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Quinto Stato

Poletti e la rimozione della guerra alla generazione anni Ottanta

Foto Luigi Mistrulli, Sintesi Visiva

Foto Luigi Mistrulli, Sintesi Visiva

“Laurearsi con 110 e lode a 28 anni non serve a un fico” – 26/11/15 Giuliano Poletti

“Dovremmo immaginare contratti che non abbiano come unico riferimento l’ora-lavoro”, idem

“Se oggi avessi 35 anni sarei preoccupato per il mio futuro pensionistico” – 1/12/15 Tito Boeri

Ormai tutti conosciamo a memoria queste dichiarazioni, rimbalzate su blog, siti mainstream e social network e immediatamente divenute oggetto di accese polemiche. Dichiarazioni rilasciate da Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e Tito Boeri, presidente dell’INPS, acronimo di una formula che appare ormai definitivamente vintage: Istituto Nazionale della Previdenza Sociale.

Forse ha senso partire da qui, dal ruolo ricoperto da questi soggetti, dal significato che dovrebbero avere i titoli delle istituzioni di cui sono a capo e dalla responsabilità del loro ruolo politico ed istituzionale, per capire la gravità di queste dichiarazioni e la sorprendente normalizzazione di cui sono state oggetto nello schiacciasassi della comunicazione di massa. Quello che abbiamo davanti, nella sua desolante schiettezza, è un vero e proprio rovesciamento del piano di realtà.

Con un lessico allarmistico tipico della “Shock economy” si descrive una realtà esperita ormai dalla cosiddetta “Generazione anni 80”, come ci definisce Boeri, come una sciagura derivante dal fato, una specie di Tsunami imprevedibile e allo stesso tempo incontenibile da cui ognuno è chiamato a salvarsi: “Non ci sono alternative, i giovani versino i contributi”, dice (ancora) Poletti, come a dire: non possiamo farci nulla, compratevi l’ombrello, io faccio solo le previsioni del tempo.

Peccato però che ciò che viviamo non sia una precipitazione del caso ma l’effetto di precise politiche di smantellamento dei diritti e del welfare perseguite con metodica razionalità negli ultimi anni, e di cui le stesse istituzioni dirette da Poletti e Boeri sono pienamente complici. La precarizzazione definitiva del lavoro, la sottoquali cazione, l’iper- e l’auto-sfruttamento, la gratuità del lavoro contemporaneo e l’assenza di ammortizzatori sociali non sono altro che conseguenze dirette delle riforme della scalità e del lavoro di cui il Jobs Act è stato solo l’atto nale.

Ma c’è di più. Non è un caso che il ministro del Lavoro (e, ricordiamolo, delle Politiche Sociali), nella raffica di dichiarazioni degli ultimi giorni, abbia parlato allo stesso tempo del superamento delle ore-lavoro e del rapporto tra voto ed età di laurea. Qui si svela uno dei punti centrali del progetto neoliberale degli ultimi 15 anni di cui questo governo sembra farsi portatore: la convergenza tra i processi di smantellamento del welfare, la progressiva dismissione e dequali cazione dell’università pubblica e la precarizzazione strutturale del lavoro. Processi che hanno trovato proprio nell’università pubblica il luogo in cui sperimentarsi e affinarsi, trasformando (forse non più solo) una generazione intera in un campo di battaglia per la competizione su risorse sempre più scarse.

Ed ecco il cortocircuito di queste dichiarazioni. Noi siamo quella generazione di mezzo, la “Generazione degli anni ’80” di cui parla Boeri, che ha visto l’università pubblica trasformarsi da luogo di produzione di sapere e conoscenza in un mercato di nozioni da spendere il prima possibile nel mondo del lavoro, e che ora, dopo essere stata guidata da una promessa di riconoscimento sempre futuribile, si trova ammassata davanti alle sue porte, iperqualificata, precaria, e senza alcuna speranza di poter accedere stabilmente al mondo della ricerca. Prima come studentesse e studenti, ed ora come ricercatori e ricercatrici non strutturat* siamo stat* testimoni della dismissione di una delle istituzioni più importanti per una società che si vuole avanzata, democratica, libera. I valori fondanti delle riforme neoliberali ci hanno addestrati alla competizione sacrificando cooperazione e solidarietà; ci hanno resi soli e isolati di fronte all’erosione dei nostri diritti; ci costringono all’autosfruttamento dovuto alla ricattabilità della nostra condizione; ci portano a frammentare i percorsi di ricerca adattandoli a ciò che di volta in volta viene considerato utile e spendibile dalle linee di nanziamento esterne all’accademia.

Torniamo dunque alla realtà e cominciamo a chiamare le cose con il loro nome. Il ministro Poletti dovrebbe sapere bene che il rapporto ora-lavoro per noi è saltato da tempo, perché per passione o per forza dedichiamo già tutta la nostra vita alla sopravvivenza della ricerca e della didattica dei nostri dipartimenti, e perché di fatto le nostre competenze relazionali, cognitive e intellettive sono già messe completamente a valore; dovrebbe essere inoltre a conoscenza del fatto che non solo il nostro lavoro non è riconosciuto in termini quantitativi, ma non lo è anche e soprattutto nella sua qualità: dopo anni di formazione superiore siamo ancora considerati poco più che studenti, e (se e quando abbiamo un contratto) versiamo contribuiti alla gestione separata INPS, ma questo non ci garantisce l’accesso agli ammortizzatori sociali come la dis-coll e, naturalmente, men che meno arriveremo alla pensione. Allo stesso tempo, il Presidente Boeri è ben consapevole che noi siamo già preoccupatida tempo per il nostro futuro, e lo siamo anche per il nostro presente, ma di preoccupazione non si mangia, ed è venuta l’ora di dare delle risposte concrete.

Il DL Stabilità in discussione alla Camera, ampiamente celebrato da Renzi e Giannini, non sposta di molto la prospettiva del nostro futuro, prevedendo una serie di misure che abbiamo già ampiamente criticato. Di fronte allo smantellamento strutturale dell’università pubblica, in corso da anni, che ha di fatto espulso dall’accademia migliaia di ricercatori precari, l’assunzione di 1000 Ricercatori a Tempo Determinato di tipo b (tenure track) è ben poca cosa. Altrettanto, la logica propagandistica con cui 500 eccellenze verrebbero richiamate dagli Atenei risulta inutile quanto iniqua, differenziando i procedimenti di reclutamento tra ricercatori e ricercatrici all’interno dell’università pubblica. Ancora più grave, perché conferma una volta per tutte la volontà di precarizzare definitivamente la ricerca pubblica, è la liberalizzazione dei contratti per Ricercatori a Tempo Determinato di tipo a, posizioni che non prevedono alcuna possibilità di strutturazione ma che anzi si affiancheranno agli assegni di ricerca come forma universale di precariato universitario.

Il tutto, tanto per cambiare, in un quadro di ulteriore de-finanziamento al MIUR, che ripartirà le sempre più scarse risorse secondo criteri di distribuzione imposti dalla VQR, già contestata in molti atenei italiani anche per la logica di erenziante che caratterizza i sistemi di valutazione meritocratica senza considerare i contesti materiali in cui ricerca e didattica si svolgono. Tutto cià non può che riversarsi, ancora una volta, sulle condizioni di vita/lavoro di chi già vive sulla propria pelle lo smantellamento dell’università pubblica.

E’ per questo che pensiamo sia più che mai necessario rimetterci in movimento, ora che alla Camera si sta discutendo del DL Stabilità 2016. Rivendichiamo il riconoscimento del nostro lavoro e della nostra professionalità, dei nostri diritti e della qualità della ricerca che svolgiamo, in un quadro di rifinanziamento strutturale di tutto il comparto universitario e dell’istruzione pubblica. Inoltre, poiché come studiosi della realtà non ne siamo avulsi, sappiamo bene che le scelte di finanziamento non sono neutre e non dipendono esclusivamente da una presunta scarsità di risorse. Chiediamo quindi che i finanziamenti previsti per l’industria bellica vengano congelati e devoluti interamente alla ricerca, al welfare e alla continuità di reddito di tutt*.