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FranciaEuropa

Polemiche sul burqa

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Un deputato del Pcf, André Gerin, che è anche sindaco di Vénissieux (banlieue di lione), ha messo assieme 58 firme di suoi colleghi – alcuni di sinistra, ma la maggior parte di destra – per chiedere l’istituzione di una “commissione d’inchiesta” all’Assemblea nazionale sul burqa e il niqab in Francia. I deputati si chiedono, cinque anni dopo la legge che proibisce l’ostentazione di segni di appartenza religiosa nelle scuole e in alcune amministrazioni pubbliche, se il burqa e il niqab non rappresentino “non soltanto una manifestazione religiosa ostentatoria, ma una violazione della libertà delle donne e dell’affermazione della femminilità”. I 58 deputati affermano di essere stati tutti messi a confronto con situazioni concrete: “in occasione di celebrazioni di matrimoni o al momento della richiesta di un passaporto, eletti locali o agenti dell’amminitrazione si trovano di fronte a donne che rifiutano di togliere il velo integrale, sovente sotto la pressione del marito”, afferma Gerin, che, da sindaco, ha di recente rifiutato di sposare una coppia perché la donna portava il burqa. “La visione di quste donne imprigionate è già intollerabile quando viene dall’Iran dall’Afghanistan, dall’Arabia saudita – aggiunge – è totalmente inaccettabile sul territorio della Repubblica francese”.
Gerin afferma di difendere un “islam illumista”, per una convivenza pacifica nel rispetto della laicità francese. Ma l’idea di una commisisone d’inchiesta parlamentare rischia di rianimare la battaglia e le polemiche che erano sorte per la legge sui “segni ostentatori”, ribattezzata “legge sul velo”. Il ministro dell’immigrazione e dell’identità nazionale, l’ex socialista Eric Besson (ora nella direzione del’Ump, il partito di Sarkozy) frena: “la regola in Francia è che in strada ognuno è libero di vestirsi come vuole, la legge ha già stabilito un certo numero di regole del vivere assieme. Un equilibrio è stato trovato e sarebbe pericoloso rimetterlo in causa”. Per Besson “il rilancio della polemica è inopportuno”. Invece, la sottosegretaria Fadela Amara (anche lei proveniente dalla sinistra), è d’accordo per la messa la bando di burqa e niqab, “espressione visibile e fisica di fondamentalisti e integristi”. Il ministro dell’Educazione nazionale, Xavier Darcos, vi vede “una forma di oppressione” e non vuole “immaginare neppure un secondo che una ragazza vada a scuola con il burqa, per me un orrore”.
Un anno fa, il Consiglio di stato si era opposto alla concessione della nazionalità francese a una marocchina con il burqa, poiché questa donna aveva adottato “in nome di una pratica radicale della religione, un comportamento in società incompatibile con i valori essenziali della comunità francese, in particolare con il principio dell’eguaglianza dei sessi”. Il socialista Claude Bortolne si chiede: “non vorrei che investire in modo spettacolare questa questione faccia indietreggiare l’integrazione repubblicana, che auspico”. Sarkozy, nell’incontro con Obama il 6 giugno, avava camminato sugli specchi su questo problema: da un lato, aveva approvato la posizione del presidente Usa, favorevole alla libertà per le musulmane che vivono in occidente di portare il velo, ma poi aveva ricordato che in Francia esistono luoghi dove questa forma di abito è regolamentata.