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Quinto Stato

Precari in Procura. L’incredibile storia dei magistrati a partita Iva

magistrati a cottimo

Magistrati. E precari. Un binomio inconcepibile per un potere dello Stato. Ma possibilissimo in Italia dove i magistrati onorari dei tribunali civili e penali sono precari. Come gli infermieri, i ricercatori, gli insegnanti, i fornitori di servizi, i borsisti, i part-time. Cottimisti a ore, a prestazione: tanto lavori, tanto guadagni. Ma puoi anche ricevere un’indennità fissa. I cottimisti della giustizia italiana sono praticamente tutti avvocati, possono essere pagati con una busta paga – come un dipendente – o lavorano con la partita Iva – come fanno i consulenti. Ricevono un’indennità di 73 euro netti al giorno, che può essere raddoppiata se il lavoro dura più di 5 ore. Si può arrivare a redditi da 1700 euro mensili senza nessuna tutela sociale, né diritto alla malattia o alle ferie. Per lavorare, bisogna pagarsi contributi e tasse, come se fossero partite Iva.

Il lavoro di queste 3600 donne e uomini rappresenta il 72% delle attività delle procure della Repubblica, il 100% delle udienze monocratiche. La giustizia italiana si regge su queste persone che lavorano a tempo pieno, ma non sono considerati lavoratori. Ufficiosamente sono impegnati a reggere le sorti della giustizia italiana, ufficialmente sono trattati da hobbisti della legge. «Si va in udienza anche per 12 ore – racconta Paola Bellone, vice procuratrice onoraria a Torino, autrice del libro inchiesta Precari (fuori) legge (Round Robin. Per la prefazione qui) e attivista del movimento 6 luglio – sbrighiamo anche 50 fascicoli al giorno, facciamo processi per stalking, omicidi colposi, infortuni sul lavoro, maltrattamenti in famiglia, spaccio, truffe, lesioni, rapine”.

Questioni fondamentali per il diritto, e la società, affidati a liberi professionisti che dovrebbero occuparsene in due o tre udienze a settimana. “Invece l’impegno è quotidiano” sostiene Bellone. E ci mancherebbe: fare il magistrato è una professione delicatissima. Oggi chi decide sulla vita delle persone è un precario, una «falsa partita iva» iscritta alla cassa nazionale forense che fattura a una Procura della Repubblica, come se fosse un’azienda. C’è anche chi fa il magistrato part-time. Quando smette la toga, prende quella da avvocato.

Il governo Renzi ha preparato un disegno di legge che riforma la magistratura onoraria. Il Ddl aumenta le loro competenze, impone l’incompatibilità con altri lavori, dunque prevede un vincolo di esclusività, ma mantiene l’occasionalità. Nel salario si distingue la retribuzione in una quota fissa e una incentivante. E si prevede un incarico quadriennale rinnovabile tre volte. Insomma precari a vita, con o senza la partita Iva, che amministrano la giustizia. Anzi, permettono la sua esistenza. Visto che nell’orizzonte del governo tutto è logico, a queste norme discutibili se ne è aggiunta un’altra: nella legge di stabilità c’è un taglio di 14 milioni di euro per il prossimo biennio al fondo per le indennità.

«È una decisione incomprensibile, per la stessa commissione giustizia senato dicendo che il muovo disegno di legge aumenta le loro competenze. Noi non chiediamo una stabilizzazione nella magistratura, ma di svolgere le nostre funzioni con le garanzie tipiche di tutti i lavoratori» sostiene Paola Bellone. Per questo ieri i magistrati hanno protestano in un sit-in al ministero della giustizia in via Arenula a Roma e dal 7 all’11 dicembre entreranno in sciopero. I tribunali andranno nel caos per cinque giorni. La prospettiva, per i professionisti atpici della giustizia, è lavorare gratis e pagarsi (con quali soldi) anche i loro diritti.