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Più tasse con fiducia, riforma fiscale addio

Decreto 4.0 Il governo ricambia idea e introduce le misure escluse ad Arcore una settimana fa. Riforma fiscale addio
Ennesimo dietrofront: subito Iva al 21%, dal 2014 donne in pensione più tardi e abolizione province per via costituzionale

Fiducia e maxiemendamento. Il governo si arrende, peggiora la manovra e chiede al senato il via libera con la fiducia, la quarantanovesima in tre anni.

«Bisogna fare in fretta», confessa Berlusconi in un breve consiglio dei ministri che ratifica la quarta versione della manovra da giugno a oggi. Un vertice di maggioranza a palazzo Grazioli decide di approvare le stesse modifiche che aveva escluso pochi giorni fa dopo le sette ore di vertice ad Arcore: aumento dell’Iva al 21%, mini-contributo di solidarietà per i redditi sopra i 500mila euro, innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel privato a partire dal 2014 invece che dal 2016, doppia riforma costituzionale che preveda l’abolizione di tutte le province e il pareggio di bilancio obbligatorio. Nulla di eclatante né di veramente nuovo. Purtroppo, a giudicare dalla prima reazione delle borse, nulla di decisivo per l’affidabilità italiana sui mercati.

L’aumento dell’Iva (misura che a regime vale 3,7 miliardi sicuri) era già previsto nel decreto legge in vigore (art. 1, comma 6, lettera a) ed è attivabile in qualsiasi momento con un semplice decreto del presidente del consiglio. Il maggiore gettito sui consumi – precisa oggi un comunicato del governo – sarà dedicato tutto «al miglioramento dei saldi del bilancio pubblico» e non dunque a lenire i tagli, a misure di stimolo alla crescita o alla copertura della riforma fiscale.

Misure inique ma che almeno sembrano lineari, decise. E invece no. Il senato si ferma in attesa che il governo presenti uno straccio di testo su cui chiedere la fiducia. E puntualmente in serata la trama si infittisce.

Prima scoppia un giallo sulla soglia della solidarietà a carico dei privati (una nota di Palazzo Chigi dice dai 500mila euro in su, La Russa invece confida ai giornalisti che in consiglio dei ministri Berlusconi in persona l’ha abbassato a 300mila).

Poi, soprattutto, una nota serale di Maurizio Gasparri riapre un capitolo tutto politico sulle tasse. L’aumento dell’Iva – scrive il capogruppo del Pdl in senato – «dovrà essere funzionale alla riforma fiscale basata sulla delega che il governo ha appunto sul sistema fiscale e assistenziale». Una precisazione non richiesta e che cozza col comunicato di Palazzo Chigi. Il punto non è formale ma di sostanza.

Tremonti non voleva aumentare subito l’Iva perché voleva farlo in futuro all’interno della riforma fiscale presentata alla camera il 29 luglio. Del resto per il governo le tre aliquote Irpef erano l’unica chance per recuperare almeno in parte il crollo dei consensi prima delle elezioni. Anticipare quella misura assicurando all’Europa che servirà invece a mantenere i saldi della manovra e l’impegno al pareggio di bilancio significa abbandonare qualsiasi velleità di abbassare e/o rimodulare le tasse nel prossimo futuro. Del resto, checché prometta Gasparri, già le clausole di salvaguardia che tagliano le detrazioni a partire dal 2012, relegano quella possibilità al libro dei sogni.

Alle modifiche segnalate da Palazzo Chigi, si aggiunge quella della Lega, che pare aver ottenuto nel maxi-emendamento la super-tassa sugli sportivi. Berlusconi invece ottiene manette più difficili per gli evasori, oltre al tetto di 3 milioni di euro è prevista anche una soglia del 30% del fatturato.

Segni che il decreto è un continuo work in progress. Le misure si susseguono per rincorrere i «saldi» senza mai raggiungerli. E l’intervento di ieri, confuso, tardivo e iniquo, era reclamato perfino da Antonio Tajani, il vicepresidente della Commissione europea designato dal Pdl.

Nel pomeriggio Tajani ufficializza che a Bruxelles ci sono molti dubbi sulla lotta all’evasione nella manovra penultima versione: iniziativa «lodevole» ma non offre le necessarie «certezze». Quindi «deve essere accompagnata da altre azioni».

Il governo fa e disfa nell’arco di poche ore. In mezzo, raccontano, due telefonate decisive. La prima di Napolitano a Letta, la seconda di Draghi a Berlusconi. Entrambe premevano per modifiche strutturali sulle quali il governo si è dovuto arrendere. Solo Confindustria e «frondisti» del Pdl fanno finta di credere alla fine del problema e chiedono una rapida approvazione del decreto. Forse per calare il sipario su una vicenda ridicola.

Perché nella maggioranza l’aria è tutt’altro che serena. Maroni ha annunciato una nuova offensiva sul patto di stabilità che paralizza i comuni e potrebbe usare il voto sull’arresto di Milanese del 20 settembre per «convincere» Tremonti. E proprio ieri i «sudisti» di Miccichè sono usciti dal Pdl alla camera e sono passati nel gruppo misto. La sostanza comunque non cambia: «Con l’aumento dell’Iva il governo ha scelto di aumentare le tasse a tutti pur di non fare una patrimoniale sui ricchi – commenta Paolo Ferrero del Prc – si tratta di una vergogna non solo ingiusta ma anche recessiva».

La quarta versione della manovra sarà anche l’ultima? Di sicuro non si trova nessuno disposto a scommetterci.

dal manifesto del 7 settembre 2011