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Lo scienziato borderline

Pete Best merita rispetto


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Un paio di settimane fa il manifesto dell’evento “Torino Beat 2016”, decimo anniversario, organizzato da Toni Campa e Luciana De Biase nel gioiello architettonico Le Roi Music Hall di Via Stradella, a Torino, mi cambia sotto gli occhi.

C’è qualcun altro al centro del cartellone. The Primitives, Camaleonti, Dik Dik, New Dada, Mito New Trolls, Nuovi Angeli, Claudio Benassi dei Corvi, Bobby & Mike “The Rokes”, fanno posto, al centro, ad uno dei Beatles.

Chi scrive, inizialmente, non la prende benissimo. Soffre di Beatlemania fin dal dicembre 1968, ha seguito circa una trentina di concerti di Paul McCartney, ha smesso di raccogliere prodotti musicali dei Fab Four per estenuazione degli scaffali di casa. Teme che Pete Best, perché è lui che Toni Campa è riuscito a portare a Torino, trattandolo con grande professionalità e rispetto, sia solo la copia in vecchio di quello che fu, per i fans di Liverpool, il frontman dei Beatles. Perché nel 1960, nel 1961, nel 1962, a chiunque uno chiedesse – dalle parti del Mersey – chi fossero i Beatles, quello (o più probabilmente, quella) avrebbe in molti casi risposto: Oh, il gruppo di quel fighissimo batterista, con il giubbotto di pelle e una selva di capelli scurissimi! Pete Best, i cui occhi, tu ragazza con i capelli cotonati, speravi sempre che incrociassero i tuoi e invece erano sempre un po’ assorti, un poco altrove. Con quel mezzo sorriso, sornione, rivolto a chissà chi. Reserviert, dicevano di lui ad Amburgo. Timidezza. Al contrario di quegli altri due, John e Paul, che ti guardavano sempre lupescamente negli occhi, sorridendo per conquistarti.

Ne parlo con Toni. Campa, non Tony Sheridan, tanto per chiarire gli hard feelings che mi girano per la testa, per chi può capirli. Toni mi dice che Pete (lo chiama così, con la nonchalance di chi ha portato a Torino i Mothers of Invention e i Deep Purple) incontrerà alcuni Beatlesiani d’Italia in una matinèè il giorno dopo la serata. Io non sono un Beatlesiano, pur con tutta la simpatia verso di loro, acuita dal fatto che è grazie al loro Presidente, Rolando Giambellini, se Toni ha potuto raggiungere Pete Best. Il quale – mi dicono – ha rifiutato di recente un invito della RAI, per la trasmissione “I migliori anni”, dato che i suddetti si sono schermiti quando si è trattato di anticipare a Pete Best (il quale vive, notoriamente, a Liverpool e non a Grottaferrata) i denari del biglietto aereo. Toni mi racconta che ha risolto questo possibile problema con un gesto semplicissimo: ha fatto immediatamente un bonifico. Ed ecco che magicamente Pete Best compare a Torino: meditate, funzionari RAI, meditate: questi sono i gesti adatti, se si è nei migliori anni. Un semplice  gesto di rispetto.

Alla fine lo incontro, Pete Best. Parliamo abbastanza. Un momento alto – chiedo scusa – è quando Pete Best esclama che “questo signore” (This sir, sarei io) parla un inglese che lui capisce benissimo. Certo: questo signore ha imparato l’inglese ascoltando ore ed ore di nastri registrati delle “Get Back sessions”, del gennaio 1969, nelle quali quattro altri signori di Liverpool discutevano fra loro mentre suonavano ad lib. Ad lib to fade, actually, perché fu in quelle settimane che vennero a galla le tensioni che, da lì ad un anno, mi resero orfano per sempre, sciogliendosi i Beatles.  Discutevano fra loro in Liverpudlian, ed è un’emozione riascoltare lo stesso accento in un signore inglese, sui 75, molto cambiato rispetto a 55 anni prima, ma: dignitoso, gentile, smarrito, reserviert, un po’ timido, con gli stessi occhi magnetici e un po’ persi di allora.

Pete Best, nel 1962 e nel 2016

Pete Best, nel 1962 e nel 2016

Racconta cose, Pete Best. Racconta dei Beatles at their Best, cioè, al loro meglio. Toni Campa mi fornisce l’opportunità di incontrare chi ebbe una parte essenziale nei Beatles nel momento in cui John Lennon dsse che erano al loro meglio.
“Siamo stati al meglio quando stavamo suonando  nelle sale da ballo di Liverpool e Amburgo. Il mondo non ha mai visto questo” (John Lennon)
La famiglia Best ha dato supporto – tramite il Casbah Coffee Club di Mona Best –  ai Beatles e l'”Atom Beat” di Pete Best è diventato il nuovo suono di Liverpool.
Quando Pete si unì ai Beatles, erano una garage  band che nessuno voleva. Un anno dopo erano i numeri uno in due città diverse in due paesi diversi: Liverpool e Amburgo.
Avevano pubblicato un singolo registrato ad Amburgo in Germania e nel secondo anniversario del gruppo, nel 1962, erano stati a registrare – negli studi della EMI ad Abbey Road, Londra – una prova del loro debutto britannico, “Love Me Do” di Lennon – McCartney. Erano già sulla buona strada per diventare superstar e Pete Best era il membro più popolare del gruppo. Secondo il produttore George Martin, tuttavia, abituato però ad altra musica, il batterista non era del tutto ok.

Pete e Toni

Pete e Toni

Quest’anno 2016 ricorre il 54 ° anniversario della decisione di sostituire Pete Best con Ringo Starr, durante il. periodo che segui’ alla prima registrazione-prova di “Love Me Do”, primo hit dei Fab Four. Quell’agosto in cui George Harrison, in una zuffa coi fans imbestialiti (Pete forever, Ringo never) rimediò un vistoso occhio nero, visibile in alcune foto ufficiali dell’epoca (agosto 1962). Ironia della sorte, nemmeno Ringo fu ritenuto ok da George Martin, il quale chiamò alla fine un batterista sessionman professionista, Andy White, per registrare Love me do. Ma Ringo imparò in fretta, e si impose. Love me do venne anche registrato con Ringo alla batteria: dopo, nessuno piu’ lo mise in discussione. Anche Pete, ne siamo certi, avrebbe potuto fare lo stesso. Ma andò così: bruttino, Ringo, ma ridanciano, bravo, e sapeva stare al suo posto. Sapeva che John e Paul erano  i frontmen  del gruppo.

.Quest’anno è anche il 54 ° anniversario della triste chiusura del leggendario Casbah Coffee Club. La Casbah prima e il Cavern dopo sono stati il trampolino di lancio dei  Beatles e del Merseybeat, eventi che hanno cambiato per sempre il mondo della musica, e non solo.

By the way, mi dice Pete, ora il Casbah è aperto di nuovo, e il signor Pete Best ne è il proprietario.

“Penso che sia una buona idea far conoscere The Casbah. Tutti conoscono il Cavern, tutti sanno di alcune di queste cose, ma The Casbah era il luogo dove tutto ciò che è stato, è iniziato.” ha detto Pete Best durante la sua intervista con noi a Torino, primavera 2016, quando è stato ospitato a Le Roi Music Hall, quel 19 aprile molto Beat, dal nostro local guru musicale Toni Campa.

Pete e Massimo

Pete e un suo fan
Pete e Massimo

Pete e Massimo

Pete Best non suona più la batteria. Comprensibile. Tuttavia, per noi, acconsente a fare un breve assolo. Lo riportiamo per la Storia. Briciole di Storia, ne siamo ben consapevoli: ma non macerie.

Pete Best merita rispetto. Da alcuni è stato definito come il musicista più sfortunato del mondo: non deve essere stato facile, nel 1963, vedere Please Please me andare al primo posto in UK, veder scoppiare la Beatlemania, assistere in TV alla conquista dell’America nel 1964 da parte dei suoi ex amici. Dopo, dal 66-67, i Beatles diventarono un’altra cosa. Ma i primi tempi, dentro quel Mersey Beat, si poteva ancora indovinare il ritmo di Pete Best.

Non deve essere stato facile vivere ai margini di un mito enorme, senza farne – davvero – parte. Ma proprio per la maniera sobria e onesta con la quale Pete Best ha vissuto questo Twist of Fate, lui: merita rispetto.

È stato un piacere conoscerti, Pete. So glad to meet you.

Massimo abbraccia Pete

Massimo abbraccia Pete
Pete Best @ Le Roi Music Hall, Torino, 2016

Pete Best @ Le Roi Music Hall, Torino, 2016
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