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Quinto Stato

Il posto fisso di Monti: “non avrà capito che vogliamo lavorare”?

I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia. E’ bello cambiare e accettare delle sfide».

La pedagogia sociale applicata, per via di sermoni televisivi, dal professor Monti agli sfigati, ai bamboccioni, ai monotoni e a quelli che l’indimenticato Brunetta definì gli «italiani peggiori», cioè i precari, è un costume adottato dai presidenti del Consiglio sin dall’approvazione del «pacchetto Treu» il 4 giugno 1997.

«Il tasso di crescita e lo sviluppo – disse l’11 settembre 1999 il premier di centro-sinistra Massimo D’Alema agli imprenditori baresi riuniti alla Fiera del Levante – devono garantire che da un’esperienza (di lavoro) temporanea si possa passare a un’altra non dare l’illusione che si possa trovare il posto fisso».

La dalemiana chiarezza progettuale trovò in Silvio Berlusconi una ben più tormentata oscillazione tra il polo «statalista» (posto fisso per tutti) e quello «liberista» (opportunità di carriera). Nell’ultima legislatura, l’umore del tycoon brianzolo è in gran parte dipeso dalle esternazioni di Giulio Tremonti, e dalle contestazioni mosse dai marines del fronte liberista nel Pdl.:

«Per struttura sociale – disse Tremonti il 19 ottobre 2009 – come le nostre è il posto fisso la base su cui organizzi il tuo progetto di vita e una famiglia. La variabilità del posto lavoro, la precarietà, a mio avviso non è un valore in sé».

Berlusconi lo appoggiò, convinto:

«Confermo la mia completa sintonia con Tremonti. È del tutto evidente che il posto fisso è un valore e non un disvalore».

Non era però di questo avviso l’8 aprile 2008 quando sostenne:

«il paradigma del posto fisso mi piacerebbe [avesse] meno importanza».

Alla posizione statalistica, che rispecchiava le virtù colbertiste di un ministro che sedeva accanto all’iper-liberista Sacconi, rispose coerentemente D’Alema: «È una demagogia intollerabile». Stesse parole, dal senatore Pd Pietro Ichino: «Pura demagogia». Il solido Cesare Damiano: «assicuri un lavoro stabile ai precari della scuola e della formazione». Un appello mai accolto.
Due anni dopo, non sembra essere cambiato nulla nel Pd. «La nettezza di Monti – assicura il mite Follini, mentre l’ala veltroniana attacca a testa bassa – pone anche il Pd di fronte ad un bivio». Bersani ieri ha assicurato: «Non inchiodiamo Monti ad una battuta. Il suo pensiero, che conosco, è un po’ più articolato»: maggiori garanzie per chi non ha un «posto fisso».

L’intento sarebbe lodevole, salvo il fatto che Monti considera «pernicioso» assicurare l’articolo 18 ai nuovi assunti (che per almeno il 70% sono a tempo determinato). Non che l’articolo 18 possa tutelare alcunché, visto che lo sogna solo il 21% dei «precari», come si legge tra i dati forniti ieri dalla Cgil, ma è evidente lo scambio proposto: un lavoro qualsiasi, in cambio della licenziabilità a tutte le ore.

Twitter è diventato il tribunale del popolo dove si processa il paternalismo ministeriale. «Prima gli #sfigati ora #monotonia #postofisso – scrive F.B. – “clamore” suscitato e’ involontario o ricercato?». In dieci anni di sermoni sulla «fine del posto fisso» è valida la seconda ipotesi. Quella che si ascolta è stata definita da Stefano Bartezzaghi su twitter «monoritmia», anagrammando «Mario Monti» e «monotonia». Questo neologismo allude in realtà alla «omoritmia», cioè ad un coro che canta al ritmo sempre uguale, ma con variazioni di toni.

Sulla scena mediatica, come su quella del micro-blogging, spirano correnti paurose. Lo humor nero di Monti continua a suonare il tasto di una vita senza tutele né garanzie. L’opposizione reagisce pensando che, forse, la soluzione stia nel ritorno al posto fisso ( «viva la monotonia»), anche se qualcuno crede in una prospettiva universale, il rifiuto di una società costruita sul ricatto del lavoro:

«Professor Monti – scrive su facebook Cayce Pollard (un nick dal romanzo di W. Gibson “L’accademia dei sogni” – c’è stato un terribile malinteso: non avrà mica capito che vogliamo lavorare?».

  • salvo

    La regola degli economisti — in Italia, especialmente gli ortodossi Bocconiani scolarizzati negli USA — e’ alzarsi il mattino e sparare la cretinata piu’ grossa per quel giorno … cosi’ si saturano i media per il giorno.

    Il Monti dovrebbe essere portato in televisione ed essere spennato vivo da uno che i limiti dell’economia ortodossa li conosce …

    Per primo, come sarebbe d’uso, dovrebbe spiegare, in modo semplice, il suo modello di come la precarieta’ contribuisce alla crescita’ economica e all’occupazione.

    A parte il fatto che un modello decente non esiste, e che lui non ne avrebbe la capacita’ analitica di presentarlo …ne verrebbe fuori una storia orrenda di come si crea incertezza, instabilita’, paura nella popolazione — gia’ impaurita da forme di disoccupazione strutturale — per fare funzionare la precarieta’. Dicono che nelle scienze sociali gli esperimenti non siano possibili (anche perche’ sono sarebbero etici) … con gli essere umani … ma Monti & Co. stanno conducendo un esperimento che coinvolge diecine di milioni di persone …

    Secondo, come sarebbe d’obbligo, il Monti dovrebbe presentare l’evidenza empirica che corrobora il suo modello di precarieta’, crescita e occupazione. Qui dovrebbe confrontare il problema logico-inferenziale che gli economisti non vogliono nemmeno vedere: non solo specificare la ‘tua’ ipotesi’ che dovrebbere essere testata … (precarieta’) … MA … anche specificare le ipotesi (al plurale) che il ‘tuo’ modello vieta / proibisce. Modelli alternativi … che esistono, e non solo in teoria. I paesi Scandinavi, e non solo, ne sono un esempio eclatante, ma gli economisti di fede ortodossa ne stanno lontani.

    Questo e’ un semplice principio di logica e di espistemologia che gli economisti ignorano … perche’ di logica e di epistemologia ne sono a digiuno. Cio’ di cui non sono a digiuno sono le frasette fatte che sembrano dare una giustificazione logica (con un po’ di algebra) ad argomenti derivati da postulati assurdi e poveri.

    … quindi … che il Monte fornisca l’evidenza empirica del rapporto tra precarieta’, crescita, occupazione, e altro … cosi’ la smetterebbe di fare il furbone, e il gradasso, in pubblico … con gente che vive con l’incertezza del domani.

  • silvia

    ma monti quanto tempo è che si occupa di politica, di finanza????? non si annoia???? il figlio di cosa si occupa e da quanto ? anche lui non si annoia????? comunque quando si parla di lavoro ai giovani non bisogna pensare a chi si è appena laureato ma soprattutto a chi è laureato da diversi anni a pieni voti e in tempi brevi ma che non avendo “amicizie, conoscenze e santi” non riesce a decollare c’è sempre qualcuno che lo precede, chi parla è la madre di una figlia 37enne molto delusa, arrabbbbbbiata

  • Gromyko

    Non propongono nulla di nuovo, è dall’età della pietra se non prima che si sà che è importante liberarsi delle bocche da sfamare per stare bene, in quel periodo lo facevano con le guerre soprattutto, oggi con i catarrismi della finanza che impone la fame per il bene di pochi, che impone oi finaziamenti con lo scopo di prendertianche il bene per il quale chiedi il finaziamento.
    In Grecia invece di predisporre un graduale rientro impongono la carestia e la morte per fame del popolo, morte per fame che è imposta anche alle popolazioni africane che sono spogliate dei loro beni per arricchire il commercio e la borsa!
    I governi sono caduti nel tranello della borsa come panacea ai loro colloccamenti, ma la borsa non produce reddito se non da speculazione e pertanto è essenziale la tassazione almeno al 50% dei guadagni che eccedono il normale tasso d’interesse bancario ai cittadini, la copertura immediata delle posizioni aperte, l’eliminazione dell’effetto leva.
    L’investimento speculativo va in senso inverso allo sviluppo della società e delle imprese in quanto toglie linfa al finaziamento tradizionale facendo aumentare i costi e strozzando anche le famiglie.
    Le liberalizzazioni in certi casi non sono altro che deregolamentazioni che finiranno con il far chiudere molte ditte individuali a favore dei grossi gruppi che si potranno permettere di sfruttare e liberarsi meglio del dipendente ed aumentare il n° di disoccupati sottoccupati ed affamati!
    Monti è tenuto bene nei salotti della finaza, non c’è da stupirsi, lì ha mangiato ed ha dato da mangiare, è la dimostrazione lampante del fallimento dei politici attuali troppo presi in “affetti” personali e personalistici è lontano dai reali problemi del paese e della gente, messisi in aspettativa retribuita in attesa del momento del rientro!
    Non si può sanare un paese imponendo un periodo recessivo, bloccando e favorendo certi potentati economici a scapito della collettività, chi ha speculato dovrebbe essere almeno tassato anche con effetto retroattivo!

  • Andy

    Il posto fisso magari sarà monotono a venticinque anni, ma io ho dovuto cambiar lavoro a quarantasette e sono di nuovo precario. Spero di non perdere il posto, o almeno di perderlo prima dei cinquant’anni, altrimenti dopo non mi assume più nessuno. Capito, Monti?

  • Ulisse Nessuno

    Giovedì 2 febbraio pubblicai sulla mia pagina facebook il seguente post in relazione all’affermazione di Monti e al dibattito scaturitone:
    “Monti ha ragione: il “posto fisso” è monotono! Infatti io NON voglio il “posto fisso”! Voglio solo il “denaro fisso” per vivere senza lavorare e sconfiggere così la monotonia del lavoro!”
    Senza nulla togliere alla battuta” di Cayce Pollard, nella mia aggiungevo uno spunto di riflessione ulteriore trasferendo il giudizio di monotonia non tanto alla specificazione del lavoro -fisso- quanto al lavoro in sè. questo perchè ritengo che ormai da anni il tema di “lavoro” non sia più centrale nella elaborazione culturale e politica. Questo in favore di temi -senza dubbio meritevoli- quali i diritti di cittadinanza, la democrazia partecipativa, la post-postmodernità, la globalizzazione, l’immigrazione e, negli ultimi tempi, i cosiddetti “beni comuni”. Dalla “struttura” alla sovrastruttura” si sarebbe detto un tempo! Ho apprezzato invece il tentativo condotto da un gruppo di filosofi (forse al momento gli unici depositari della memoria collettiva) nella rivista on line http://www.spaziofilosofico.it di dedicare un intero numero alla tematica del lavoro, riprendendo le fila di un discorso “vecchio” ma che, soprattutto nell’epoca attuale di consapevole “scoperta” della globalizzazione mantiene invece il suo valore centrale. Provocatoriamente, ad esempio, ho provato in diversi dibattiti in rete a sollecitare una riflessione sulla liberazione dal lavoro (non del lavoro) costatando come quello che fino ad una trentina di anni fa era linguaggio condiviso (al di là dell’essere o meno d’accordo) oggi è del tutto sconosciuto e addirittura in-compreso. In passato il fine dell’azione politica delle forse progressiste era l’estensione del lavoro e delle sue tutele alla massa per la sua emancipazione, dalla quale sarebbe discesa anche una forma di partecipazione politica e di governo coerente. Il disarmante silenzio che accompagna oggi la sottrazione di tutele al lavoro (giustificato contraddittoriamente con la presunta necessità di estenderlo!) è, a parer mio, la migliore conferma della perdita di centralità del tema del lavoro non solo nelle agende politiche ma anche nella riflessione teorica e in ultima istanza nella consapevolezza collettiva. …che poi si arrivi addirittura all’agiografia di Margaret Thatcher non mi desta alcuna meraviglia!