closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Nuvoletta rossa

Quando le ragazzine prendono il controllo: le nuove frontiere del fumetto a tiratura limitata

Fumetti indipendenti limited edition. Favoriti dalle reti sociali e dall’accessibiltà del print on demand. Sorretti da una creatività che trova le sue armi migliori nella sperimentazione dei linguaggi e dei formati. Sdoganati in meccanismi di prevendità collaudati in ambito rock attraverso i fenomeni complementari del collezionismo e del crowdfunding. Costruiti, infine, da autori ed editori attraverso il dialogo con un pubblico che non si limita a subire passivamente le scelte dei poteri forti, ma agisce da protagonista sulle dinamiche del mercato. È una fioritura di proposte autoriali che solo fino a qualche anno fa sembrava incompatibile con la scena fumettistica del Belpaese, e che invece negli ultimi anni sta cambiando faccia al mercato. Così con ZerocalcareJenus o Sacro & Profano, nati sui social e poi passati alla carta stampata. Così con le iniziative Smart Comix e Progetto Atomico, strani oggetti in bilico fra il mondo digitale degli e-comics e quello cartaceo delle convention. Così anche nelle fughe in avanti verso il mondo reale, come dimostrano le tante sceneggiature e tavole originali  ora meritoriamente all’incanto per offrire un sostegno alla famiglia di Lorenzo Bartoli. Un universo in continua evoluzione, insomma, che spesso e volentieri è percorso da scosse salutari. Come quelle offerte dal collettivo dei Fratelli del cielo ex Superamici. Anche qui, la formula sta tutta in un nome, Primaomai. E nella formula che i membri di questo club proletario ma esclusivo offrono al pubblico per acquistare i loro libri: un preacquisto da finalizzare nel tempo massimo di 30 giorni. Trascorsi i quali il libro cartaceo scompare dal mercato per sempre. Un azzardo? Meglio: una scommessa editoriale vinta da Francesco D’Erminio alias Ratigher. Che in questi giorni festeggia il successo della recente autoproduzione Le ragazzine stanno perdendo il controllo, la società le teme, la fine è azzurra (€ 16) chiacchierando senza troppi patemi di self-publishing, ragazzine e dintorni.

Sei fra i pochissimi autori italiani che abbiano sfruttato i meccanismi del finanziamento collettivo per realizzare un fumetto. E a quanto pare, con successo.

Il metodo ha funzionato meglio di quanto credessi. ho venduto 1.100 copie guadagnando quasi duemila euro al mese, se incrocio il tempo dedicato alla realizzazione del libro al netto del venduto. Questo era per me il primo obiettivo, avere un’onesta retribuzione e poter pagare chi ha collaborato con me, come il designer del sito e l’animatore che ha realizzato il book trailer. Ci sono stati altri effetti meno pianificati come l’entusiasmo dei lettori/compratori nel condividere foto del libro e pareri, o il supporto di una casa editrice come saldaPress che ha permesso al libro di arrivare a nuovi lettori e creato i presupposti per collaborazioni future. Il metodo “Primaomai” ha bisogno di affinarsi ma è nato con gambe forti che consentono una sintonia fine senza ansie. La conferma è arrivata con il secondo libro venduto su www.primaomai.com, “il suicidio spiegato a mio figlio” di Maicol&Mirco, che si è attestato praticamente sullo stesso dato di venduto. Il lato debole è quello distributivo, perché una distribuzione capillare è una consuetudine che ci si poteva permettere solo fino al recente passato. Ora non è più vantaggioso, anzi è certezza di perdita, ma d’altro canto non si può accettare che i libri non possano arrivare dove sono richiesti. Per ora ho risolto diffondendo l’ebook in forma gratuita nel momento in cui si esaurisce la tiratura cartacea, ma c’è da lavorarci.

Questa nuova scommessa sancisce la nuova impresa del sodalizio cui appartieni, i Fratelli del cielo già Superamici. Fra “nom de piume”, stile estremo e strategie, l’impressione è che ti piaccia passare in secondo piano rispetto al tuo lavoro…

L’impressione è giusta, se non fosse il contrappasso di una carriera artistica sparirei proprio. Non posso pubblicare senza firmare, ma posso convogliare l’interesse su ciò che faccio più che su ciò che sono. Con i miei fumetti cerco di mettere a disagio chi legge, di non compiacere nessuno, di offrire un’esperienza inedita. Per riuscirci, devo mettere in dubbio me stesso. I miei fumetti non mi rappresentano e non ti rappresentano, vivono di vita propria. Sono racconti su cui i lettori devono farsi un’opinione senza scorciatoie. Se fossi più presente all’interno della narrazione darei delle coordinate… invece il mio obbiettivo è di condurre dei malcapitati sul limitare di un bosco notturno, spaccargli la bussola, e gettarli nell’ignoto.

So che a livello grafico ami autori come Daniel Clowes, gli Hernandez Bros. o Charles Burns. Ma da un punto di vista narrativo, i tuoi fumetti ricordano altre influenze, penso al realismo magico o ancora a Burgess e la nouvelle vague… come la vedi?

D’impulso stavo per risponderti che tento di raccontare “il castello” di Kafka con il ritmo di “Indiana Jones”, ma è l’inclinazione di questi giorni. Forse la risposta più sincera è che la mia voce è frutto dello studio della grande narrativa classica (Stevenson, London, Shakespeare, Tolstoj…) e dell’influenza, invece vicinissima, dei miei compari di gruppo, i Fratelli del Cielo. Quando fondammo il gruppo io entrai quasi da fan, in particolar modo di Maicol&Mirco e Dr. Pira, e stargli a fianco mi ha reso semplici e rapidi alcuni avanzamenti e mi ha anche pesantemente influenzato il segno, svuotandomelo e attribuendo ad ogni linea funzioni narrative.

Dopo il precedente “Trama”, anche “Le ragazzine” è una sorta di “Buddy Movie” disegnato. Una nuova avventura nelle dinamiche di coppia.

Ci sono motivi poetici e tecnici. Amo scrivere dialoghi ma detesto i monologhi (li trovo anche poco adatti al medium fumetto). Da qui, la necessità di mettere almeno due personaggi per libro. Nel prossimo graphic novel incrementerò il numero di protagonisti, questo perché sento necessario il racconto corale in questo momento storico: se vogliamo percorrere una sentiero diverso dalle enormi autostrade a corsia singola in cui ci stiamo barricando è necessario che anche l’immaginario sia popolato di diversità senza graduatorie di rilevanza. Tornando più strettamente alla tua domanda, le dinamiche di coppia sono l’anticamera obbligata al vivere sociale, la particella più piccola dell’Umanità, mi sembrava il punto di partenza obbligato per l’esplorazione che mi interessa intraprendere.

Quanta della tua esperienza come docente allo IED è finita dentro il volume?

Le Ragazzine del libro sono più piccole degli studenti con cui ho a che fare, non li ho “spiati” per questa storia. Però stare dall’altra parte della cattedra ha contribuito a farmi definitivamente salutare la mia adolescenza, non sono più uno di loro anche se mi vesto in maniera simile. La percezione del distacco mi ha convinto a raccontare le Ragazzine.

Le Ragazzine, la copertina - © Ratigher

Le Ragazzine, la copertina – © Ratigher

Come “Trama”, anche “Le ragazzine” racconta una umanità dolente e autodistruttiva. Ma a differenza che in quel caso, qui la storia ci riserva una sorta di “happy end” sui generis. Starai mica diventando più buono.

Non direi buono, piuttosto direi calmo. “Trama” rappresentava il confronto cieco e violento con un problema. “Le Ragazzine” individua una tattica di reazione. Quando hai un piano puoi riuscire a metterlo in pratica. Quello che mi interessava raccontare ne “Le Ragazzine” era la storia di una piccola ma convinta deviazione. Una deviazione feconda, che almeno mostrasse le potenzialità di un agire non conforme.

Negli anni 70 si diceva “Il personale è politico”. Letto attraverso quest’ottica, il tuo fumetto descrive una realtà totalmente prima di slanci ideali. Poche speranze?

Di sicuro la speranza non c’è, o almeno tento di eliminarla con tutte le mie forze. Escludere la speranza è il primo punto del tipo di riscatto che mi convince, uno slancio pratico. Mi ripeto, bisogna avere un piano per raggiungere un obiettivo. Ovviamente l’obiettivo desiderato deve essere frutto di desideri, pensieri e di ideali, ma quello che a me sembra mancare clamorosamente sono le tattiche per il raggiungimento di questi scopi. Il metodo “Primaomai” nasce da queste riflessioni.

Dopo tanto fumetto underground, la tua prossima sfida riguarda un personaggio che più mainstream non si può: il Dylan Dog Bonelli che presto firmerai come sceneggiatore.

Mi sento come uno scrittore pulp chiamato a sceneggiare ad Hollywood. Per me, cresciuto con il mito di Chandler e la scuola dei duri, è l’unica opportunità di vivere un’esperienza simile e non credevo che ne avrei mai avuto la possibilità. È un sogno che non ho mai fatto che si realizza. Spero anche di ritrovarmi a qualche party in piscina con gente scafata e pupe con la posa da frivole. Paura non ne ho, sento che è roba per me, che posso fare bene. Su Dylan Dog cercherò ancora di più di “scomparire” come autore, sono tutto proteso a dare ai lettori una grande storia del loro personaggio preferito. Quando ho scritto il primo “Giuda ballerino!” in sceneggiatura sono andato in cucina a prepararmi un long island e me lo sono seccato con un sorrisetto sbruffone.

Il tuo rapporto con la musica è ben consolidato, penso al milieu punk delle tue prime esperienze o alla collaborazione con “La Repubblica – XL”. Hai in programma qualche altra avventura in tal senso?

Disegno copertine per dischi punk/hardcore o altri generi di nicchia rumorosi ed ostici. Non suono più perché volevo concentrarmi solo sui fumetti, la musica non mi ha mai veramente interessato intellettualmente. Quello che mi ha coinvolto e che ancora mi guida nelle scelte di vita è la filosofia D.I.Y. alla base del punk consapevole, da metà degli anni ottanta ad oggi. In generale mi interessano tutte le scene completamente autonome ed indipendenti che creano una sistema, una scena appunto, intorno alla musica. Se dovessi tornare a suonare non lo farei per scrivere canzoni, quello che mi manca è la sensazione di evocare tempeste che solo una chitarra iper distorta ti può regalare.

Fumetto collettivo: è quello che ha dato i natali ad autori italiani diventati celebri in tutta Europa, come i Valvolinici,  quelli di Frigidaire eccetera. Senti la responsabilità di esperienze come queste? E per i tuoi fumetti c’è interesse anche al di fuori del nostro Paese?

"Le Ragazzine", un momento del romanzo grafico - © Ratigher

“Le Ragazzine”, un momento del romanzo grafico – © Ratigher

Quando vado a snellire del superfluo le mie storie, la mannaia cade sempre sugli aspetti legati alla contemporaneità e alla collocazione spazio temporale. Ambisco ad essere universale, e quando veramente raggiungerò questo scopo i miei libri saranno pubblicati in tutto il mondo e negli anni a venire. È l’obiettivo più difficile che mi pongo, ed è quello che vado cercando anche nei fumetti altrui. Parlo della “tensione verso”, non di un effettivo raggiungimento dello scopo che nel mondo del Fumetto è merce rarissima. Ci sono pochissimi fumetti che percepisco come tentati capolavori; di questo sparuto gruppo fanno parte quelli che sono pubblicati con successo all’estero, come accade per i libri di Manuele Fior, l’autore italiano il cui esempio più mi sprona e ammiro in questo momento. Per ora, con “Trama”, sono stato pubblicato in Francia, spero che accada anche con “Le Ragazzine” e che riescano ad arrivare anche in America. Le scuole che citi hanno dato il massimo, io spero di far parte di un’altra scuola che sia ancora in divenire.

Non esiste fumettista che non abbia fumetti che ama e fumetti che odia. Raccontaci i tuoi.

Quelli che odio non te li dico, accelererò così il loro oblio (e comunque, che odio, ce ne sono pochi). Di quelli che amo te ne dico uno solo, così chi sta leggendo se ne ricorderà quando andrà in libreria: “Stray Bullets” di David Lapham, storie di una provincia americana critica e spietata, raccontata in maniera asciutta ma con mille artifici narrativi che espandono i confini del racconto fino allo Spazio interstellare. Buon divertimento.