closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Quinto Stato

Cnr: Si dimette Profumo, restano i problemi

Il ministro dell’Istruzione e della Ricerca Francesco Profumo non ha atteso il parere dell’Antitrust e si è dimesso dalla presidenza del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Lo ha seguito anche il ministro dell’ambiente Corrado Clini che, nelle stesse ore, ha comunicato di essersi dimesso dalla presidenza dello Science Park di Trieste.

Diversamente da quanto affermato venerdì scorso durante la conferenza stampa del governo sul decreto semplificazioni, Profumo ha preferito lasciare l’incarico prima del 16 febbraio, giorno in cui l’Antitrust non solo avrebbe ratificato l’incompatibilità del doppio incarico, ma avrebbe confermato la decadenza dalla carica sin dal primo giorno della sua nomina a ministro, cioè il 16 novembre.

L’antitrust avrebbe così ratificato una situazione paradossale: per quasi tre mesi il Cnr sarebbe stato diretto da un presidente decaduto. Avvertito del problema, Profumo ha provato a schernirsi, più volte ha detto di essersi “autosospeso” da presidente del Cnr (dove era stato nominato da pochissimo). Alla fine si è arreso all’evidenza.

Nel comunicato rilasciato nella serata di ieri, Profumo conferma di avere lasciato la direzione alla vicepresidente del Cnr Maria Cristina Messa, conferendo i poteri di vigilanza al sottosegretario Marco Rossi D’Oria. Una decisione che aveva annunciato la settimana scorsa durante una visita a Cracovia, dimenticando però di citare il nome di D’Oria che assumerà il nuovo incarico. Fino ad oggi erano in pochi al Cnr ad avere avuto notizia di questa decisione del ministro. «La scelta di non dimettermi immediatamente – spiega – aveva la sola finalità di preservare la continuità di azione del Cnr, in una fase particolarmente delicata, evitando in quel momento uno stallo amministrativo che avrebbe rischiato di pregiudicare il processo avviato».

Non c’è dubbio che, a seguito di questo pasticcio, già denunciato dall’ex ministro dell’Istruzione e Università Giuseppe Fioroni (Pd), lo stallo del Cnr continuerà in attesa che si trovi un modo per nominare il successore di Profumo. La situazione però è complicata: Profumo è stato scelto dalla Gelmini da una rosa di cinque nomi indicata da un “search committee”. Insieme a lui c’erano l’ex presidente del Cnr, Luciano Maiani, Andrea Lenzi, Luigi Nicolais e Tullio Pozzan.

Oggi Maiani non può sostituirlo perché è stato nominato alla presidenza della commissione grandi rischi. Si attendono lumi sugli altri nomi in lizza. Resta il fatto che a sceglierli, oppure a riconvocare il comitato che dovrà stabilire una nuova lista di potenziali presidenti, sarà sempre Profumo, cioè il ministro ex presidente del Cnr.

La brevissima parentesi dell’ex rettore del Politecnico di Torino alla presidenza del più grande ente di ricerca italiano non ha permesso di affrontare, com’è ovvio, nessuno dei suoi problemi. Ad esempio il nuovo statuto, approvato solo pochi mesi fa, segna una svolta dirigista nella sua gestione. Non solo perché accentra nelle mani del ministero (cioè ancora di Profumo) una serie di prerogative da sempre custodite gelosamente dal Cnr (anche per vincolo costituzionale). Ma soprattutto perché impone di rispettare il tetto alla spesa per il personale che non potrà superare il 75% del budget annuale ricevuto dal governo (550 milioni di euro).

Da ministro, o da presidente del Cnr, Profumo non sembra avere ancora pensato di modificare questa norma dello statuto – anche perché bisognerebbe scriverne un altro. Il problema del Cnr – come di tutta l’università italiana che non può superare il 90% del budget (ma sembra che ci sia una modifica in arrivo) – è l’imposizione di questo tetto di spesa sugli stipendi del personale già assunto. Questo vincolo condizionerà pesantemente tutte le scelte scientifiche del Cnr che coordina oltre 100 istituti sparsi in tutta Italia.

Non ci sarà concorso, né borsa di studio, che potrà essere concessa senza prima avere considerato la loro compatibilità con il bilancio generale. Questa norma è stata introdotta sulla scia di un’evidente falsificazione della realtà. Anche di recente, un articolo pubblicato su un importante quotidiano ha ripreso un tema assai popolare con il governo precedente. E duro a morire anche in quello attuale.

Al Cnr, come del resto all’università, è stato imposto un vincolo alla spesa del personale, cioè i ricercatori, perchè sono troppi, assorbirebbero il 75% (e oltre) del bilancio, non producono. È in base a questo assunto che la riforma Gelmini ha limitato l’autonomia scientifica dell’ente. Solo che questo assunto è falso. Una lettura del recente rapporto della Corte dei Conti sul Cnr, rivela infatti che le spese per gli stipendi di ricercatori e tecnologi impegna al Cnr il 30% delle risorse (il 13% del personale amministrativo), mentre il 75% viene investito nella ricerca.

Da anni, il Cnr si autofinanzia le ricerche grazie a progetti e grant europei, al punto da avere raddoppiato il budget garantito dallo Stato. Il bilancio complessivo è di 1,1 miliardi di euro, più del doppio dei fondi ricevuti dal ministero. Qualora lo volesse, Profumo potrebbe affrontare anche da ministro il vero problema degli enti di ricerca: i loro fondi sono fermi ai valori del 1993, ci sono ancora migliaia di precari da stabilizzare, mentre sarebbe necessario creare nuovi posti per i ricercatori.

A Profumo interessa molto rendere più “competitiva” la ricerca italiana sui fondi europei, che presto arriveranno, del programma “Horizon 2020”. Se il suo intento è serio, e non c’è ragione di dubitarne, inizi a risolvere i gravissimi problemi strutturali creati dalla riforma Gelmini, che vanno ad aggiungersi a quelli che già in passato hanno penalizzato, e ridotto al lumicino, la ricerca italiana.