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Popocatépetl

Quel che resta del Messico

L’incendio doloso del Casino Royale di Monterrey, in cui due settimane fa 53 persone sono morte carbonizzate o per asfissia perché la casa da gioco si rifiutava di pagare un pizzo settimanale di 10mila dollari, è la esatta e tragica copertina del Messico d’oggi. Tant’è che il settimanale Proceso ha usato la foto della coppia presidenziale, fiancheggiata da una corona funebre sullo sfondo delle macerie fumanti: è il casinò della strage o l’intero paese?

Monterrey, Nuevo León. 25 agosto, ore 15:30. E’ l’ora della siesta, un’ora mezzo fiacca, fra clienti e personale ci saranno un centinaio di persone. Una dozzina di uomini vestiti di scuro scendono da tre camionette, quattro restano fuori di guardia, gli altri entrano sparando in aria e insultando la gente. Portano grandi taniche, cospargono di benzina i locali. Dicono ai presenti di andarsene ma scappano appiccando il fuoco, senza dar tempo alla gente di mettersi in salvo. Le fiamme divampano istantaneamente, le uscite di sicurezza sono tutte bloccate, il panico fa il resto. Più di metà dei presenti non riuscirà a salvarsi da quella trappola infernale.

I responsabili della strage, catturati pochi giorni dopo dalla polizia con insolita solerzia, hanno affermato che non avevano intenzione di uccidere tutta quella gente ma che la cosa gli era scappata di mano. Questo non ha impedito al presidente Calderón di condannare nelle sue dichiarazioni “l’atto di terrorismo”, ben sapendo che con il solo pronunciare la parola demoniaca si sta legittimando e anzi richiedendo l’intervento statunitense.

“Il rogo del Casino Royale”, afferma l’acuto politologo Luis Javier Garrido,”è diventato la lapide del deplorevole governo de facto di Felipe Calderón, che con la sua guerra al narco ha cercato deliberatamente di ottenere il pieno appoggio di Washington dopo la frode elettorale in cambio delle risorse strategiche della nazione e del controllo del paese.”

Ed è bastato sfiorarla appena, quella lapide, perché uscissero fuori i vermi della corruzione politica: il proprietario del casinó – uno dei maggiori zar messicani del gioco d’azzardo – ha dichiarato agli inquirenti da un consolato negli Stati uniti, non si sa neanche da quale (segreto istruttorio)? Il fratello del sindaco di Monterrey è comparso in vari video – poi trasmessi da tutti i telegiornali – ricevendo somme in contanti dalle case da gioco: erano mordidas (il pizzo messicano) o, come sostiene il sindaco, pagamenti per la fornitura di latticini? Su questo traffico di formaggi si è fatta molta ironia e al sindaco in odore di mafia (che appartiene al Pan, il partito del presidente, ma non all’ala calderonista) è stato chiesto di dimettersi, per facilitare le indagini. Inaspettatamente, Fernando Larrazabal, detto Larry, nella difesa accanita del fratello scomodo si è opposto all’ordine del partito e si è rimesso alla volontà dei suoi elettori attraverso un referendum.

L’onda d’urto dello scandalo avrebbe dovuto colpire, nelle intenzioni del governo Calderón, anche il governatore dello stato di Nuevo León, Rodrigo Medina, del Pri, il partito pronto a ritornare al potere.

Come una gigantesca spada di Damocle, le prossime elezioni presidenziali del 2012 sovrastano e condizionano fin d’ora l’intera vita politica del paese: nei prossimi nove mesi non volerà una mosca se non in funzione del posizionamento nella pista elettorale. Le fiamme dell’incendio del casinò hanno raggiunto anche il Pan, il partito dell’estrema destra clericale e faccendiera attualmente al potere. Non è stato difficile ricordare che fu proprio Santiago Creel, uno degli attuali precandidati del Pan alla presidenza, ad aprire incondizionatamente alle case da gioco, che il presidente Cárdenas aveva vietato negli anni ’30. Sotto la presidenza di Vicente Fox (2000-2006), Santiago Creel, allora ministro degli interni aveva concesso una grandinata di permessi – molti al gruppo Televisa, in cambio di futuri favori elettorali – per questi templi del gioco d’azzardo e delle slot machines, grandi lavanderie di narcodollari. Oggi c’è chi considera che questo “errore” del passato possa costare definitivamente la candidatura a Creel.

Se la lotta fra il Pri e il Pan per la prossima presidenza si promette all’ultimo sangue – con il Pri, il partito quasi-unico che governò il Messico dal 1929 al 2000, sicuro di un suo rientro e il Pan deciso a non mollare la presa di una terza presidenza – meno chiaro è il ruolo e lo spazio che occuperà la sinistra. Malamente rappresentata dal Prd, il Partido de la Revolución Democrática, che contiene molte correnti e almeno due anime (una di lotta e una di governo, ricorda niente?), fratturata al suo interno fra “obradoristi”(seguaci di Andrés Manuel López Obrador, Amlo, che vinse le elezioni nel 2006 ma fu scippato dal Pan: non riconoscono come legittimo il governo di Felipe Calderón) e “collaborazionisti” (seguaci di Jesús Ortega, detti chuchos, non solo riconoscono il governo Calderón ma propugnano alleanze elettorali Pan-Prd, una formula diavolo-acquasantista ma già provata, che in alcuni casi rappresenta l’unica possibilità di battere il Pri), la sinistra contava finora su due possibili candidati: Amlo, in cerca della rivincita sulla mafia che gli rubò la presidenza nel 2006, e Marcelo Ebrard, il sindaco di Città del Messico attualmente in testa ai sondaggi. Mentre Amlo in questi anni si è distanziato sempre più dal Prd, ormai in mano ai chuchos, fondando un proprio movimento popolare – il Morena, Movimiento de Regeneración Nacional con milioni di iscritti – Marcelo Ebrard lo ha sempre accompagnato nella sua resistenza, rifiutandosi finora di stringere la mano a Felipe Calderón. Poi, pochi giorni fa, una brusca e inattesa virata.

Ebrard saluta Calderón

La liturgia dei tempi del Pri è andata poco a poco modificandosi. Tradizionalmente, il 1º settembre il presidente in carica presentava il suo Informe a la nación di fronte alle due Camere riunite, alla presenza di governatori e alti magistrati. Dopo alcune forti contestazioni a questo rituale – al presidente Fox, in una occasione, venne negato l’accesso al Parlamento dai deputati dell’opposizione – il presidente di turno preferisce prudentemente mandare una copia scritta alla sede del potere legislativo. E’ quanto ha fatto anche quest’anno Felipe Calderón, convocando poi per inviti a un’edizione privata della cerimonia nel Museo nazionale di Antropologia. Nessuno dei presenti sembrava prestare molta attenzione al discorso del presidente, pieno di espressioni autoelogiative per un governo che lascia il paese a brandelli. L’unico evento che ha fatto notizia è stato la stretta di mano che Marcelo Ebrard, fino a ieri possibile candidato della sinistra, ha concesso a Felipe Calderón, rompendo una resistenza quinquennale. Significa che di fronte al favorito priista Enrique Peña Nieto, bamboccio pubblicizzato da Televisa e spinto dall’ancora potentissimo ex-presidente Carlos Salinas de Gortari, rappresentante dell’oligarchia messicana, l’unica alternativa è un frankenstein destra-sinistra?

  • http://www.facebook.com/pcuninghame patrick cuninghame

    La rottura fra Ebrard e AMLO é poi stato aprofondizzato per il licenziamento a tronco il giorno dopo del famiggerato stringiamento di mani con Calderon di Marti Bartes, il ministro del governo di Citta del Messico capeggiato da Ebrard e il piu vicino a AMLO. Bartres aveva criticato publicamente a Ebrard per aver streto le mani con Calderon. La sinistra instituzionale messicana é spaccata e in tilt – piú che mai, propio nel momento di piú grande dificoltá per il governo di Calderon e il suo partito il PAN.