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Premier poco operaio: Fiat America

L’ex ministro dell’Industria Berlusconi rinnega il suo passato “operaio”: «Se vince il no le aziende fanno bene ad andare via dall’Italia». Marcegaglia si allinea subito: «Il problema è reale». Ma l’auto vale più dell’11% del Pil.

Silvio Berlusconi non solo «vota» Marchionne ma arriva a legittimare perfino la fuga delle imprese dal suo-nostro paese. «La direzione della Fiat è giusta – afferma il premier a Berlino accanto alla cancelliera tedesca Angela Merkel – serve maggiore flessibilità del lavoro in accordo con i sindacati».

L’antico (?) mestiere del padrone ha evidentemente il sopravvento sul ruolo istituzionale: «Ove non vincessero i sì a quell’accordo, chiaramente imprese e imprenditori avrebbero buone motivazioni per spostarsi in altri paesi».
Un intervento tanto più rumoroso perché alla vigilia del voto di Mirafiori, con tutte le tensioni – politiche e sociali – viste davanti ai cancelli.

Il commento di Giorgio Airaudo, responsabile auto Fiom, è nero: il Cavaliere è «l’unico leader del mondo ad auspicare una delocalizzazione al contrario, scaricando questa responsabilità su 5.500 lavoratori». Le parole di Berlusconi fanno il miracolo di far parlare con una voce sola Fiom, Cgil e Pd. «Il presidente del consiglio sta facendo una gara con l’amministratore delegato della Fiat tra chi fa più danno al nostro paese. Mi piacerebbe – dice la segretaria generale Cgil Susanna Camusso – che il mondo delle imprese e della politica oggi dicesse che, se questa è la sua idea del paese, è meglio che se ne vada».

Non sarà accontentata. Anche lei a Berlino, Emma Marcegaglia (Confindustria) è fedele alla linea: «Il problema degli scarsi investimenti esteri e della poca produttività è reale. Le cose che Fiat sta chiedendo ci sono in altri paesi da molto tempo».

Nel Pd Bersani (e non solo lui) la reazione è inviperita: «Berlusconi non se ne accorge perché è un miliardario ma noi gli paghiamo uno stipendio per fare gli interessi del paese e non per fare andare via le aziende». Il responsabile economico Stefano Fassina chiede l’audizione in parlamento direttamente di Marchionne: «Siamo l’unico paese al mondo che non ha messo in campo un’idea di politica industriale per affrontare la crisi, l’unico paese al mondo che asseconda scelte negative come il minacciato abbandono dell’Italia da parte di Fiat. Il governo Berlusconi e, in particolare il ministro Sacconi, avrebbero dovuto e potuto tentare di portare il confronto in Fiat su un terreno costruttivo».

Protesta l’Idv ma anche un pro-Marchionne come Bruno Tabacci dell’Udc: «Berlusconi ha sbagliato taglio e misura. Un conto è il giudizio sulla proposta della Fiat, un altro conto sono le conseguenze che il governo auspica che si traggano dall’esito del referendum».

Per un premier che è stato per quasi sei mesi il ministro dell’Industria ad interim capirlo dovrebbe essere facile. Invece no. La svolta «craxista» del Cavaliere non è affatto una mossa estemporanea. Un pasdaran berlusconiano come Osvaldo Napoli (Pdl) pare uscito dal Ventennio: «Marchionne sta splendidamente completando ciò che Berlusconi ha coraggiosamente avviato: cambiare pelle alla società e agli italiani. Da imprenditore e da politico Berlusconi innova, cambia e rivoluziona».

Eppure chiudere l’auto in Italia non sarebbe indolore. Nel 2009 il settore ha fatturato circa 165 miliardi: più dell’11,4% del Pil (oltre il 30% dell’industria manifatturiera). In ballo ci sono 400mila addetti, 1 milione considerando tutto l’indotto.

L’Italia è l’unico grande paese il cui governo ha finanziato senza condizioni la propria azienda «nazionale». Obama ha investito solo su Chrysler 16,9 miliardi di dollari. In cambio, il 65% delle azioni è in mano ai sindacati Usa e il 9,2% alla stessa Casa Bianca. In tutto, Fed e governo hanno speso in due anni a sostegno esclusivo di banche, assicurazioni e auto 5mila miliardi di dollari. Quasi il doppio del costo totale americano della Seconda guerra mondiale (3,6 trilioni).

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 13 gennaio 2010