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Quinto Stato

Poveri, questi sconosciuti per Renzi

La Caritas striglia il governo Renzi: il bonus degli 80 euro, il taglio della Tasi e il Jobs Act sono «avanzamenti marginali» nella lotta all’indigenza e confermano la disattenzione della politica italiana verso i più deboli. Il governo si impegna per un «Piano nazionale di contrasto all’esclusione sociale». Alla fine Renzi rifinanzierà il sostegno all’inclusione attiva (Sia) che non è il sussidio che vuole la Caritas, né il reddito minimo delle sinistre e del Movimento Cinque Stelle

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La Caritas boccia il governo Renzi sulle politiche di contrasto alla povertà. «Il poco non è meglio del niente»: è il motto usato dall’organismo pastorale della Cei per stigmatizzare l’atteggiamento del Presidente del Consiglio, come anche dei suoi predecessori. Nel secondo rapporto sulla povertà, presentato ieri a Roma, la Caritas sostiene che non basta il bonus degli 80 euro per sollevare le sorti di chi si trova nell’indigenza.

La principale misura adottata da Renzi a esclusivo beneficio del lavoro dipendente ha avuto un impatto marginale sugli individui in povertà assoluta che, dall’inizio della crisi, sono aumentati da 1,8 milioni a 4,1 milioni del 2014. Più significativo, ma insufficiente, è stato l’effetto dei 9,4 miliardi di euro annui stanziati per il provvedimento su quelle in povertà relativa dove è più frequente la presenza di lavoratori.

Gli altri interventi di Renzi – bonus bebé, quello per le famiglie numerose e l’Asdi istituito dal Jobs Act e riservato solo agli ex lavoratori – sono stati definiti «avanzamenti marginali» che non si discostano «in misura sostanziale» dagli interventi precedenti e confermano la «tradizionale disattenzione della politica italiana nei confronti delle fasce più deboli». Anche l’abolizione della Tasi, o la riduzione dell’Irpef, incideranno poco o nulla su questi nuclei che per lo più sono incapienti. «La ricaduta sugli indigenti sarà irrilevante dato che la gran parte è incapiente.Tra il 5% di famiglie con il reddito più basso, tutte in povertà assoluta, meno del 10% del totale paga l’Irpef» precisa la Caritas.

Una strigliata che ha innervosito non poco il governo che ha tuttavia rinnovato l’impegno di un Piano nazionale di contrasto alla povertà. Tale piano dovrebbe adottare il Reddito di inclusione (Reis) proposto dall’Alleanza contro le povertà di cui la Caritas fa parte insieme alle Acli e a Cgil-Cisl-Uil. Si tratta di una misura nazionale rivolta a tutte le famiglie che vivono la povertà assoluta in Italia e non agli individui in difficoltà economica, disoccupati, precari o famiglie monogenitoriali come è invece il reddito minimo fermo in commissione lavoro al Senato, anche per la difficoltà delle forze politiche proponenti (Sel e Movimento Cinque Stelle) a trovare un accordo sull’unificazione delle rispettive proposte in un solo testo.

Nel mezzo resta la campagna di Libera e del Bin-Italia sul «reddito di dignità» che sta cercando di trovare punti di contatto tra le proposte e ha lanciato, tra l’altro, la manifestazione nazionale del 17 ottobre contro la povertà e per il reddito minimo. Il costo economico di questa misura oscilla dai 14 ai 21 miliardi di euro annui (stime Istat) e presuppone una riforma del Welfare in senso universalistico e della cassa integrazione in deroga. Il Reis, invece, è un sussidio aggiuntivo che andrebbe a razionalizzare quelli esistenti, nella speranza di aumentare la spesa sociale tagliata drasticamente negli anni dell’austerità. Per il direttore di Caritas, don Francesco Soddu, il Reis «è da preferire al reddito minimo perché è una misura stabile, incrementale, sostenibile e sussidiaria». Questa differenza dev’essere tenuta in conto perché segnerà il dibattito nei prossimi mesi, in attesa della definizione della legge di stabilità. Il governo si approprierà di una misura giusta, ma insufficiente rispetto al drammatico quadro sociale e occupazionale descritto anche dal rapporto della Caritas, declinandola nella formula del «Sia», il sostegno di inclusione attiva voluto da Letta e non paragonabile al Reis della Caritas e tanto meno al reddito minimo. Così Renzi potrà dire di avere fatto qualcosa per i poveri, sottraendo al Movimento Cinque Stelle e alle sinistre un’arma dialettica efficace.La Caritas rischia così di essere strumentalizzata.

In questo scenario politico si inserisce il rapporto sulla povertà che ribadisce una realtà nota: insieme alla Grecia, l’Italia è l’unico paese europeo a non avere uno strumento universale di contrasto della povertà. L’esigenza di una simile è diventata insuperabile con il boom della povertà che nel 2007 riguardava 1,8 milioni di famiglie e nel 2014 ne ha travolte 4,1. L’Istat ha dimostrato che nell’ultimo anno c’è stato un incremento nullo della povertà che non riguarda più solo il Meridione (dove è aumentata dal 3,8% al 9%) ma anche il Nord (dal 2,6 al 5,7%) e il Centro Italia (dal 2,8 al 5,5%). Il rapporto Caritas ripercorre la via italiana all’austerità e chiarisce, in maniera inequivocabile, le responsabilità di tutti i governi dal 2008 a oggi. Mentre aumentavano i poveri, la politica ha tagliato il 90% del fondo nazionale per le politiche sociali locali. Ciò ha costretto i comuni a tagliare la spesa sociale del 2,7% tra il 2007 e il 2013, peggiorando la qualità dei servizi pubblici e la loro consolidata incapacità di innovarsi. Questo si è tradotto nell’aumento della pressione fiscale sui contribuenti: nel 2011 le riscossioni pro-capite dei comuni ammontavano a 505,5 euro, nel 2014 sono diventate 618,4. La Corte dei conti ha stimato un aumento del 22%. Quando ci si lamenta della qualità dei servizi locali, bisogna tenere presente questa realtà dei fatti.

L’incapacità della politica italiana di rimediare alla tradizionale frammentazione dei soggetti istituzionali (governo, regioni e comuni) che hanno competenza sulle politiche sociali ha peggiorato la situazione. Dall’entrata in vigore della legge quadro sui servizi sociali nel 2000, questa incapacità ha moltiplicato le diseguaglianze tra Nord e Sud, tra i comuni e ancor più tra le regioni, mortificando la capacità di garantire l’accesso dei cittadini ai diritti sociali. Il rapporto Caritas ha registrato un’inversione di tendenza nel rifinanziamento della spesa sociale con il governo Letta e quello Renzi. Dal 2014 questa spesa è passata da 766 milioni di euro a 984, ben lontani comunque dai valori di inizio crisi. Nel 2008 era pari a 3 miliardi e 169 milioni di euro. Sul fondo per le politiche sociali Renzi ha previsto una drastica riduzione che lo porterà dai 317 milioni del 2014 ai 14,6 milioni nel 2016.

La Caritas apprezza le posizioni espresse dal ministro per il Welfare Poletti, l’impegno del Movimento 5 Stelle, di Sel e di diversi parlamentari del Pd come della Lega e di altri partiti. «Decisivo sarà l’orientamento del presidente Renzi che, da quando è a palazzo Chigi, non ha ancora assunto una posizione pubblica precisa sulla lotta alla povertà».

La battaglia per il reddito: sussidio o diritto per tutti?

Il ministro del lavoro Poletti e il sottosegretario De Vincenti si sono impegnati a confrontarsi con l’«Alleanza contro la povertà», la rete di organizzazioni e associazioni di cui Caritas è capofila, per elaborare un «Piano nazionale di contrasto all’esclusione sociale» che dovrebbe essere finanziato dalla legge di stabilità. La misura a cui Poletti ha attribuito un «cambio di passo» dovrebbe essere il Sia, il sostegno all’inclusione attiva, attualmente in fase sperimentale in 11 città che De Vincenti intende «irrobustire» allargandolo ad altre realtà territoriali e dotandolo di maggiori risorse.

Una cosa è chiara: non si tratta del reddito minimo. L’attacco brutale di De Vincenti ai Cinque Stelle, la cui politica è stata definita «cialtronesca» la dice tutta: «Siamo tutti buoni a dire 10,20 30 miliardi, reddito di cittadinanza a tutti. Non ha nulla a che fare con la lotta alla povertà». Un’uscita che svela l’intento del governo di mettere all’angolo l’M5S, attaccando le sue proposte di finanziamento del reddito. Proposte deboli visto che nella conferenza stampa al Senato della settimana scorsa Luigi Di Maio si è limitato a elencare un astratto elenco di tagli alle forniture di beni e servizi alla P.A, mentre si tratterebbe di prefigurare una coraggiosa riforma del Welfare (nazionale e europeo) in senso universalistico.

C’è stata anche una polemica del direttore di Caritas Italiana, don Francesco Soddu, sul modo in cui i Cinque Stelle hanno enfatizzato l’elogio alle forze politiche che si battono per il reddito minimo: «In un momento in cui il dibattito politico si infittisce di proposte e commenti che spesso assolutizzano il reddito di cittadinanza, Caritas ribadisce che a suo avviso invece bisognerebbe approfondire le proposte di reddito minimo che coinvolgono molti soggetti sociali. A cominciare dal Reis». In realtà la dichiarazione del capogruppo al Senato Gastaldi è sembrata sobria, limitandosi a definire i pentastellati «capofila di un processo legislativo in corso». Il problema è generato da un equivoco che continuiamo da mesi a denunciare: quello dei 5 Stelle non è un reddito di cittadinanza ma un reddito minimo. «I numeri per fare la legge sul reddito minimo ci sono – ha detto Arturo Scotto (Sel) Renzi dica finalmente una parola chiara su questa proposta».