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Poltergeist

Prime Suspect – Femminismo democratico

Vent’anni fa Helen Mirren inaugurò la serie britannica Prime Suspect (tuttora in onda) impersonando un’investigatrice che soffre l’essere donna in un mondo che riconosce solo femministe. Prime Suspect descrive un mondo tanto maschilista da apparire a volte un cliché, anche se la disadorna poesia del linguaggio televisivo inglese rende sempre tutto credibile – notevole il caso di Misfits, telefilm soprannaturale con un piglio più naturalistico della sua controparte patinata e programmaticamente “vera” Skins. La serie è tutta giocata attorno al tema del potere e di chi è al vertice di una piramide – a partire dal titolo che tradisce subito che al centro della storia non ci sarà la ricerca di un sospettato ma la scoperta delle prove per incastrare chi è già il principe degli indagati, quel principale sospettato che domina la scena da subito.

L’investigatrice Jane Tennison, attraverso quello che somiglia molto a un colpo di stato, diventa ispettore in capo di una task force composta da una serie più o meno indistinta di subordinati, tutti uniformemente rappresentati come forza lavoro. Nei telefilm americani tutti i personaggi sono, a modo loro, dei protagonisti. CSI, per esempio, racconta di un laboratorio della scientifica in cui ogni tecnico ha la stessa importanza, e la stessa possibilità di risolvere il caso, del direttore o dell’investigatore della polizia – nei telefilm americani sono tutti degli specialisti, anche in senso lato, ognuno cioè ha una sua caratteristica insostituibile (l’agorafobico, l’alcolizzato, lo stupido); nei telefilm inglesi la democrazia è sempre rappresentata nella forma della liberalità più o meno formata di un leader ed è più difficile trovare un personaggio che sia speciale perché “strano”: si è speciali per il modo in cui si fanno le cose, non per cosa si è. È evidentemente un modo diverso di concepire la democrazia, quello americano e quello europeo, che permette di accomunare, per esempio nel caso di protagonisti di serie poliziesche, il tenente Colombo e l’ispettore Derrick in quanto entrambi abitanti del pianeta terra. Tanto Colombo è eccentrico e speciale, nel vestire, nel parlare, nell’usare trucchi e finzioni, tanto Derrick è il ritratto del tipico zio noioso che fa sempre lo stesso regalo a natale.

Anche lo sguardo sulle vicende narrate è uno sguardo dall’alto, una costante panoramica che dà continuamente il quadro d’insieme e fa dello spettatore un giudice, una figura che controlla una storia che si dipana sotto i suoi occhi. Nei telefilm americani invece lo spettatore è spesso preso alla sprovvista e messo davanti a immagini truculente, esposto a un linguaggio aggressivo o volgare, sorpreso ed emozionato da singolarità di scrittura e istrionicità della performance in modo tale che non riesce a essere veramente imparziale e può anche essere disposto ad accettare comportamenti immorali o illegali da parte dei personaggi. In America lo spettatore televisivo è sempre trattato nello stesso modo, anche quando guarda gli sport: nei recenti campionati di ginnastica le telecamere delle reti americane si sono posizionate all’altezza dei concorrenti trasmettendo le immagini dei volteggi nel corpo libero come delle corse rutilanti che sembravano dover avere conclusione naturale con un doppio salto mortale sul divano di casa mentre quelle europee hanno mantenuto uno sguardo più dall’alto emozionando certo meno ma permettendo allo spettatore di giudicare meglio le evoluzioni degli atleti.

Così è anche Jane che non si emoziona di fronte allo scempio di cadaveri torturati – anche le immagini più crude sono curiosamente stranianti – e si emoziona solo quando deve fare una performance: un investigatore americano non mostra mai ansia prima di entrare nella sala interrogatori, … invece si attarda allo specchio, si corregge il trucco, fa esercizi di respirazione. Quando il marito le chiede se si emoziona di fronte alle vittime lei risponde di no e invece di emozionarsi quando deve fare la notifica del decesso. Una performance, un’azione che lei comanda, non una situazione che subisce.

È forse per questo che la recitazione della Mirren, tutta a levare, può apparire meno straordinaria di quella di un protagonista di serie americane: l’ispettore Tennison non ha tic di nessun tipo (il suo frequente passarsi la mano tra i capelli è dovuto solo a un’infelice acconciatura anni ’90) e non tradisce particolari sentimenti nemmeno quando il marito la lascia. Questa scelta viene anche dall’impianto nobilmente femminista della serie. Jane ha superato la quarantina e ha dovuto combattere contro un sistema in cui perfino le vittime e i sospettati non hanno rispetto di un investigatore donna e ora che è finalmente a capo di una squadra non mostra alcuna esitazione di fronte all’incomprensione del marito che la vorrebbe ancora più moglie casalinga che donna in carriera. Jane mostra anche tratti di egoismo e aggressività in seguito alla sua promozione, il telefilm non cade nelle piccinerie delle serie programmatiche e l’ispettore Tennison ha i vizi del potere che potrebbe avere un qualsiasi uomo al suo posto.

Prime Suspect è una serie girata in modo tagliente con un piglio cinematografico: l’entrata nei casi è lenta, i personaggi e gli eventi sono rappresentati da una serie di dettagli apparentemente poco significativi o fuorvianti che però ritraggono, insieme al protagonista, tutto il mondo che la circonda.

Voto: A

* articolo su commissione

 

  • patrizia

    Grazie per il bel commento, adoro questa serie al punto che, se non sono a casa la registro sempre, mi piace lei, grande attrice, il suo modo di interpretare il ruolo.