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Napoli centrale

Pregiudizi convergenti, a teatro

 

Chi si è trovato almeno una volta a Poggioreale durante i giorni delle visite lo sa, in carcere non ci finiscono solo i detenuti, ma anche i loro familiari. Costretti dalle regole degli istituti di pena a passare giornate di attesa, a correre per comprare le buste di plastica del “pacco” da consegnare al congiunto, a depositare i cellulari al costo di un euro al bar di fronte. Bambini inzuppati dalla pioggia o soffocati dal caldo, con le loro madri aspettano per ore il colloquio. Poi quelle donne, quelle famiglie tornano a casa e si confrontano, sempre e comunque, con la loro marginalità come se non si potesse mai interrompere il cerchio una volta tracciato. Un tempo si chiamava sub proletariat, ora non hanno nemmeno un riconoscimento di classe, sono gli altri.

Per Domenico Ciruzzi, avvocato-autore, questa è una realtà ben conosciuta per la sua professione, ma lui ha voluto guardare oltre, esplorare da dentro, cercando di mostrare il retro di una realtà che superficialmente e con il tono scattoso dalla rincorsa alla cronaca giudiziaria viene troppo spesso banalizzata, racchiudendo il tutto con un titolo sulla delinquenza o sulla camorra.

Un lavoro, il suo, iniziato con Colloqui, dove la giovane Angelina varca il portone del carcere per incontrare suo marito, in una simbiosi di sentimenti e rassegnazione. Oggi questo stesso personaggio di donna povera e disincantata rivive in Pregiudizi convergenti, dove Angelina si trova indagata per una svista dell’inquirente che con domande e giochi di parole sfocia a volte nel grottesco. La pièce teatrale è presentata in questi giorni, e fino a domenica 12, al Ridotto dello stabile Mercadante, in uno spettacolo interessante e coinvolgente che non lascia indifferenti.

Angelina, già vessata dalla vita, si trova infatti a essere interrogata per una discussione telefonica dove discorre di un pranzo di battesimo, ma intercettata a sua insaputa, confetti e bomboniere vengono scambiati per un codice segreto che serve a nascondere una spedizione di camorra. La donna, interpretata da Alessandra Stefanucci nella vita compagna di Ciruzzi, viene messa sotto pressione da un procuratore che con domande e trabocchetti arriva spesso a conclusioni tragicomiche proprio perché fondate sul malinteso.

Interessante è anche la messa in evidenza di quanto poi sia sottile il confine tra legalità e illegalità. Lo stesso procuratore pronto a tutto per provare la colpevolezza della donna e rappresentante integerrimo della legge, si incaponisce nel far pressione sulla preside di una scuola per mettere nella stessa aula figli dei professionisti. Certo una piccola raccomandazione non è comparabile con la forza della camorra che nessuno si sogna di mettere in discussione. Eppure lo spartiacque tra alunni di serie a e serie b potrebbe essere lo specchio di una società immobile, bloccata, dove i figli dei detenuti sono destinati a rincorrere sogni che non si avvereranno mai. E dove le istituzioni non riescono a ricomporre il gap tra chi nasce garantito e chi deve arrancare e cadere, troppo spesso senza rialzarsi.