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Horror Vacuo

Pollo alle prugne: intervista a Marjane Satrapi

Da bambina, a Teheran, Marjane Satrapi sognava di diventare profetessa. Oggi, dopo aver fatto i conti con Khomeini, paradiso, vergini e martiri, non ne è più tanto sicura. La fumettista iraniana torna sugli schermi dopo il plauso ottenuto per l’animazione in bianco e nero di Persepolis (2008), e lo fa sotto il segno di Pollo alle prugne, da un suo fumetto trasposto con attori in carne ed ossa (Mathieu Amalric, Chiara Mastroianni, Maria de Medeiros, Isabella  Rossellini, Jamel Debbouze e Golshifteh Farahani).

Marjane Satrapi, in Persepolis, straordinaria autobiografia a due  dimensioni, a maschi e femmine è vietato parlarsi. Nel secondo  lungometraggio, Pollo alle prugne, sembra quasi le donne vivisezionino il concetto di cultura patriarcale, ribaltando i canoni relazionali uomo-donna.
Da sempre è così: la donna si consuma d’amore per l’uomo. Ma io trovo molto più interessante mostrare l’altra parte della mela. E se fosse l’uomo a soffrire per una donna, al punto da lasciarsi andare e naufragare? Il senso, in fondo, è lo stesso, sia che lo si guardi da una prospettiva sia che lo si racconti dall’altra. Nella società odierna, purtroppo, si è perso il  valore delle piccole cose, la bellezza nasconde il suo volto all’uomo.

Bellezza è un archetipo démodé, non trova?
Non per me ed il co-regista Vincent Paronnaud. Per quest’opera ci siamo grandemente ispirati al cinema degli anni Cinquanta. Rendiamo omaggio allo stesso tipo di cinema che negli anni Cinquanta, in Italia, vedevate  emanciparsi dal neorealismo. Ma senza l’attaccamento vizioso all’estetica. Da parte mia, volevo girare una storia d’amore, semplice, classica, di smarrimento e cuori infranti. Mi interessava trattare la realtà con aria da gourmet, attraverso l’arte, le iniezioni di cartoon surreale, naif. Dal mio album fumettistico – quello che reputo il mio miglior volume, va detto – non è  cambiato granché nella trasposizione cinematografica: un suonatore di tar, nel libro – di violino, nel film – si lascia morire quando la moglie fa a pezzi il suo strumento musicale. Nel mezzo, vive e respira il delirio tragicomico di  questo artista che ha rinunciato all’amore, in una Teheran senza Onda Verde,  senza Rivoluzione, direi immaginaria.

Siamo lontani dai corsi di storia dell’arte con la Primavera di  Botticelli censurata. Lei vive a Parigi dal 1994. Che effetto fa essere esuli?
Mi sono abituata, vivo e lavoro in pace in Francia. Ma Teheran mi manca molto, non poterci più rimettere piede mi addolora. Sospendo il  giudizio  sul mio Paese, lo lascio esprimere a chi vive là e lotta ogni giorno per i propri diritti. Sono sempre stata una “diversa”, una ribelle. La mia famiglia ne sa qualcosa…

Cosa, per lei, è trasgressivo?
Nulla. E aggiungo: se ti va di provare uno spinello, provalo. Se sei omosessuale, vivi con serenità la tua vita. Rispetta chi sta attorno a te e limita i preconcetti. Potresti scoprire un mondo in cui la convivenza è la prima tavola della legge. Una legge giusta per persone giuste.

Per il suo film-fumetto ha scritturato Isabella Rossellini. Perché questa scelta?
Lei è una delle ragioni per la quale ho preferito non continuare con l’animazione. Quando hai Isabella Rossellini in un tuo film, il resto va da sé. Ma a livello produttivo la strada è stata proprio vorticosa. In pochi sposavano la linea intrapresa con Vincent. Tutti si attendevano una nuova animazione. E,  naturalmente, non una pellicola in cui dominano romanticismo e spleen.

Ha dichiarato che Sophia Loren le è entrata nel cuore.
E’ leggendaria. Lei è una musa per tante coetanee sopravvissute a una rivoluzione e a una guerra. Incarna un cinema vicino alle mie radici, anche se a darmi nutrimento sono stati rigidissimi film russi, ne ho visti a tonnellate dall’età di sei, sette  anni. I miei genitori si aspettavano che diventassi una donna di cultura, che vuoi  farci… Mi sono rifatta ad otto anni, entrando deliberatamente in sala a guardare un bel film d’arti marziani con Bruce Lee. Al di là dei calci e  pugni, mi piaceva il cinema comico italiano, soprattutto le gag di Franco e Ciccio  tradotte in persiano. Chissà che non sia la mia vera direzione artistica. Lontana dalla cultura ufficiale, distaccata dal simbolismo iraniano, appollaiata in un gusto – sia nel disegno che nel cinema – dove posso persino adattare Cent’ anni di solitudine, che sto disegnando e destrutturando. Non è così intuitivo carpire un senso dal labirinto temporale di Marquèz. Lo stesso  vale per Lettres persanes che conto tradurre in un binocolo orientale sull’America e l’Europa, con una chiave cinica e pruriginosa sul mondo, a partire  dall’Iran. Pollo alle prugne è l’avvio nichilista di un nuovo percorso, meno animato e più caustico, dove il solo elemento fiabesco o favolistico sta nella voce narrante, mentre la realtà prende fuoco, senza speranza.