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Antiviolenza

Politically (s)correct

Il rischio è quello di non parlarne più o di parlarne male, dando una visione squilibrata del presente. Parlo ovviamente del femminicidio e di tutto quello che questa guerra tra i sessi – tra madri e padri, tra mogli e mariti, tra fidanzate e fidanzati – sta producendo sia in termini di vittime, compreso le vittime collaterali di questo conflitto, sia in termini di impatto mediatico così importante per l’opinione pubblica. Proprio ieri è stata la giornata in cui la relatrice speciale dell’Onu, Rashida Manjoo, ha presentato il primo rapporto tematico sul femminicidio e sulla violenza di genere in Italia, davanti alla platea internazionale della 20a Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite che si sta svolgendo a Ginevra, e dove la relatrice speciale, che ha visitato l’Italia in gennaio, ha chiaramente affermato che “Il femmicidio è l’estrema conseguenza delle forme di violenza esistenti contro le donne” e che “queste morti non sono isolati incidenti che arrivano in maniera inaspettata e immediata, ma sono l’ultimo efferato atto di violenza che pone fine ad una serie di violenze continuative nel tempo” (per chi fosse interessatoa l’articolo sul Rapporto presentato a Ginevra è sul Manfesto di oggi). Partendo quindi da questa importante dichiarazione mi soffermo su due fatti che in questi giorni hanno occupato le pagine di cronaca anche se con diversa rilevanza: la nonna che ha ucciso il genero a Foggia con una pistola aspettandolo in casa, e il ritrovamento del corpo di una marocchina, uccisa dal marito, trovato in avanzato stato di decomposizione nei sacchi della spazzatura nascosti dall’uomo sotto il letto, nel ferrarese (un femmicidio appunto). Due fatti che hanno avuto un diverso trattamento mediatico, pur essendo entrambi gravissimi, avvenuti negli stessi giorni, e in un clima di forte conflittualità familiare. Sul primo caso – in cui Lucia La Lumera, di 53 anni, ha ucciso il genero, Giovanni Battista Buono, di 42 anni, che era andato a prendere il figlio di 6 anni per le visite accordate in regime di affido condiviso dal Tribunale dei minori – i giornali si sono sbizzarriti appellando la donna come una “nonna killer” che si era esercitata al tiro a segno, dipingendola come una “liquidatrice professionista”, mettendo in evidenza i particolari raccapriccianti dell’omicido e citando solo in alcuni casi (Ansa) che il movente che ha spinto la donna a uccidere il genero era legato a continui e forti dissidi familiari anche tra la figlia e il genero; mentre nel secondo caso – in cui il 40enne Hassane Jendari, aveva fatto perdere le proprie tracce dopo aver strangolato la moglie Raachida Lakhdimi, 39 anni, e dopo aver affidato ad alcuni parenti i figli di due e cinque anni – ci si è affrettati a scrivere che il gesto era stato compiuto per “gelosia”. Entrambi i casi però sono, a loro volta, riconducibili a una situazione di dissidio familiare che culmina con una morte e dove se per donna omicida lo “scoop” è quello appunto della “nonna killer”, nel caso del femmicidio eseguito dal marocchino poco importa ai giornalisti perché, si sa, “loro sono gelosi”. Eppure sarebbe opportuno fare diverse riflessioni su quello che è la cultura italiana. Primo fra tutti sugli stereotipi di genere che, come si afferma nel rapporto dell’Onu “predeterminano i ruoli degli uomini e delle donne nella società” e che qui “sono profondamente radicati”. La rilevanza della storia dell’omicidio di Foggia come “eccezionale” con tanto di foto che ha fatto il giro del web – in cui una donna di una certa età “si arma e uccide” – ha fatto sicuramente scattare la molla dello “scoop” più di quanto possa aver fatto quella di un marocchino che, di questi tempi, uccide la moglie. Tanto che se andiamo a vedere casi analoghi con nonni maschi omidici, la notizia non ha la stessa rilevanza. Il caso, per esempio, di Giuseppe Signorino, 68 anni, che due anni fa a Messina sparò due fucilate in faccia al genero, Antonio Fazio, davanti al nipotino di tre anni (che si è visto uccidere il padre sotto gli occhi) a causa del “divorzio difficile” della figlia con cui si contendevano tre bambini, non ha avuto lo stesso trattamento di quello della signora pugliese: perché? Perché da un uomo ce lo aspettiamo? Perché è meno grave? o perché fa meno notizia? Stesso discorso vale ora per Hassane Jendari che, pur essendo un femmicida che ha nascosto il corpo della moglie in putrefazione dentro un sacco dell’immondizia sotto il letto, non ha avuto lo stesso tam tam sui media, o comunque non quanto la nonna: perché? È meno grave? Ci sono meno elementi di sensazionalità dopo tutti i femmicidi che abbiamo letto finora sui giornali? Con l’aggravenate che se per i due nonni c’è la premeditazione, per Hassane Jendari, come per la maggior parte dei partner che uccidono la loro compagna o la moglie, il movente è passionale e la modalità è il raptus –  nel caso del marocchino, come hanno riportato i giornali, “la perdita di controllo ha portato l’uomo a uccidere la moglie, soffocandola con nastro adesivo” (una cosa proprio a portata di mano). La seconda riflessione, invece, riguarda la natura dei conflitti tra i sessi da cui questi omicidi prendono origine perché questi episodi, che sono tutti altrettanto gravi, sono in relazione tra loro in quanto si tratta di vittime dirette o indirette, e quindi collaterali, di dissidi e conflitti intrafamiliari che alle volte possono far scaturire vere e proprie faide che si consumano, spesso, sulla pelle dei bambini. Il fatto che, per esempio, la signora La Lumera abbia infierito sul genero dicendo che “se lo meritava” e che abbia confessato l’omicidio dichiarando i forti dissapori tra lei, la figlia, il genero e il consuocero – in cui il “contenzioso” riguardava soprattutto il piccolo nipotino così come anche nel caso del nonno di Messina – riconduce questo, come molti altri casi analoghi, all’incapacità di mediare e di risolvere questi conflitti da parte degli organi della giustizia e l’assenza di una chiara giurisprudenza in merito. Così come, riguardo all’omicido di Raachida Lakhdimi che ormai è la 70sima vittima di femminicidio in Italia, le donne  in questo Paese non sono adeguatamente protette e salvaguardate dallo Stato né monitorate nei casi di violenza domestica. Una delle ragioni, come dice il rapporto dell’Onu, è che in Italia “la maggioranza delle manifestazioni di violenza non sono denunciate perché vivono in un contesto culturale maschilista dove la violenza in casa non è sempre percepita come un crimine” e  “le risposte fornite dallo Stato non sono appropriate e di protezione”.

Riportiamo di seguito il comunicato dell’Udi di Ferrara sulla morte Raachida Lakhdimi e a sostegno della campagna “Stop Femminicidio”

Stop al femminicidio anche a Ferrara: ancora una donna uccisa da un uomo per il solo fatto di essere donna

“Sensazione di smarrimento. Molto impressionante”, ha scritto una visitatrice nel libro delle dediche di Violence, la mostra della XV Biennale Donna appena conclusa a Palazzo Massari. Tra le opere, la fotografia di un corpo di donna dentro un sacco della spazzatura, gettato tra i rifiuti in Messico, opera di Regina Josè Galindo, artista del Guatemala. E smarrimento è quello che, tutte noi che nell’Udi come nel Centro Donna Giustizia quotidianamente ci occupiamo di discriminazioni e violenze inflitte alle donne, abbiamo provato alla notizia del ritrovamento del corpo di una giovane donna dentro un sacco della spazzatura sotto il suo letto. Un corpo, una vita, buttate via. Come spazzatura. Perché il femminicidio non ha confini: a Consandolo di Argenta come nel Sud America. Raachida è l’ultima delle 70 donne uccise nel 2012 in Italia. Questi eventi non possono però rimanere confinati nello smarrimento. Le Istituzioni e le Associazioni che si impegnano per il contrasto alla violenza, non devono fermarsi, anzi serve ancora maggiore determinazione e unità per dimostrare alle donne la opposizione al clima nazionale, sociale e culturale, che ancora sottovaluta la gravità del fenomeno e per dimostrare che sono possibili luoghi e forme di aiuto concreto alle donne. Il Centro donna giustizia e l’Udi continueranno, ognuna con il proprio ruolo, a tenere alta la attenzione sulla violenza contro le donne. L’Udi, tre anni fa, ha percorso, per un anno, l’Italia intera denunciando violenze e femminicidi; adesso lancia  la campagna “Stop Femminicidio”, una Convenzione che contrasti la violenza maschile. Un patto per un progetto comune che l’Udi nazionale propone prima tra tutte, a Dire, la rete dei Centri Antiviolenza, come alle associazioni, ai collettivi e alle singole donne, per promuovere una nuova stagione di confronti e azioni a contrasto della violenza maschile sulle donne, in ogni sua forma e declinazione. Nessuna sottomissione politica, nessun ruolo marginale. In questo modo le donne possono scalfire una cultura violenta che registra pochissime timide reazioni maschili e un silenzio imbarazzante della Ministra con delega alle Pari Opportunità. Oggi, con questo messaggio vogliamo rendere giustizia a Raachida, alle altre vittime di questa nostra Provincia, apparentemente tranquilla e libera dalla violenza sulle donne, e alle tante, troppe vittime italiane e del mondo intero.

UDI Ferrara