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Quinto Stato

Perché la sinistra non ha capito nulla del “reddito di cittadinanza”

COMMENTO reddito

La “sinistra”, convinta “lavorista”, non ha compreso nulla della proposta di “reddito di cittadinanza” che sta facendo le fortune politiche del Movimento Cinque Stelle, né immagina le conseguenze di un sistema che rischia di creare un regime del lavoro coatto. Non è affatto “assistenzialismo”. Nella formulazione attuale è un’intensificazione delle politiche attive neoliberali. La storia di una progressiva, e inesorabile espulsione dalla nuova composizione sociale del paese. Il 4 marzo lo ha dimostrato in maniera clamorosa: oggi il reddito è terreno di battaglia politica. L’analisi

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Nei suoi primi dieci anni di vita (non è scontato che ne duri altrettanti) il Partito Democratico ha usato i voti dell’ex partito Comunista e quelli provenienti dalla Democrazia Cristiana per realizzare l’agenda neoliberista. È stata un’operazione di successo: la centralità acquisita nella politica italiana, e i voti provenienti da una lunga storia, sono stati usati per tenere in vita un partito neoliberista di massa.

La legge del capovolgimento nell’opposto

Il Pds-Ds-Pd ha usato il consenso ottenuto da tradizioni solidaristiche cattoliche, riformiste di lontana ascendenza social-comunista, basate su idealità egualitarie, piantate nella tradizione costituzionale e genericamente progressista per realizzare politiche di privatizzazione, precarizzazione, di trasformazione dello stato e della società in senso manageriale e concorrenziale. È stato un capolavoro di doppiezza politica continuato da Renzi che ha applicato – con più virulenza nella crisi più virulenta dal 1929 – un’agenda inadeguata per rispondere ai nuovi bisogni e alla disperata ricerca di una libertà politica.

Jobs Act, Buona Scuola e, prima, la riforma Fornero e l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione – alcuni dei provvedimenti sostenuti dal Pd negli ultimi sei anni – sono ispirate alla legge del “capovolgimento nell’opposto”: da un lato, si affermano formalmente diritti, libertà e buon governo o giustizia, dall’altro lato, si realizzano materialmente le condizioni che li negano.

Con le ultime elezioni il cinismo è venuto al pettine: la catastrofe elettorale del Pd – ha quasi i voti che aveva il Pds nel 1992: poco più del 16% – non è bastato a smuovere Renzi (e gran parte del ceto dirigente che ora dice di essergli contrario) dalle sue convinzioni ferrate nella cornice cognitiva neoliberale. Lui resta convinto di avere agito in nome della libertà e della giustizia, mentre ha realizzato le condizioni dello sfruttamento, dell’impoverimento e dell’infelicità.

Tutto questo è stato fatto in nome della “sinistra”. Dicono che queste elezioni hanno sancito addirittura la sua fine in Italia. È un’esagerazione. Viceversa, quello che sta accadendo è l’esito – in gran parte inaspettato – dell’agenda neoliberale. Concetto general-generico, buono per tutte le stagioni, insapore come il tofu, “sinistra” è stata intesa come una mediazione tra l’uguaglianza e la meritocrazia, le pari opportunità e la libera iniziativa imprenditoriale, la giustizia e la concorrenza. L’incerta coniugazione tra questi opposti ha prodotto un’“amalgama malriuscita”, proprio come il Pd. Al decimo anno della crisi – la stessa età del Pd – la legge degli opposti si è rovesciata e ha travolto i suoi sostenitori. Ora la promessa di libertà coincide con la realtà dell’(auto)sfruttamento. L’idea dell’(auto)imprenditorialità di un soggetto capace di affermarsi sul mercato grazie a liberalizzazioni e alla gestione manageriale dell’esistenza si rivela la prerogativa dei pochi contro i molti.

Fine infinita del Pd

Oggi è a pezzi, ma il Pd è ancora lì. La fine è infinita. Ciò che stupisce è la durata del suo progetto. È sopravvissuto al crollo del Pasok in Grecia, a quello del Partito socialista in Francia, al rovesciamento del blairismo effettuato da Corbyn nel Labour inglese. E ha ancora il 18% dei consensi. È una parabola più simile ai socialisti spagnoli o alla socialdemocrazia tedesca che ha votato il suo suicidio sostenendo il quarto governo Merkel proprio il 4 marzo. Questo è il segno della tenuta dell’intuizione iniziale.

In questa estenuazione si continua a credere di essere dalla parte del giusto, forti di un’idea di “sinistra”. La “sinistra” è finita, si ripete. Non è finita la sua “idea”. Ma il problema è l’idea, e non solo la sua realizzazione. Non basta derenzizzare il Pd per cambiare questo corso. Il problema non è l’applicazione di un’idea “giusta” in un modo sbagliato da parte di una “leadership” o di un “gruppo dirigente” particolarmente arrogante e provinciale. Il problema è l’agenda, e la sua cultura. E la soluzione non arriverà dall’interno della “sinistra”, né da quei soggetti che sono stati vampirizzati e sconfitti da questa politica che ha occupato tutto lo spazio e cancellato la possibilità di immaginare un’alternativa – quella che un tempo era definita “sinistra radicale”.

I tentativi di fondare un’altra “sinistra”, con idee più timidamente redistributive e keynesiane – più “Stato”, più “lavoro”, più giustizia, più vicinanza ai poveri e ai deboli come suggerisce Papa Francesco, più “mutualismo” – non sembrano portare in campo aperto. Lo attestano le modeste percentuali elettorali dei gruppi che hanno richiamato questi concetti il 4 marzo. Queste convinzioni sul ruolo dello Stato in una società compiutamente neoliberale indicano un’etica dei principi, del dovere essere, non una politica. Lodevole testimonianza.

“Sinistra” estranea alla nuova composizione sociale

Nelle valutazioni post-elettorale si legge, in prevalenza, un larvato disprezzo per le masse che hanno votato – a Sud, ma anche a Nord – il Movimento Cinque Stelle. Come cinque anni fa, quando arrivarono al 25%dal nulla, oggi che sono arrivati al 32% continuano le condanne contro l’“indistinto”, l’“ignoranza” di “chi non ha mai lavorato”, o è precario, o povero e “senza cultura”. Sono i classici insulti rivolti nella storia dai conservatori e dalla cultura elitista dall’Ottocento in poi, molto spesso sono formulate da “sinistra”.

Le analisi del voto confermano, invece, la trasversalità dei CInque Stelle. Sono il primo partito tra i lavoratori dipendenti, tra quelli autonomi, tra gli studenti, tra i disoccupati, tra le casalinghe. Tutti tranne i pensionati. Il primo partito in tutte le fasce generazionali, tranne tra gli over 65 (dove prevalgono Pd e destra). Colpisce il voto dei “giovani” – proprio quei “giovani” precari che “fuggono all’estero” o vivono in Italia “pagati 3 euro all’ora”, il nuovo precariato nelle città e nelle Italia dei campanili.

E’ un dato significativo. Queste persone hanno votato contro il partito del Jobs Act. Quella “riforma” che aveva giurato di farla finita con la precarietà mentre in tre anni ha moltiplicato il precariato – grazie alla riforma Poletti dei contratti a termine. Davanti a questa realtà clamorosa, Renzi e il Pd hanno continuato a tessere le lodi di questa “riforma”. Sono stati devastati.

La tendenza era già chiara nel 2013. Sono passati cinque anni. Pensavano che la legge del capovolgimento nel contrario fosse ancora valida. E che chi portava numeri fosse un “gufo”. Resta da capire la ragione: non è solo “arroganza”, anche se Renzi è particolarmente fastidioso. Restiamo ai fatti e all’analisi sociale: il Pd e la “sinistra” di cui sarebbe l’incarnazione (sic!) è estranea alla composizione sociale di quello che chiamiamo quinto stato. Anzi, sono stati chiaramente percepiti come nemici politici e, come tali, sono trattati. Non solo nelle urne, ma nel senso comune. Il saldo disprezzo espresso dalla brutale equivalenza tra élite (“casta”) e sinistra è chiaramente basato su un’approssimazione, ma coglie un lato del problema.

La questione “assistenzialismo”

È un errore pensare che i Cinque Stelle abbiano fatto il pieno dei voti nel centro-sud in virtù della proposta di “reddito di cittadinanza”, in realtà una proposta di “reddito minimo” destinata a creare un sistema di lavoro coatto e obbligatorio in cambio di un ricco sussidio di 780 euro che si esaurirà in poco tempo. Questa tesi coglie senz’altro il problema atroce del reddito e del precariato senza speranza che induce anche al lavoro gratuito, ma accredita una certa immagine assistenziale delle “plebi” meridionali e attribuisce ai Cinque Stelle un’immagine all’Achille Lauro: prima ti do una scarpa e poi, dopo il voto, avrai l’altra: il reddito di cittadinanza. Mentre a Nord Salvini garantisce ai ceti imprenditoriali e possidenti una rendita a spese dello Stato con la sua immaginifica “Flat Tax”.

È un gravissimo errore: il reddito di “cittadinanza” – nella formulazione infelice dei Cinque Stelle non è assistenzialismo. Così come la proposta neoliberista della “Flat Tax”: è un progetto di violenta redistribuzione fiscale dal basso vero l’alto, un progetto classista.

Il “reddito di cittadinanza” è il disegno di un nuovo regime di workfare, essenzialmente una politica neoliberista autoritaria basata su un’estremizzazione delle “politiche attive”, la stella cometa di tutte le politiche del lavoro oggi. Il povero, il precario, il disoccupato devono mostrare la disponibilità a partecipare al grande gioco al massacro del lavoro povero in cambio di un sussidio. È tutto l’opposto di quello che si vuole fare credere in questi giorni.

 

Il reddito terreno di battaglia

La capacità politica dei Cinque Stelle è consistita, fino ad oggi, nell’applicare la legge del capovolgimento degli opposti a un tema decisivo, e centrale per la nuova composizione sociale: il l “reddito di cittadinanza” promette formalmente una libertà e coinciderà – quando e se sarà applicato – con il suo opposto: l’auto-sfruttamento di masse impegnate a strappare il sussidio in cambio della disponibilità a un lavoro qualsiasi. Sempre che ce ne sarà uno, dato che in questo caso non si parla solo di “lavori socialmente utili”, ma di una gigantesca offerta di lavoro gratuito per lo Stato e per i privati, pagato attraverso un sussidio decrescente.

La “sinistra”, convinta “lavorista”, non ha compreso assolutamente nulla di questa proposta, né immagina le conseguenze di un simile sistema che, tra l’altro, perfeziona alcuni istituti come l’agenzia nazionale per le politiche attive (Anpal) create dal JobsAct di Renzi o il “Reddito di inclusione sociale” (Rei), adottato sempre del Pd ma con risorse incomparabilmente superiori. Quello dei Cinque Stelle può essere persino considerato un “lavorismo” al cubo, un’intensificazione del progetto neoliberale presupposto alle stesse politiche attive abbozzate da Renzi, ed eredi del cosiddetto “workfarismo” di cui un tempo la “sinistra” neoliberale è stata portavoce. Il problema è che, oggi, la “sinistra” non lo ha capito e definisce, con Renzi, l’opzione del reddito come “incostituzionale”. Il paradosso è che se lo capisse, sarebbe persino d’accordo.

Un altro reddito è possibile

Troppo flebili sono, ancora, le voci che ragionano invece di reddito di base universale, individuale, incondizionato (cioè sganciato dal ricatto del lavoro qualsiasi). Questo reddito sancisce la rottura con il regime del “workfare” e restituirebbe una prima dimensione di autonomia al singolo, sganciato dal dispositivo che intende metterlo al lavoro a tutti i costi. Ciò non toglie che esistano le premesse per auspicare una rivoluzione morale, sociale, economica e intellettuale. Se si volesse davvero ricominciare, si dovrebbe farlo da qui.

Il reddito è il terreno di battaglia politica. Il 4 marzo lo ha confermato in maniera clamorosa.

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