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losangelista

Philip Seymour Hoffman – artigiano della verità

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L’ultima volta che ho visto Philip Seymour Hoffman è stato una decina di giorni fa per la proiezione del suo ultimo film, A Most Wanted Man, al festival di Sundance. Il film, di Anton Corbijn, è l’adattamento dell’omonimo romanzo di John Le Carré, una storia spledidamente amara di doppio e triplo gioco al tempo dell’antiterrorismo, quando il controspionaggio, se possibile, è diventato una cosa ancora piú sporca e immorale di quello giá infinitamento torbido durante la guerra fredda.  Una storia cioè che racconta une verità essenziale del nostro tempo – ma ancora di piú, ci accompagna, grazie a Hoffman, nelle intime, profonde, verità di un personaggio, un uomo in questo caso amareggiato dalle crudeltà del potere di cui la vita lo ha reso partecipe. Una di  quelle storie insomma  in cui Hoffman era specializzato e che hanno caratterizzato la carriera di uno degli attori piú incisivi della sua generazione. Si, perche’ nessuno quanto lui ha probabilmente  segnato il cinema americano dai tempi della rivoluzione  “method”; la sua morte all’età di 46 anni equivale alla scomparsa tragicamente premature di un talento del calibro di Marlon Brando o Al Pacino.  L’accoglienza trionfale che gli aveva riservato la platea dell’Eccles  quella sera, quando dopo la proiezione era salito sul palco col cast per rispondere alle domande del pubblico, aveva confermato questa consapevolezza di tutti i cinefili.

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