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Pro Patria di Ascanio Celestini, l’utopia senza sbarre

«Governammo senza prigioni e senza processi». Il giudizio di Mazzini sull’esperienza generosa e sfortunata della Repubblica Romana del 1849 è una frase rivoluzionaria. Tanto più oggi, nell’Italia dei Fiorito e dei questurini dattilografi. Una frase che è uno dei leitmotiv di Pro Patria, l’ultimo spettacolo di Ascanio Celestini in scena fino al 14 ottobre al teatro Vittoria di Roma.

Due ore di monologo interrotte soltanto da cinque sorsi d’acqua. Una scena claustrofobica come una cella, un quadrato 2 metri per 2 e uno sgabello. Lo spazio fisico e metaforico in cui un detenuto parla con Giuseppe Mazzini mescolando eroiche gesta risorgimentali, slang da penitenziario e poche sentenze del Tractatus di Wittgenstein.

Un monologo circolare, in cui Celestini cammina attorno allo sgabello come la storia gira intorno ai cardini di sempre: l’ingiustizia, la lotta contro l’ingiustizia, la punizione di chi perde. Pro Patria è la storia di una sconfitta, tragica, di tre risorgimenti: quello anarchico e rivoluzionario dei Pisacane; quello delle brigate Garibaldi che dopo il fascismo volevano una Repubblica se non socialista almeno di popolo e di lavoratori; quello del ’68, infrantosi sulla prima bomba in una banca, il 12 dicembre 1969 a piazza Fontana. La strage di stato. Ma lo stato di stragi ne ha fatte tante. Sempre. A centinaia di migliaia. Strage di persone e strage di giustizia. La rivoluzione perciò è governare «senza prigioni e senza processi».

Un’utopia che Celestini srotola sul palcoscenico a mitraglia, scivolando qua e là in digressioni surreali sulle carceri di oggi, fatte di uomini ridotti a infanti che riempiono le «domandine», bollati come «camosci» (i detenuti) o «erbivori» (gli ergastolani).

Già l’ergastolo. È rivoluzionario, nell’Italia di oggi, scagliare l’arte contro l’ergastolo e contro la prigione. La storia non siamo «noi» (retorica). La storia è di chi vince (realtà). E questa patria, che da oltre 150 anni è unita sulla carta geografica in realtà è stata fatta dai perdenti. I rivoluzionari.

Cosa c’è di più rivoluzionario nell’Italia di oggi se non criticare il carcere come strumento unico e totale di giustizia sociale, la leva del cambiamento e livella della disuguaglianza tra chi ha e chi non ha.

«In galera i ladri» è il programma delle liste elettorali che troveremo presto alle urne. Anche Celestini, che sulla scena è un ladro di mele che diventa rivoluzionario e scrive un discorso per Mazzini, è contro i ladri. I ladri di futuro e di giustizia però. I re e i papi, gli statisti e i cardinali. Il vero furto è la proprietà.

E la storia della Repubblica Romana è un po’ il filo rosso che lega lo spettacolo all’oggi. Ciò che sarebbe potuto essere e ciò che è stato. Destinata alla sconfitta, è annunciata da Mameli ai compagni d’Altitalia con un telegramma che oggi sarebbe un tweet: «Roma, la repubblica, venite». È uno slogan che vorremmo rileggere sui muri prima e dopo la cacciata di Alemanno dal Campidoglio.

dal manifesto del 13 ottobre 2012

“quand’è che l’avete capito che era finita, mazzini?
quando finisce la rivoluzione?
finisce a roma nel ’49 con la fine della repubblica?
o con le insurrezioni degli anni ’50?
con le impiccagioni e le fucilazioni di belfiore che faranno guadagnare a francesco giuseppe il soprannome dell’impiccatore?
con l’insurrezione di milano del ’53?
qualche migliaio di uomini che assaltano caserme e posti di guardia e sperano nella diserzione dei soldati ungheresi che invece non ci pensano proprio.

alla fine vengono giustiziati in 16.
quella volta marx scrisse che la rivoluzione è come la poesia, non si fa su commissione.
quando è che avete pensato “siamo sconfitti”, mazzini?”