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Quinto Stato

Quanto è vecchio Renzi quando parla di reddito di cittadinanza

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Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, foto Reuters-Lapresse


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Renzi in disarmo torna ad attaccare il MoVimento 5 Stelle sul reddito di cittadinanza. Breve storia degli equivoci su uno strumento confuso con il reddito minimo garantito e il sussidio contro la povertà assoluta. E sul perché tutti parlano di un cambiamento epocale, ancora lontano, ma sempre possibile in Italia
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Perse le amministrative con un quasi cappotto, in vista dell’armageddon che incautamente ha evocato del referendum costituzionale di 2 ottobre, Matteo Renzi cerca di riprendere la parola contro il Movimento Cinque Stelle. Lo fa a partire dal reddito di cittadinanza:

“Il reddito di cittadinanza… è secondo me sbagliato – ha detto – L’idea di alcuni colleghi politici, che il futuro sia fatto tutto di tranquillità. “Io do a tutti il reddito di cittadinanza, tutti tranquilli, non c’è bisogno di mettersi in gioco, di lavorare” è un ragionamento secondo me sbagliato. Io devo dare a tutti un’opportunità, poi se non ce la fai, devo darti una mano”.

Di cosa parla Renzi

Renzi non è nuovo a queste uscite contro la proposta dei cinque stelle e della “sinistra radicale”. Si riferisce alle due proposte di legge sull’argomento depositate in parlamento dall’inizio della legislatura.

La prima è stata depositata da Sel (ora Sinistra Italiana) che ha recepito una proposta di legge di iniziativa popolare che ha raccolto oltre 50 mila firme in una campagna sostenuta da centinaia di associazioni e iniziata nel 2012. La proposta, più correttamente, è su un “reddito minimo garantito” che non è il reddito di cittadinanza.

La seconda proposta di legge è del Movimento Cinque Stelle ed è stata indefinita, impropriamente, “reddito di cittadinanza”. A tutti gli effetti, come ha dimostrato anche l’Istat in un’audizione parlamentare, si tratta anche in questo caso di un reddito minimo garantito.

Confusione a cinque stelle

Per il presidente dell’Istat Giorgio Alleva la proposta dei Cinque Stelle è ricavata dalla simulazione di un’imposta negativa sul reddito presentata dall’Istat nel rapporto annuale 2014. Si parla di una soglia minima pari a 9.360 euro annui e il 90 per cento del reddito familiare. Il beneficio mensile massimo è di 780 euro per singolo e cresce con il numero dei componenti del nucleo familiare. Il beneficio diminuisce gradualmente al crescere del reddito per impedire che l’incremento del reddito corrisponda a una riduzione del sussidio.

E’ ciò che il Movimento 5 Stelle definisce, impropriamente, «reddito di cittadinanza» nel disegno di legge 1148. Si tratta, con le parole del presidente dell’Istat, di un «reddito minimo universale», cioè «una misura selettiva, limitata all’erogazione dei benefici alle famiglie il cui reddito è inferiore a una determinata soglia (di povertà)». Parole che dovrebbero essere, una volta tanto, tenute in considerazione anche dai diretti interessati che parlano di «reddito di cittadinanza» (cioè un’erogazione universale del reddito e dunque all’individuo e non alla famiglia) e creano confusioni colossali nel dibattito pubblico.

Confusione Renzi

Come più volte segnalato negli ultimi due anni, Renzi continua a speculare su questa confusione, per motivi politici. E oggi ne ha tantissimi, considerata la senescenza improvvisa che lo colpito dopo lo schiaffone elettorale del 19 giugno.Poi ci sono i motivi ideologici: Renzi è un liberista e un lavorista convinto, uno strano binomio tutto italiano che si regge grazie a una manipolazione dell’articolo uno della Costituzione ricorrente soprattutto a sinistra quando si tratta di liquidare l’argomento del reddito. Eccone una prova, sulla quale i Cinque Stelle dovrebbero riflettere:

“Il reddito di cittadinanza, che qualcuno confonde con il reddito minimo garantito, è la negazione dell’articolo 1 della Costituzione’ – disse Renzi il 14 marzo 2014 all’assemblea nazionale della Compagnia delle Opere – Il reddito minimo garantito è una cosa seria, c’è in tutta Europa, ma il reddito di cittadinanza e’ basato sull’idea che non lavori e ti do un sussidio. Le imprese non chiedono allo Stato sussidi, ma libertà in cambio di responsabilità”.

La bufala del governo sul reddito

La strumentalizzazione è evidente. Non risulta che il governo abbia istituito negli ultimi due anni un “reddito minimo garantito”, ma tende a considerare la risibile proposta di un “sostegno inclusivo attivo” (il Sia, un vecchio arnese inadeguato e pauperistico proposto dal governo Letta) come la soluzione al problema.

E’ un’altra delle sue bufale che lo hanno privato in pochi mesi di qualsiasi credibilità: il primo febbraio 2015 il Cdm avrebbe approvato addirittura il «reddito minimo». In realtà si tratta di un sussidio per un milione di poveri assoluti (su 4). Annunci destinati a confondere le acque, dato che la legge delega faticosamente concepita e ancora del tutto in alto mare è un amo lanciato per fare abboccare l'”alleanza contro la povertà”, un vasto cartello di associazioni e sindacati (ci sono anche la Caritas e la Cgil) che premono da anni per l’adozione di un altro strumento parziale di sostegno contro la povertà delle famiglie e non per un sussidio universale all’interno di un Welfare non paternalistico e repressivo.

Rilanciare ora la polemica sul reddito minimo significa colpire i Cinque Stelle e la confusione da loro creata tra reddito minimo garantito e reddito di cittadinanza. L’obiettivo è evidente: la polemica serve per non fare nulla e dimostrare il reddito minimo garantito (che costerebbe almeno 14 miliardi di euro all’anno, in pratica lo stesso costo del suo bonus degli 80 euro) è impossibile da adottare. I Cinque Stelle ci sono cascati con tutti i piedi. E da allora non sanno argomentare, né uscire dal tranello.

Ma che cos’è il reddito di cittadinanza?

Resta da capire se il “reddito di cittadinanza” sia quello descritto da Renzi. Ovviamente non lo è. Renzi allude alla leggenda metropolitana che spopola tra i politici (in particolare di centro-sinistra) e tra gli accademici (spesso ministri della stessa compagine politica in disarmo). Lo disse Elsa Fornero il 24 luglio 2012, stella cometa del ragionamento di Renzi sul reddito: “L’Italia è un Paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per 9 mesi l’anno e con un reddito base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”.

Il discorso di Renzi è contro l’assistenzialismo di stato: il reddito di cittadinanza trasformerebbe gli italiani in “mangiaspaghetti a tradimento”. Lui, invece, propone il discorso liberista dell’anto-imprenditoria: bisogna attivarsi, prendere l’iniziativa, rischiare, innovare, essere concorrenziali, lottare per la vita e il successo. Solo alle vittime del mercato, ma solo dopo, si può pensare a un reddito di ultima istanza, cioè per i poveri assoluti, soprattutto quelli che vivono nelle famiglie numerose. E non, come abbiamo visto, agli individui a cui sarebbe destinato un reddito minimo garantito.

Anche Renzi gioca, molto volentieri, sugli equivoci creati nel campo lavorista a proposito di uno strumento che in Italia il Pd non ha mai voluto istituire.

Ma il reddito di cittadinanza è proprio questo? Evidentemente no, ci mancherebbe altro. Il dibattito italiano – a cui gli stessi Cinque Stelle si rifanno – è stato introdotto nell’ambito dei movimenti sociali e della sinistra sociale sin dal 1998 quando un economista come Andrea Fumagalli raccolse nelle sue dieci tesi sul reddito di cittadinanza un vastissimo dibattito tra centri sociali, intellettuali radicali, giovani e studenti.

Questa definizione è ancora valida oggi e in essa potrebbe riconoscersi lo stesso Movimento Cinque Stelle.

“Per reddito di cittadinanza si intende un’erogazione monetaria, a intervallo di tempo regolare (ad esempio un mese), distribuita a tutti coloro dotati di cittadinanza e di residenza da almeno un certo periodo di tempo (ad esempio, un anno), in grado di consentire una vita minima dignitosa, cumulabile con altri redditi (da lavoro, da impresa, da rendita), indipendentemente dall’attività lavorativa effettuata, dalla nazionalità, dal sesso, dal credo religioso e dalla posizione sociale, in età lavorativa, per il periodo che va dalla fine delle scuole dell’obbligo all’età pensionabile o alla morte. Trattandosi di un intervento omogeneo, il reddito di cittadinanza dovrebbe essere distribuito da un’entità statuale riconosciuta costituzionalmente con eventuale delega alle autorità locali per le pratiche materiali di redistribuzione. Trattandosi di un reddito indipendente dal salario, esso sostituisce tutte le forme di indennizzo derivanti dalla perdita del posto di lavoro (cassa integrazione, sussidi di disoccupazione, prepensionamenti, ecc.) ma non le altre forme di reddito già esistenti (pensioni, crediti alle famiglie, ecc.). Lo scopo del reddito di cittadinanza è quello di fornire una liquidità monetaria spendibile sul mercato finale delle merci così da consentire il pieno godimento dei diritti di cittadinanza e di socialità senza necessariamente essere inserite in un contesto gerarchizzato di produzione materiale e immateriale: da questo punto di vista il reddito di cittadinanza concorre a garantire la cittadinanza economica e sociale”.

Di solito a questa definizione si risponde: ma i ricchi non hanno bisogno di un reddito di cittadinanza. Infatti. L’introduzione di questa misura – che va meglio definita come “reddito di base universale” – presuppone una fitta serie di strumenti fiscali, previdenziali, amministrativi e giuridici ispirati alla giustizia sociale, all’uguaglianza e all’equità. Presuppone, in altre parole, la creazione di un nuovo patto sociale in cui i ricchi rinunciano volontariamente al sussidio, mentre lo Stato e le componenti sociali si predispongono ad un nuovo e rivoluzionario rapporto tra la vita, il lavoro e il non lavoro.

Su questo cambiamento epocale sono seduti Renzi, il movimento Cinque Stelle e la sinistra quando parlano di “reddito di cittadinanza”.

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