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Ceci n'est pas un blog

Perché l’islamofobia ci riguarda

Da tempo le destre europee xenofobe si sono allineate su posizioni islamofobe. Del resto negli stessi paesi, a differenza dell’Italia, una presenza importante di uomini e donne di religione islamica c’è da oltre trent’anni, frutto di quella migrazione post-coloniale. Un’asse che vede all’interno un po’ di tutto: dalle destre laiche nordeuropee a quelle cristiano-tradizionaliste. In Italia, per esempio, a tenere le redini di qualsiasi discorso islamofobo ci sono schieramenti che vanno dalla Lega Nord, che nasce come forza laica (e pagana), fino agli ex Msi-AN, Giorgia Meloni in primis, che da sempre strizzano l’occhio al tradizionalismo cattolico.

Gruppi come EDL (in Uk) nonostante la provenienza di diversi esponenti direttamente dal British National Party scende in piazza al fianco di organizzazioni ebraiche e alcuni anni fa ha tentato anche di organizzare un pride fortunatamente bloccato dalle organizzazioni lgbtq. Gli Svedesi Democratici partito anti immigrazione e populista ha visto il suo leader Jimmie Akesson protagonista di uno spot contro il razzismo. La destra olandese ha avuto in Pim Fortuyn, fervente islambofo e omosessuale, uno dei leader di questa nuova ondata populista oltre 10 anni fa. Nonostante il cambiamento di pelle, nonostante le diversità tra alcuni formazioni di estrema destra, il minimo comune denominatore è islamofobia e difesa di questi fantomatici “valori occidentali”.

Chi è cresciuto nella sinistra antagonista di questo paese, con la sua cultura profondamente anticlericale, è innegabile che adesso soffra un certo disagio nel dover difendere non tanto l’islam come confessione religiosa, ma chi la professa. Del resto una società in trasformazione porta a confrontarci con nuovi temi e nuove quotidianità. Eppure contrastare la xenofobia e l’islamofobia diventa una conseguenza necessaria dell’essere antifascisti e antirazzisti. A maggior ragione mentre media e politica spingono verso un’idealizzazione dello scontro “oriente vs occidente” favorendo chi, da destra appunto, ha spostato la propria crociata contro “gli stranieri” da una massa indefinita a una “politicamente più spendibile” ossia quella contro i migranti islamici. Nell’Europa dei nostri giorni, da est a ovest, essere “musulmani” è una categoria di oppressione.

Del resto che i movimenti, grazie soprattutto alle occupazioni abitative, facciano del meticciato una risorsa è insindacabile. Come allo stesso tempo il contatto con religioni diverse e un approccio alla religione culturalmente differente dovrebbe comunque spingerci a riflettere su quel che sta accadendo.

Io stesso mi trovo in difficoltà a dover difendere chi chiede spazi di culto come le moschee quando d’altro canto preferirei riportare la Chiesa ad Avignone e fare di Piazza San Pietro un enorme campo da calcio. E vivo questa contraddizione soprattutto adesso che una massa indistinta di migranti viene accusata di qualsiasi cosa accada, mentre c’è chi sbraita di “nostri valori da difendere” contro l’invasione islamica. Se non vuoi far parte dei Crociati devi per forza metterti di mezzo e non per forza brandendo la bandiera dell’Islam. Contrastare ogni tentativo di etnicizzare qualsiasi questione problematica è ormai doveroso. A un mese dai “fatti di Colonia” la questione di genere si è spostata dal rapporto uomo/donna al rapporto donna/islam come se con le altre confessioni i problemi siano risolti. Come se le violenze di genere possano essere ascrivibili all’essere musulmano o non, e non all’essere un uomo.

Quando un anno fa accadde la strage del Charlie Hebdo i media nostrani scoprirono che i giovani banlieusard non provavano empatia per “la strage al giornale di sinistra e laico. E uno dei motivi, se non il principale, era che quella massa di sottoproletari metropolitani si sentiva sistematicamente offesa “dalla satira” del Charlie Hebdo. In Italia fare satira contro la Chiesa ha un senso visto il potere politico e la rappresentanza di cui gode. Ergo anche sfotterne i fedeli e le loro contraddizioni trova senso e consensi. Farlo ugualmente con l’Islam ne ha molto meno, visto che non gode di particolari privilegi né chi la professa né chi prega Allah o Maometto o chi per lui.

Opporci all’islamofobia ora come ora è fare blocco verso questa nuova destra razzista. È difendere anche quel sottoproletariato usato e sfruttato da politica e padroni. È disarticolare la visione che vuole un Occidente buono contrapposto a un Oriente cattivo, e poi lasciamo perdere se siamo noi che forniamo le bombe all’Arabia Saudita da usare in Yemen: sono affari mica è religione! Il fronte islamofobo è talmente trasversale che puoi ritrovare gli stessi protagonisti in giornate come il family day romano o in qualsiasi altro tipo di iniziativa. Un “fronte della tradizione” pericoloso proprio perché riesce a essere liquido, ma soprattutto perché gode di quella protezione da chi “da sinistra e laicamente” difende “alcune ragioni”. Certo non sto affermando qui che la lotta contro islamofobia è la nuova lotta di classe, ma è sicuramente una difesa di classe. Di quella classe, che vive sulla propria pelle una forma aggiuntiva di razzismo, nel caso in cui non bastasse quello dell’essere semplicemente straniero. Qua si è doppiamente stranieri.

Poche settimane fa le amministrazioni di Veneto e Lombardia hanno ad esempio vietato il velo integrale nei luoghi pubblici. Eppure esisteva già una legge a riguardo, ma la natura ideologica e propagandistica ha spinto e avvallato questa nuova revisione da parte di Zaia e Maroni. E non a caso proprio quelle 2 regioni, entrambe a guida leghista, hanno promosso iniziative pro family day.
In Francia anni fa la discussione sulla legge riguardo la proibizione del velo spaccò la sinistra. Da una parte si è schierato chi era “contro il velo senza se e senza ma” dall’altra parte chi metteva in guardia dal fatto che proibire il velo “avrebbe finito per rinchiudere chi già vive repressa dal patriarcato definitivamente a casa”.  E non a caso, per rimanere in Francia, da quando il Front National di Marine Le Pen e Phillippot ha represso internamente qualsiasi posizione antisemita, è iniziato il flirt tra il FN e alcune organizzazioni sopratutto giovanili ebraiche. Roba che a papà Le Pen sarà preso un infarto.

Le contraddizioni sono tante. Le difficoltà di provare a ragionare su un terreno del genere sono numerose. L’etichetta di antifascista o antirazzista non le risolve affatto ma è un modo come un altro per confrontarci con una società che cambia. Neanche “la lotta di classe” risolve tutte queste contraddizioni. Del resto neanche noi uomini e donne laiche, compagni e compagne, siamo riusciti a disarticolare pienamente dai nostri percorsi politici autoritarismo o forme di sessismo. Ci mancherebbe pensarci migliori eppure va trovato un terreno comune, un modo in cui starci, un posizionamento che non sia stretto né per gli uni né per gli altri come qualcun del resto già sta facendo. E’ impossibile?

Eppure neanche l’Islam è un monolite e ne esistono differenti. I gruppi salafiti  sono degli avversari politici, la religione conta molto poco. È una forma di fascismo nuda e cruda, al di là della specificità. I vari gruppi pro sharia presenti in alcuni paesi, idem. Non valgono meno delle organizzazioni ultracattoliche di cui siamo circondati. E poi c’è un fatto particolare che piaccia o no: la religione, per chi migra, ormai è uno dei fattori identitari più forti. Se non l’unico che rimane. Non lo affermo io, si percepisce facilmente nelle parole di chi migra e vive nelle nostre periferie. È un modo per riconoscersi e per stare insieme. Con tutte le sfumature e le contraddizioni che loro stessi vivono. Perché appunto non siamo soltanto noi a viverci queste difficoltà ma proprio da queste contraddizioni dovremmo trovare linfa per una nuova difesa non più identitaria ma di classe.