cassetta postale di italiani; fatto sta che l’errore non è addebitabile alle poste spagnole visto che l’indirizzo sulla busta era incompleto, mancando il numero dell’interno a cui recapitare la lettera.
    Se avessimo voluto avremmo potuto rispedire al consolato le buste con le schede elettorali contenenti il nostro voto e così avremmo potuto esercitare abusivamente il diritto di voto usando il nome di altri e nessuno avrebbe potuto sospettare nulla. Quanti di questi casi si verificano durante il voto all’estero? Nessuno può saperlo, soprattutto non lo possono sapere i consolati e le ambasciate italiane se inviano il materiale elettorale con tanta leggerezza. Se prima non si verifica che effettivamente a quell’indirizzo viva ancora un cittadino italiano iscritto nelle liste elettorali, non ci può essere correttezza nello svolgimento dell’elezioni all’estero.

    E c’è un ulteriore aspetto che metterebbe in discussione la validità stessa delle elezioni politiche italiane che si svolgeranno il 24 e 25 febbraio prossimo. Se io e la mia compagna avessimo votato utilizzando l’identità degli elettori destinatari del plico di cui sopra e gli stessi due cittadini italiani destinatari del plico si recassero a votare, questo significa che esprimerebbero due volte il proprio voto. Sarebbe un buon motivo per annullare le elezioni? E soprattutto per ripensare la legge che permette il voto all’estero?

  • maura

    Non capisco quest’accanimento contro l’esercizio del diritto di voti nei paesi di residenza per noi CITTADINI ITALIANI residenti all’estero.
    Concordo con quanto scritto da Luigi e Bill su una revisione, non sull’abolizione del voto per corrispondenza, visto anche i limiti oggettivi dei viaggi per gli elettori. Forse l’istituzione di un registro sarebbe l’ipotesi migliore anche per includere quegli elettori che, come gli studenti Erasmus, hanno un soggiorno temporaneo all’estero che non permette l’iscrizione all’Aire. E comunque sulle incapacità di esercitare democraticamente il diritto di voto da parte di noi all’estero, proprio non ci sto. Gianni Proiettis si dimentica dei brogli e delle contestazioni alle ultime politiche in Italia sulle Liste e gli spogli, come anche ad alcune passate elezioni regionali (vedi Lazio). Infine non dovunque i candidati sono persone con scarsi legami con l’Italia, forse in America potrebbe essere cosí, ma i candidati in Europa, almeno per i partiti di centro-sinistra,mi sembrano in generale competenti e, conoscendo più lingue e sapendo muoversi bene nelle realtà di 2 o più Paesi, sono dotati di una marcia in più rispetto anche ai “nazionali”. Forse è proprio questo che dà fastidio!

  • http://chiapasbg.wordpress.com Annamaria

    Grazie Gianni delle tue riflessioni dal “Popo”. Il voto all’estero, come dici tu, per vari motivi non è libero, ma nemmeno quello in Italia lo è, con questo sistema che perfino i suoi ideatori hanno definito “porcata”. Io penso inoltre che dare molta, troppa importanza al voto, inteso come “atto di votare” solleva il cittadino dalla sua responsabilità di esercitare veramente, tutti i giorni, il suo ruolo di individuo soggetto di diritto. Impegnativo, certo, ma necessario se vogliamo un mondo migliore.