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losangelista

Puzza di Web 3.0

Linkiamo un post di Enrico Beltramini che sul fattoquotidiano scrive del “dopo Facebook” gia’ iniziato, si legge, fra i giovani americani studenti del college in cui insegna l’autore. Per i ragazzi,  FB e’ antinquato come lo sono gli altri social network, superati da app downloadate dallo store, condivise con gli amici su pad e fonini per scopi prettamente utilitari  (studio, divertimento ecc.). In questo modo i ragazzi si costruiscono un “internet personalizzato”  parallelo a quello “generalista” in cui navighiamo noi vecchi babbioni. Chiamateci luddisti ma il pensiero di questa rete “autoridotta” ci riempie di tristezza – e di diffidenza. Infatti  il post, col tono oggi prevalente,  passa a parlare del radioso futuro che attende il web di era post 2.0. Quale?  Personalizzazione e “cloud” – gli slogan del momento per una cultura tecnologica che agli slogan e’ assuefatta. La personalizzazione e’ presumibilmente quella dei ragazzi di cui sopra, interessati solo alle proprie utili applicazioni,  ma ancora di piu’ quella che le case di Silicon Valley implementano ogni giorno mediante gli algortimi che individuano le abitudini degli utenti.

E’ la ragione per i pop-up che vi propongono ogni giorno per mesi offerte sul modello di  fotocamera di cui avete avuto la malaugurata idea di leggere una recensione sei mesi fa. Irritante vabbe’, ma c’e di peggio: gli stessi sistemi ci propongono automaticamente “consigli per gli acquisti di oggetti, DVD, brani musicali che gli algortimi hanno determinato fanno al caso nostro in base alle nostre abitudini e ai nostri gusti. Alla faccia della electronic frontier piena di esplorazioni e incontri inattesi, di nuove scoperte e infinite possibilita’: gli algoritmi sanno cio’ che fa per noi e si vogliono assicurare che sempre lo faccia, costruendo una rete solipsista attorno ad ognuno di noi, o meglio ai nostri consumi. Una rete destinata a somigliare sempre di piu’ a un centro commerciale in cui gli utenti sono volenterosi consumatori. Non e’ un caso che il post di cui sopra per enumerare le meraviglie del web 3.0 comincia dal solito shopping, personalizzato naturalmente dai telefonini che ci segnalano servizievoli i saldi geolocalizzati in base alla nostra ubicazione – la definitiva transizione cioe’ da utopica rete di interconnessione e informazione a consumosfera telematica – chi non applaude l’ultimo gadget scintillante che la contiene, naturalmente e’ un retrogrado.  Siccome e’ pregiatissima invece dalle aziende e dai pubblicitari,  la personalizzazione si fa sempre piu’ insidiosa,  al punto che viene ora sperimentata dai motori di ricerca: la stessa  ricerca Google dara’ cioe’ risultati diversi da utente ad utente in base alle “preferenze individuali” o alle nostre “abitudini di consumo”;  un ulteriore passo del “libero mercato delle idee” verso lo shopping mall dei desideri.

Tutto questo e la “nuvola” il cloud computing il sistema in cui i nostri dati vengono trattenuti non nei nostri computer ma su server remoti accessibili in  rete dai nostri terminali portatili. Altro sviluppo acclamato  come progresso quasi per riflesso, semplicemente in quanto nuovo,  ma che dovrebbe invece far riflettere. l’accesso universale ai nostri dati viene  a costo di cederli volontariamente – anche piu’ di quello che ogni giorno gia’ comunque facciamo – ai nostri guardiani digitali e a rimuoverli ulteriormente dal nostro controllo: se un governo o un copro di polizia vuole accedere ad un nostro computer deve per esempio requisirlo fisicamente premunendosi di un mandato. Ma una volta che questi sono custoditi da un provider commerciale,  quanto piu’ facile sara’ ottenerli? Non si tratta di essere nostalgici di  ingenue utopie, ne di opporre modelli commercialmente sostenibili su internet, ma dobbiamo davvero acriticamente applaudire  ogni nuova strumentalizzazione tecnologica?