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Quinto Stato

Quando i fuori-corso sono “costi sociali”

L’offensiva del ministro dell’Istruzione Profumo contro gli studenti fuori-corso continua. Dopo avere ottenuto nella spending review di aumentare le tasse al 33 per cento degli iscritti quasi 600 mila persone, ai corsi universitari, una maggioranza che comprende anche gli studenti extra-comunitari e di seconda generazione, è giunto il momento della loro condanna sociale.

«Credo che sia un problema culturale – ha detto Profumo durante un intervento a Palermo – Non penso ci vogliano leggi per avviare verso la normalizzazione il Paese, all’Italia manca il rispetto delle regole e dei tempi». E ha aggiunto: «I fuoricorso hanno un costo anche in termini sociali».

L’aumento delle tasse, rigettato dai Senati accademici degli atenei di Bari e Torino, è il modo per far pagare un simile costo ai interessati. Un’istanza punitiva che Profumo ha cercato di moderare, correggendo lievemente il tiro, ma peggiorando la situazione.

Gli sfaticati, bamboccioni, opportunisti che vivrebbero alle spalle della società sono coloro che che “fanno un esame ogni tre anni” e non gli “studenti lavoratori”. A questi ultimi il ministro raccomanda una scelta: “facciano un part-time. Così facendo si creerebbero cittadini migliori in grado di gestire il proprio tempo al meglio». Affermazioni che rivelano una singolare ignoranza della condizione lavorativa degli studenti. Avere la possibilità di scegliere un part-time significa, innanzitutto, possedere un lavoro a tempo indeterminato. La lettura dell’ultimo rapporto Eurostudent può essere utile per smentire l’invito del ministro, mettendoci in contatto con una realtà ben diversa.

Il 23,2 per cento degli studenti che lavora, e sono fuori corso, possiede un contratto a brevissimo termine, e solo il 16,4 per cento ha un contratto stabile. E anche in questo caso non è certo che si tratti del part-time che indicherebbe lo status del buon cittadino. In realtà Profumo qui allude alla condizione del lavoratore adulto, dipendente (mettiamo un poliziotto, un impiegato) che si iscrive all’università e continua la sua normale attività. Non pensa, o trascura volontariamente, la maggioranza – ben più giovane e in ben altra condizione professionale – degli studenti che continua a lavorare in nero, e spesso lascia il regolare corso degli studi per un breve periodo di lavoro e torna a sedere tra i banchi.

Si tratta di un fenomeno relativamente nuovo, quello degli “studenti adulti”, età media 25 anni, investiti dal precariato e che hanno difficoltà ad acquisire un’autonomia dalla famiglia di origine. Un altro dato contribuisce all’aumento del numero dei fuori-corso. Il 24 per cento dei fuori-corso preferisce posticipare l’iscrizione ad una facoltà dopo avere terminato la scuola. Sempre per la stessa ragione: si continua (o inizia) a studiare per sfuggire al lavoro nero o precario. Sono stati definiti “sfigati”, poi “fuori-corso”, oggi sono “costi del non fare costi che il Paese non può più sostenere”.

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  • Fabio

    Gli studenti fuori corso pagano le tasse come tutti gli altri quindi non possono essere classificati come peso sociale: se hanno soldi e vogliono spenderli così sono liberissimi di farlo.
    Con lo stesso ragionamento del ministro potremmo considerare allo stesso modo degli studenti fuori corso anche i politici, gli anziani e i disabili: è un ragionamento che non si può accettare.
    Vivere sulle spalle della società vuol dire avere le cose gratis o non pagare le tasse.
    Credo che chi sostiene questa linea non capisca l’importanza dello studio: i tempi di apprendimento possono essere diversi e non tutti possono permettersi di lasciare lo studio per entrare in politica con stipendio garantito e alto e pochi obblighi.