closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Poltergeist

Prison Break – L’arte accidentale

Le serie televisive più note sono sempre quelle d’azione, oggi come dieci o venti anni fa, proprio come un film d’azione ha più pubblico di una pellicola di stile e a coloro che pensano al cinema come kinéma, termine greco da cui la parola discende, puro e solo movimento di immagini si potrebbe ribattere che sarebbe come dire che la poesia vera è solo quella cantata, quella cioè appena precedente a Saffo,e che dunque tutta la poesia moderna, che sembra in confronto atonale, addirittura muta, non ne è che una imitazione scempia.

Lo stesso criterio viene adottato, soprattutto da chi non guarda quasi mai la televisione, nel catalogare i telefilm: nati come intrattenimento semi-barbarico, devono continuare a essere quel che erano originariamente. Eppure sappiamo bene quanto le forme d’arte si siano modificate nei secoli e come da una ne nasca un’altra proprio in virtù di quella elasticità caratteristica delle creazioni umane. Suppongo che il telefilm come opera d’intrattenimento rimanga l’unica forma consona agli occhi di chi non crede che le serie possano diventare opere d’arte – del resto però non possiamo chiedere alle azioni a cui dedichiamo i minori sforzi di diventare elaborate coreografie.

Con il tempo lo snobismo si è trasformato in biasimo e ha costretto il telefilm in una forma introflessa che si è sviluppata dagli arti di un giovane malnutrito, costretto a sviluppare le proprie doti in segreto. Quella che ne è nata è un’arte accidentale, nascosta e come cancellata con tecnica barocca nelle fibre delle serie, ormai il leit-motiv di molta televisione.

Oggi parlare d’arte nei telefilm è spesso un tabù, anche per i produttori, perché si crede a un pubblico più di invenzione che reale, un pubblico che non vuole essere distratto dall’azione. Ma se questo può essere vero in senso orizzontale, attraversando in superficie quella massa vichiana di mandrie dal ventre gonfio e dalla cena sul divano chiamate pubblico televisivo, c’è un’arte che striscia in fondo ai telefilm e sussurra lo stile a chi sa ascoltare.

Prison Break è stato uno dei più amati telefilm d’azione ed è, a differenza della sua controparte iperattiva e nevrotica – 24 –, pieno di dettagli e sottotesti di stile, celati appena sotto la gonna della storia. Le fila iniziali della trama si sono perse con il tempo, come quasi sempre accade alle serie che sopravvivono alle storie, e questo telefilm nato da un’idea molto buona – un fratello intelligente che si fa incarcerare per salvare il fratello cretino – è stato snaturato da un ammasso tale di puntate da mettere alla prova gli autori che hanno dovuto diluire l’idea in tanti, troppi episodi.

Tuttavia la serie, grazie a Fernando Agüelles, straordinario direttore della fotografia e nucleo creativo della troupe, riesce sempre a restituire immagini memorabili, complice qualche regista più capace di altri, nascoste in frammenti brevi o veloci carrellate di ricordi.

Mai più lunghe di qualche istante, quasi dei fotogrammi, queste scene agiscono come le pubblicità subliminali, istruiscono involontariamente il pubblico ad apprezzare lo stile e non solo quella seccatura che è ormai diventata la trama. Le scene di collegamento tra i lampi artistici – a volte pienamente involontari e frutto dell’istinto del direttore della fotografia o di un intraprendente cameraman – sono banali, viste e straviste. Paradossalmente, consiglierei di guardare, o insomma a riguardare, Prison Break per la purezza dello stile e non per l’azione, di cui si può fare indigestione quasi ovunque nel piccolo schermo. Forse così si apprezzerebbero quei dettagli che cospirano, agendo più sull’inconscio che sul nostro conscio, al successo di quest’opera televisiva.