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Perché no all’ergastolo. Anche per Videla

di Mauro Palma *

È difficile immaginare un delitto più grave del genocidio; della sistematica distruzione di un insieme di persone unite da una comune appartenenza, etnica, territoriale o di idealità, per sradicare ciò che esse rappresentano con il fatto stesso di esistere e affermare così il proprio dominio. Il Novecento non è stato avaro di tali crimini anche nella sua seconda metà, come dimostra la vicenda argentina. Con la specificità del tentativo di distruggere non solo la vita esistente ritenuta antagonista, ma anche quella nascente, sottraendole origine e futura memoria. Per questo è importante che Rafael Videla, primo capo della giunta militare, sia stato condannato dalle corti di giustizia argentine.

Tuttavia sentenza di condanna e pena irrogata non vanno confuse. Se la prima ha il valore dell’affermazione della responsabilità per il male subito dalle vittime e dall’insieme della società civile, la seconda necessariamente rinvia all’interrogativo su quale funzione a essa assegniamo. Una funzione che non può essere dosata sulla simmetria con il male commesso. Leggere allora il titolo Un bell’ergastolo per il genocida Rafael Videla con cui il manifesto (23 dicembre) ha dato la notizia della condanna, con quella sottolineatura compiaciuta, fa riflettere su quanto arretrata sia la nostra riflessione sulla pena e quanto deboli siano le convinzioni con cui da anni portiamo avanti la battaglia per l’abolizione della detenzione a vita.

Perché un ergastolo non può mai dirsi «bello». Al contrario, rappresenta sempre una sconfitta e un indice della nostra arretratezza collettiva.

L’ergastolo non è, infatti, una pena come le altre, seppure estesa a un tempo limitato solo dalla morte; è pena di altra natura, residuo di pre-modernità nel sistema penale, perché indica l’espulsione definitiva, personale e sociale, del condannato dall’aggregato civile, la privazione di elementi strutturanti la sua identità, dalla patria potestà alla possibilità di fare testamento, fino alla pubblicazione della condanna all’albo del comune. Affinché si sappia che egli è vivo, ma non è più e non sarà più parte del nostro consesso sociale.

Certo, l’ergastolo è pena comminata a chi ha commesso reati gravissimi, spesso reiterati o seriali, tali da determinare ferite profonde ai singoli e alla collettività; i reati commessi da Videla hanno queste connotazioni di significato e dimensione numerica. Ma, proprio in situazioni così estreme si misura la determinazione per la sua abolizione: troppo semplice l’affermazione di principio senza misurarsi con la concretezza dei casi, anzi plaudendo alla sua applicazione in qualcuno di essi.

Abolire l’ergastolo è un percorso non semplice, perché richiede la costruzione di una opinione favorevole che sappia cogliere la cesura tra vendetta e funzione penale e comprendere la necessità di modulare ogni pena nella direzione di un risanamento della ferita prodotta dalla commissione del reato e non di un suo acutizzarsi.

Recentemente Stefano Anastasia e Franco Corleone hanno ripercorso in un libro (Contro l’ergastolo, ediesse, 2010) le tappe del dibattito italiano sull’abolizione dell’ergastolo, a partire dalla rilettura delle parole di Aldo Moro agli studenti, in una delle sue ultime lezioni, in cui al rifiuto della pena di morte affiancava quello della pena perpetua che «priva com’è di qualsiasi speranza, di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento e al ritrovamento del soggetto, appare crudele e disumana non meno di quanto lo sia la pena di morte». Parole su cui riflettere, per convenire che un ergastolo, chiunque riguardi, non potrà mai essere definito «bello».

* L’autore è il presidente uscente del Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt)  del Consiglio d’Europa

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 29 dicembre 2010