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Quinto Stato

Quale svolta per le partite Iva nel 2016

freelance

Quinto Stato. Renzi ha annunciato il “Jobs Act per le partite Iva“. In attesa dei testi, in campo ipotesi minimalistiche e non all’altezza della crisi sociale del lavoro autonomo. Nello statuto del lavoro autonomo non ci sarà l’equo compenso o il salario minimo e, si dice, non riguarderà gli autonomi iscritti agli ordini professionali. Il rischio è quello di un annuncio a vuoto.

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Due notizie per le partite iva

Ci sono due novità non certo positive. Rispetto a ottobre, e in attesa di una vera bozza legislativa sullo statuto del lavoro autonomo, sembra che alle partite Iva non sarà riconosciuto l’equo compenso, né qualsiasi forma di salario minimo. Per non parlare del reddito minimo che in Italia non esiste per nessuno, unico paese in Europa. Ora lo istituirà persino al Grecia, obbligata dalla Troika, addirittura.

La seconda notizia riguarda l’emergenza dei ritardi nei pagamenti. Il governo pensa a un provvedimento di natura assicurativa, una polizza stipulata ad hoc dalle partite Iva contro il rischio di non essere pagati. Il costo dovrebbe essere deducibile. Da quello che si capisce agli autonomi, che già soffrono di un carico fiscale e previdenziale proibitivo e sono costretti ad anticipare ogni anno gli anticipi sulla base di quanto guadagnato l’anno precedente, sarà chiesto di pagarsi un’assicurazione contro i danni provocati dai loro committenti. Sembra che i soldi nascano sugli alberi e che le partite Iva siano imprenditori con una ricca disponibilità di contante. La realtà è diversa.

Cosa significa “stare sul mercato”

0soleautonomi

Sole 24 ore 27 dicembre 2015

Il titolo dell’articolo del Sole 24 ore ha il pregio di fotografare la contraddizione del provvedimento: si parla di nuove tutele MA in linea con le regole del mercato. L’uso della congiunzione avversativa instilla un dubbio: le tutele minimali su maternità, malattia, congedi parentali, accesso ai fondi Ue e polizza contro ritardi dei pagamenti permetteranno alle partite iva di stare sul mercato?

Un mercato dove si vive sotto la soglia di povertà, dove gli autonomi sono diminuiti di 260 mila unità dall’inizio della crisi e dalla gestione separata Inps non arrivano vere tutele? Senza una misura sull’equo compenso – almeno – le norme sul lavoro autonomo saranno certamente in linea con il mercato. Non avranno alcuna tutela effettiva contro il crollo del valore del lavoro, dei redditi. Senza una reale riforma fiscale e previdenziale, esclusa al momento dai provvedimenti annunciati, il problema per le partite Iva non sarà “essere in linea con il mercato”, ma resterà quello di sopravvivere al mercato e allo Stato.

Il punto sugli annunci

Il 90% delle proposte presenti nello statuto non sono farina del sacco del governo. Sono state adottate perché il governo ha adottato le proposte dei movimenti dei freelance negli ultimi anni. La “svolta” annunciata è ben poca cosa, a meno che il governo non voglia inserire misure ancora sconosciute. Lo “statuto” in questione non è un documento giuridico che afferma diritti fondamentali, per ora è un elenco di provvedimenti minimali non all’altezza della crisi sociale e di sistema del lavoro autonomo.

Ma visto che la presentazione del Ddl sembra imminente, vediamo quali sono i punti della proposta che risale al 10 ottobre 2015:

– per la malattia grave si prevede la sospensione degli obblighi Irpef e Inps con possibilità di rateizzazione su un periodo tre volte superiore rispetto alla durata della malattia;

– per la maternità si prevede di eliminare l’astensione obbligatoria dal lavoro

– per i congedi parentali si pensa a un periodo di sei mesi nei primi tre anni di vita del bambino.

– deducibilità della formazione e dell’aggiornamento fino a 10 mila euro di spese per l’iscrizione a master, corsi e convegni

– accesso dei professionisti ai bandi europei,norma ottenuta in legge di stabilità grazie a una battaglia di Acta, Confassociazioni, XX maggio e Confprofessioni

– norme sulla difesa della proprietà intellettuale e sulla tutela contrattuale con la possibilità di recesso e richiesta di risarcimento.

Questi gli elementi conosciuti dello «statuto» per il lavoro autonomo che punta a riconoscerne le qualità proprie del lavoro autonomo, senza confonderlo con i parasubordinati, le «false partite Iva», opponendo i professionisti iscritti agli ordini ai lavoratori autonomi «non ordinisti».

Il lavoro autonomo degli ordini professionali escluso?

E’ lodevole l’intenzione del governo di determinare il criterio giuridico che definisce il lavoro autonomo, senza confonderlo con il lavoro parasubordinato delle “false partite Iva” o considerarlo come l’antitesi del lavoro subordinato, quindi un non-lavoro. Lo statuto dovrebbe servire proprio a questo. Ma è solo una distinzione preliminare, anche se nessuno fino ad oggi l’ha fatta dopo vent’anni di riforme del lavoro e delle pensioni.

Il problema è: i lavoratori autonomi iscritti alle 19 casse previdenziali private sono compresi o no dallo statuto? Il testo della bozza di Del Conte è ambiguo su questo punto: in partenza sembrerebbe di sì, ma poi si concentra solo sugli autonomi iscritti alla gestione separata dell’Inps: 180 mila persone circa, escludendo il 1,6 milioni di parasubordinati iscritti alla stessa gestione.

In un recente intervento all’ordine degli architetti a Roma Del Conte avrebbe sostenuto che il governo non ha ancora deciso se fare uno statuto per 180 mila persone oppure per tutto il lavoro indipendente in Italia: 5,4 milioni di persone (dati Istat, 3,4 svolgono attività in proprio senza dipendenti). Tra le ipotesi sembra prevalere quella di escludere gli autonomi ordinisti, dunque una maggioranza del lavoro indipendente, dai benefici dello statuto. Loro hanno le loro casse previdenziali che erogano il welfare di categoria.

C’è il rischio di una bufala

Se fosse confermata questa ipotesi, sarebbe una presa in giro. Fare uno statuto del lavoro autonomo destinato a 180 mila persone – o poco più – non sembra un’operazione brillante per una proposta che sembra porsi su un terreno universalistico, per la prima volta da quando è in carica il governo Renzi. E’ un’occasione mancata che per di più discrimina gli autonomi “atipici” da quelli “ordinisti” ed entrambi dall’intero corpo del lavoro indipendente che è ancora più ampio. Questo pasticcio deriva da una scarsa conoscenza del lavoro autonomo in quanto tale: non basta definirlo giuridicamente, bisogna comprenderlo come questione sociale del lavoro e non dell’impresa.La questione sociale è quella del lavoro indipendente e del lavoro precario: precariato, pensioni basse o inesistenti, zero tutele o quasi nel presente. E tuttavia le risorse accumulate da questi lavoratori tengono in vita il sistema pensionistico italiano.

Non riformare il welfare e le pensioni degli indipendenti significa lasciare intatto il sistema fallimentare delle casse di previdenza che, come si legge nell’ultimo rapporto Adepp, hanno serissimi problemi di sostenibilità dovuto al crollo dei redditi degli under 45. Così facendo il governo del “rottamatore”, quello contrario ai corpi intermedi e alle rappresentanze di categoria, lascerebbe il campo al ceto dirigente che non ha saputo governare la crisi devastante di tutte le professioni. Un’eventualità da scongiurare, per quanto possibile. In quel caso il renzismo si confermerebbe un progetto di modernismo conservatore, se non proprio reazionario, di cui questo paese non ha davvero bisogno.
Un’interessante alternativa al dibattito in corso la si può individuare nella “carta dei diritti” che una rete di associazioni “Coalizione 27 febbraio” promuoverà in tutto il paese da gennaio:

*** Coalizione 27 febbraio: nasce la carta dei diritti del lavoro indipendente

  • Davide Campione

    Non capisco alcuni aspetti di questi due punti:

    – per la maternità si prevede di eliminare l’astensione obbligatoria dal lavoro

    – per i congedi parentali si pensa a un periodo di sei mesi nei primi tre anni di vita del bambino.

    Ok, dovrebbe essere previsti maternità e congedi parentali, ma il datore di lavoro, al ritorno dagli stessi, è OBBLIGATO a riprenderti? O cosa?