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Quinto Stato

Profumo di dietro-front sulle 24 ore

Alla fine ha ceduto. O almeno così sembra dai retroscena già noti dalla metà della settimana scorsa. La protesta contro l’aumento dell’orario di lavoro dei docenti senza retribuzione ha spinto il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo ad un nuovo dietro-front. Decisiva è stata l’offensiva del segretario Pd Pier Luigi Bersani che domenica ha ribadito: “voglio dirlo con chiarezza, noi non saremo in grado di votare cosi’ come sono le norme sulla scuola”, afferma Bersani. Sono norme – aggiunge il segretario del Pd – al di fuori di ogni contesto di riflessione sull’organizzazione scolastica e che finirebbero semplicemente per dare un colpo ulteriore alla qualita’ dell’offerta formativa. Voglio credere che cio’ sara’ ben compreso dal governo. Diversamente, saremmo di fronte a un problema davvero serio”.

Messaggio ricevuto. Nelle ultime ore Profumo ha detto ai suoi di mollare la presa: “Siamo troppo vicini alla campagna elettorale sembra abbia detto – I 183 milioni da tagliare cerchiamoli nelle singole voi di spesa, non c’è tempo per fare grandi riforme”. “Grandi riforme” per una “scuola un po’ futuribile” (le parole sono sempre del ministro) che verranno comunque affrontate negli “stati generali della scuola del terzo millennio” a gennaio dove, come in una ideale lavagna dei desideri dove appuntare la road map delle velleità riformiste, il ministro conferma di volere invitare tutti gli attori della scuola per immaginarne gli scenari. Il sottosegretario Rossi Doria conferma: “Il mio impegno è per cambiare la norma durante la discussione parlamentare”. Rossi Doria non respinge in linea di principio l’idea che l’orario di servizio degli insegnanti possa essere cambiato e anche aumentato: ma “una norma sul tempo di lavoro di chi è già occupato e di chi è precario deve passare attraverso una concertazione seria con tutti i protagonisti”. L’intera partita del nuovo contratto per il personale della scuola, come dell’aumento dell’orario di lavoro, “viene rimandata al 2015”. Una retromarcia su tutta la linea. Ancora una volta, il ministero dell’Istruzione, scottato da una politica degli annunci a dir poco avventata, è costretto a ritirarsi con la coda tra le gambe.

Ma la trattativa per fermare i tagli è ancora all’inizio. E non sono esclusi ulteriori colpi di scena. La legge di stabilità, nell’attuale versione, prevede un risparmio di 721 milioni a regime, dal 2014 in poi. L’anno prossimo il taglio sarà di 240 milioni. Cifre molto più pesanti di quelle previste dalla spending review dell’agosto scorso dove, a regime, il risparmio sulla scuola era quantificato in 237 milioni. Nella relazione tecnica che accompagna il provvedimento si apprende che il risparmio generato dall’aumento delle ore, senza retribuzione, sarebbe di 265 milioni con il taglio dei supplenti che varia dai 6400 denunciati dal Pd ai 30 mila denunciati dalla Cgil.

Nel frattempo si moltiplicano i flash mob dei docenti, e l’astensioni dalle attività extra-istituzionali. Domenica un flash mob auto-convocato su facebook dei docenti ha dato il segnale. Venerdì prossimo ci sarà un’assemblea in cui il coordinamento dei docenti romani, e coloro che si sono mobilitati nell’ultima settimana nei licei della capitale discuteranno le modalità di un nuovo presidio sotto il Miur per domenica prossima: “ci piacerebbe portare in piazza la scuola migliore, con i suoi protagonisti e le sue parole, leggendo ad esempio il discorso sulla Costituzione di Piero Calamandrei”, dicono.

Si ritorna al punto di partenza. Tutto fermo fino al 2015. Ma allora sarà un’altra storia. Forse non migliore di quella che abbiamo raccontato in queste settimane.