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Anziparla

Perdonali, perché non sanno quel che dicono

L’associazione Scosse con la partecipazione di Archivia – Biblioteca Archivi Centri Documentazione delle donne – sta realizzando in 16 istituti di Roma un corso di formazione (autorizzato dal Comune) a oltre 200 insegnanti di scuole dell’infanzia e asili nido contro gli stereotipi di genere. Gli obiettivi di “La scuola fa differenza” sono: supplire alle carenze formative strutturali del sistema scolastico in relazione alla costruzione delle identità di genere, promuovere lo sviluppo della libera espressione della personalità nel rispetto degli altri/e e delle differenze individuali, la parità donna-uomo, la pluralità dei modelli familiari e dei ruoli sessuali, il contrasto al sessismo della lingua e nella cultura, la lotta all’omofobia, al bullismo e a ogni forma di violenza sulle donne.

Proprio come in Francia, il progetto è finito sono il pesante attacco di alcuni giornali e alcuni movimenti. Militia Christi, ad esempio, da settimane invia lettere per fermare il progetto. Una serie di articoli sono stati pubblicati sul Tempo, Il Giornale d’Italia, Tempi.it, Avvenire: si parla di bambini strumentalizzati, confusi, indottrinati, si difende un dato naturale, quello della differenza sessuale, trascurato, fluidificato, «perfino contestato come obsoleto stereotipo culturale», ci si straccia le vesti per l’imposizione di un’ideologia, quella della “teoria del genere”. Vi risparmio la violenza delle loro argomentazioni (le potete trovare elencate qui). Vorrei semplicemente spiegare, che questi signori non sanno quel che dicono. Compreso il cardinale di Genova e presidente della Cei Angelo Bagnasco che ha criticato i volumi “Educare alla diversità a scuola” autorizzati dal governo Monti e Letta e diffusi nelle scuole primarie e secondarie.

Innanzitutto, non c’è alcuna “ideologia di genere”. La categoria di “genere”si trova a partire dagli anni Sessanta all’interno della ricerca sociologica e antropologica negli Stati Uniti. I “gender studies”, che si sono sviluppati tra gli anni Ottanta e Novanta, non hanno a che fare con un’ideologia, ma con lo studio della costruzione storica e della rappresentazione dei generi. L’identità femminile o maschile – semplificando – è prodotta dalla ripetizione di meccanismi che rafforzano e norma(lizza)no tali identità stabilizzando posizionamenti e privilegi. Consiglio di leggere un’intervista a Judith Butler a Le Nouvel Observateur che nel 1990 ha pubblicato Gender Trouble, libro che ha introdotto nel dibattito la “teoria del gender”. Butler chiarisce molto bene il secondo errore in cui cadono i nostri paladini e cioè che la “teoria del genere” sia nemica dell'”ordine naturale”. Dice Butler:

« (…) il sesso biologico esiste, eccome. Non è né una finzione, né una menzogna, né un’illusione». Ma «la sua definizione necessita di un linguaggio e di un quadro di comprensione (…). Noi non intratteniamo mai una relazione immediata, trasparente, innegabile con il sesso biologico. Ci appelliamo invece sempre a determinati ordini discorsivi». (esattamente come appartiene all’ordine discorsivo l’affermazione che “la famiglia è fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna”).

Ancora Butler: «La teoria del genere non descrive “la realtà” in cui viviamo, bensì le norme eterosessuali che pendono sulle nostre teste. Norme che ci vengono trasmesse quotidianamente dai media, dai film, così come dai nostri genitori, e noi le perpetuiamo nelle nostre fantasie e nelle nostre scelte di vita. Sono norme che prescrivono ciò che dobbiamo fare per essere un uomo o una donna. E noi dobbiamo incessantemente negoziare con esse».

Eppure, basterebbe leggere il il progetto di Scosse o magari andare a seguire un loro corso per scoprire che non c’è abbastanza materiale per gridare allo scandalo. A meno di non considerare il rispetto e il riconoscimento delle differenze qualcosa che non ha nulla a che fare con la scuola.

Post scriptum: giustamente, l’associazione Scosse chiede al TempoIl Giornale d’ItaliaTempi.it Avvenire il diritto di replica in ottemperanza dell’art. 8 della legge sulla stampa 47/1948.