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Ceci n'est pas un blog

Quei conti che non tornano

Mercoledì mattina l’amico @zeropregi, con cui spesso su questo blog ho condiviso diverse riflessioni a quattro mani, ha buttato giù alcuni spunti meritevoli sul quadro che il voto di domenica ci ha restituito. Nessuna retorica in politichese, sia chiaro. Pane al pane e vino al vino, ha sottolineato in rosso alcuni tratti imbarazzanti usciti dalle urne, con particolare riguardo alla nuova geografia politica della destra italiana. Il quadro che ne usciva fuori era un ragionamento teso a smontare l’assunto che vuole la Lega di Salvini vittoriosa “perché è stata in grado di accaparrare i voti della sinistra”, frutto di una ipotetica “vicinanza ai poveri” e dell’utilizzo “di temi storicamente di sinistra”. 

La premessa di fondo a questo ragionamento e alla successiva analisi dello spostamento a destra della cultura politica del paese risiedeva in un dato numerico evidenziato nelle prime righe, secondo cui 

«quasi 500k elettori hanno votato due organizzazioni politiche dichiaratamente fasciste: CasaPound e Forza Nuova. Quasi il 25% degli elettori ha scelto chi aveva come slogan “Prima gli italiani”. Sommandoci la percentuale di M5S e FI, entrambe in campagna elettorale con dichiarazioni contro i flussi migratori, arriviamo a oltre il 70% degli elettori schierati con i partiti anti-immigrazione».

A partire da queste parole, sono stato io a sentire l’esigenza di buttare giù qualche appunto, allargando la riflessione e fuggendo così il rischio di un tête-à-tête del tipo “affinità e divergenze tra il compagno @zeropregi e me”: uscire da una dimensione soggettiva e provare a mettere nel calderone del ragionamento pubblico qualche altro elemento, da lasciare in dote a chi poi aggiungerà un altro tassello a questo domino, spostando la direttrice del ragionamento verso altri lidi.

***

Il 70%?
Percentuali a parte, è forse il caso di fare uno sforzo di riflessione sulle inclinazioni dell’elettorato italiano in tema di immigrazione, per evitare una reductio ad Hitlerum che non ci restituirebbe il quadro veritiero di cui avremmo bisogno per ragionare su errori e mancanze che hanno prodotto la merda in cui oggi annaspiamo. Un’ampia fetta di elettori ha espresso un voto di rottura con il quadro di compatibilità liberista promosso dal blocco della stabilità del duo Partito Democratico-Forza Italia. È stato un voto fortemente di classe: il campanello di allarme di una classe atomizzata e impaurita, depauperata e pronta ad appropriarsi di narrazioni razziste e contraddittorie pur di avere cassa di risonanza. All’interno di questo quadro di riferimento va contestualizzato l’exploit della Lega e l’imbarazzante aumento percentuale registrato dal M5S, due partiti che – in compagnia di Forza Italia, Fratelli d’Italia, CasaPound e Forza Nuova – si sono presentati al voto con posizioni anti-immigrazione. Possiamo ritenere sufficiente questo dato per sostenere che il 70% di chi si è presentato alle urne sposa politiche anti-immigrazione, è razzista e via discorrendo? Personalmente non credo, e sarei più incline a problematizzare il dato soprattutto per ciò che concerne l’elettorato del M5S.
Mentre chi vota Salvini, Forza Nuova e CasaPound esprime una preferenza e accorda credibilità a un partito che ha come priorità le politiche contro l’immigrazione, l’elettore del M5S vota un partito in cui l’ordine delle priorità non solo è differente (onestà, legalità e tagli dei costi della politica; reddito e pensione di cittadinanza; abbassamento della pressione fiscale con taglio netto di Irap e Irpef; etc.) ma ha portato alla sfacciata virata “a destra” sul tema immigrazione quando i vertici grillini hanno realizzato che con il Rosatellum avrebbero avuto bisogno non solo dell’ottimo risultato che effettivamente hanno ottenuto (oltre il 32%), ma di almeno altri 6/7 punti percentuali per avere una chance di governo senza doversi porre il problema di una maggioranza stabile ma condivisa. In quel momento, dunque, sono entrate in campo le posizioni à la Salvini, o almeno gli slogan vergognosi del “Prima gli italiani”, de “Obiettivo sbarchi zero: l’Italia non è un campo profughi” – retoriche ormai diffuse nel dibattito pubblico, sdoganate e fatte proprie non solo dai partiti ma dal ventre molle del Paese, orientato all’individuazione di un capro espiatorio di comodo buono per ogni stagione: l’immigrato. Naturalmente il M5S non è mai stato l’alfiere di politiche all’avanguardia sul tema immigrazione e accoglienza, tutt’altro. Ha sempre vissuto profonde contraddizioni e divisioni su questo e altri temi cruciali a causa della propria fluida trasversalità e della scarna caratterizzazione politica che fin dagli albori ha rifuggito la dicotomia destra/sinistra. Ciononostante, al di là degli slogan “salviniani” che hanno procacciato voti, il programma politico grillino sull’immigrazione – pur rimanendo un vergognoso trattato di ottusità medioevali – non è la fotocopia di quello della Lega; ed è una specifica necessaria non per salvare qualcosa dell’essenza reazionaria grillina, ma per inquadrare in maniera funzionale quel consenso che – al netto di queste specifiche – non può essere assimilato in toto al voto leghista. Possiamo poi interrogarci sul significato e sulle caratteristiche del voto pentastellato: è stato fatto in questi giorni, si continuerà a farlo e ritengo sia anche un campo di indagine sociologica e politica tanto stimolante (in termini deontologici) quanto avvilente (in termini politici). Ma non è questa la sede.

Populismo e elettorato “di sinistra”.
L’altro frame dell’analisi di @zeropregi che mi ha stimolato una riflessione più strutturata è quello relativo alla trasversalità del voto che hanno ricevuto Lega e M5S, quest’ultimo in particolare. A dire il vero, dati interessanti sono desumibili dalle percentuali relative alla fascia di età dell’elettorato, alla fascia di reddito medio imponibile per collegio, alla ripartizione tra residenti in zone rurali o aree metropolitane – ma la discussione su questi numeri rischierebbe di portarci fuori tema dallo stimolo indotto da @zeropregi e da una delle tesi del suo articolo: il boom di Salvini non è dovuto al fatto che la sua sia stata una campagna “di sinistra”, o meglio modellata su un lessico “di sinistra”.
Si tratta di un assunto vero, che lascia però campo ad un altro ragionamento. La relazione tra la Lega e la sinistra non risiede negli aspetti programmatici quanto invece nello spazio di agibilità politica, e quindi di consenso: Salvini, detto altrimenti, non dice cose di sinistra ma ha intercettato un bacino di voti su cui fino a pochi anni fa insisteva la sinistra e la sua rappresentanza parlamentare. Non si parla in termini assoluti di uno spostamento monolitico di voti, non è un’equazione assoluta quella per cui chi ieri votava Rifondazione oggi ha messo la croce sulla Lega. Ma la trasversalità e la fluidità del voto, così come hanno riguardato ad esempio il M5S, sono di contro degli elementi che hanno sconquassato la sinistra, che ne è stata prima vittima. Un morte avvenuta però per suicidio, un harakiri imputabile a mio avviso a due fattori primari.
Il primo è l’ostinato rifiuto della sinistra (parlamentare prima di tutto, ma è un virus che ha contagiato da tempo anche la sinistra di classe) di misurarsi in una dimensione “populista”. Una realtà spuria, scoraggiante e scomoda, sporca: ma pur sempre rappresentativa del dato reale che ci restituisce un Paese che ha deciso consciamente di chiudere con la categoria della sinistra come è stata intesa nel corso degli ultimi decenni. L’occasione per essere Sinistra oggi, passa dal tentativo di immergersi in quell’humus fetente e provare, nella pratica, a spostarlo a sinistra, o quantomeno su posizioni non reazionarie. Un percorso difficile e pieno di sentieri scoscesi ed impervi, nessuno lo nega; ma da qualche parte (che non sia un cartello elettorale dopo l’altro, senza radicamento sociale, in una masochistica coazione a ripetere e riperdere) bisognerà pur ripartire.

Il secondo fattore determinante è iniziare a pensare che lì fuori, nel mondo vero e non nell’universo del Mulino Bianco, non c’è il bisogno di sinistra che invece sembra aver convinto un pluri-bocciato ceto politico a mettere in atto ad ogni tornata elettorale la stessa pantomima. Non è più la società del PCI al 30% e del radicamento territoriale, delle sezioni e della coscienza di classe sul posto di lavoro. Non sono più neanche gli anni 90 in cui non c’era il Socialismo,  cazzo – ma Rifondazione godeva a priori di un consenso elettorale vicino alle due cifre, indipendentemente dall’operato politico e dalle tafazziane scelte delle sue segreterie. Oggi, lì fuori, laggente non chiede sinistra perché chiede rappresentanza soggettiva, perché non chiede sia rappresentata in Parlamento la propria coscienza politica. Non è più il tempo del voto ideologico, del “Vota Comunista” – magari. È quello a cui dovremmo provare a tendere, cioè (ri)politicizzare la frustrazione sociale; ma lì fuori oggi è tempo di rappresentare un interesse di classe, e questo può darsi esclusivamente in quelle praterie in cui oggi pascola beato il richiamo populista. Un richiamo fatto proprio da Lega e M5S, che in uno scenario di generale rifiuto del blocco di stabilità centrista sono avanzati in maniera inversamente proporzionale alla scomparsa della sinistra, parlamentare e di classe. Ignorare queste crude verità non ci aiuta a rendere diverso un Paese scivolato quasi definitivamente a destra.