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Processo breve, una banda allo sbando

Non sarà la «resa incondizionata» evocata da Dario Franceschini ma certo Pdl e Lega sono stati costretti a una ritirata strategica non da poco sul «processo breve». Una rotta che lascia sul campo morti e feriti. La maggioranza finisce vittima delle sue macchinazioni e delle sue divisioni.

Alla camera è stata l’ennesima giornata di tafferugli, caos e fibrillazioni di ogni genere. Insulti irripetibili perfino alla deputata in carrozzella del Pd Ileana Argentin. La mattinata inizia malissimo per Pdl e Lega, che vengono battuti in aula sull’approvazione del processo verbale della giornata precedente (quella conclusasi con i vaffanculo di La Russa a Fini). Di solito è una formalità ma le opposizioni tengono botta e tra assenze sospette e l’esecutivo impegnato a palazzo Chigi per il consiglio dei ministri, la votazione per la destra è una disfatta.

La seduta inizia tra schermaglie procedurali e «stop and go». Il Pdl prova a prendere tempo per rimpolpare i ranghi ma alla fine si deve pur andare avanti e votare. Fini tiene aperta la votazione per cinque lunghissimi minuti. Prova a essere equanime. I deputati della maggioranza scalano i banchi per arrivare in tempo. A Palazzo Chigi sospendono la seduta e i ministri volano letteralmente in aula come i peones qualsiasi sempre in ritardo: una scena indecente. Ma non basta.

E’ pareggio, il verbale è respinto e il Pd riesce a far perdere tutta la mattina sulla nuova stesura. E’ di nuovo il caos. Il ministro Alfano in un gesto di stizza tira il tesserino da parlamentare addosso ai banchi dell’Idv. E un deputato del Pdl, probabilmente il pugliese Pietro Franzoso, colpisce in pieno volto Gianfranco Fini con un pacco di fogli. Dalla maggioranza tutti inveiscono contro Fini, chiedendone le dimissioni. Ma come dirà poi in aula Italo Bocchino di Fli, «non si può accusare l’arbitro se si prende un gol». Fini, tra l’altro, il giorno degli insulti di La Russa aveva appena salvato Berlusconi consentendo il voto dell’aula sul conflitto di attribuzione.

La seduta è sospesa in un clima velenoso di sospetti e insulti generalizzati. Renzo Lusetti dell’Udc, segretario d’aula, ricorre ai trucchi dei vecchi congressi democristiani per mandare la riscrittura del verbale più per le lunghe possibile. Tanto che dopo più di un’ora di lavoro su una singola frase (il famigerato vaffanculo), è lo stesso Fini a farsi vivo chiedendo di tornare in aula.

Le opposizioni continuano con l’ostruzionismo ma il vero scontro è programmato alle tre, subito dopo la pausa pranzo.
Si ricomincia. Il Pdl teme di non farcela e torna sui suoi passi chiedendo di accantonare la prescrizione breve a martedì. Franceschini prova lo scacco matto con il ritorno del testo in commissione ma a differenza della mattina per il Pd finisce malissimo: perde per 2 voti.

Si va avanti con un governo che non sa più come fare e l’opposizione che continua a inchiodarlo ai propri posti. I leghisti sbuffano pensando ai trolley che li attendono per il ritorno a casa.

Due ore di discussione procedurale, con mediazioni a distanza tra il capogruppo leghista Reguzzoni e quelli di Fli e Pd. Cicchitto non c’è e lo stratega del Pdl è il vicario Simone Baldelli. Prende tempo, mira a sospendere tutto fino a martedì e ripartire col processo breve prima di Ruby. Non si può: prima ci sono la legge sui piccoli comuni e il ddl «comunitario». Berlusconi in aula non c’è ma dicono sia una belva. Raduna Ghedini e i vertici del partito a palazzo Grazioli. Si attendono ordini. Che puntuali arrivano ad opera dell’altro vicecapogruppo pidiellino Corsaro.

La posta è massima e arriva la bomba atomica: la maggioranza chiede il ritorno in commissione, cioè l’accantonamento, dei due provvedimenti che si frappongono agli agognati scudi salvapremier. Succede l’ira di dio ma alla fine va come deve andare a finire. Fini sospende la seduta e convoca i capigruppo per decidere il nuovo calendario.
Altra pausa di un’ora. Verso le 16 Bossi si presenta in aula. Il Pdl deve valutare se riesce a sostenere il rischio di una votazione.

Alla fine la capigruppo non trova l’accordo e come da regolamento il ddl accantonato (la prescrizione breve) finisce all’ultimo posto del calendario prefissato. Oltre al danno la beffa: martedì si vota su Ruby, poi sui piccoli comuni, poi la «comunitaria», poi la modifica della legge sulla contabilità e finanza pubblica e solo al quinto posto la salva-premier. Una sconfitta totale che rimanda il provvedimento alle calende greche, in pieno processo milanese.

Rinviato anche il nodo delle sanzioni per il deputato Ignazio La Russa. Non esistono precedenti nella storia della Repubblica di un ministro che insulta il presidente della camera. La condanna dei questori è totale ma qual è la punizione adeguata? Si ipotizza che possa seguire i lavori come membro del governo ma senza diritto di voto come parlamentare.

Anche Fabrizio Cicchitto in aula certifica che il triumviro ha «commesso un errore». «Doveva starsi zitto», cachinna Bossi. Il reprobo non si fa vedere né chiede scusa all’aula come voleva Casini. Fini chiede approfondimenti regolamentari e intanto convoca il ministro Maroni per chiarire cosa non abbia funzionato nel servizio di sicurezza a piazza Montecitorio durante il sit-in di mercoledì.

dal manifesto del 1 aprile 2011