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Per Monti missione in Europa e riforma del lavoro

Come in Danimarca ma senza il welfare della Danimarca. Mario Monti non si cura dell’impopolarità del decreto appena varato e conferma l’apertura del «prossimo cantiere»: quello del lavoro e del welfare. «E’ una materia che necessita del negoziato con le parti sociali», ammette il Professore, annunciandolo addirittura «tra qualche giorno». Di certo il malessere che si respira nei sindacati non spiana la strada ad altre riforme da lacrime e sangue.

Di fronte alla stampa estera il premier torna a guardare alla «flexicurity» e al «modello danese».

Un sistema che in Italia ha un nome e cognome, Pietro Ichino: contratto unico di lavoro senza data di scadenza, licenziamento libero in cambio di un indennizzo economico e sostegno alla disoccupazione con un contratto di ricollocamento.

Il problema è che i danesi sono 5 milioni e gli italiani 60. E a Copenhagen pagano un mucchio di tasse. Monti, non a caso, ha confermato di volersi «ispirare» ai paesi del Nord Europa «nel modo di intendere la protezione sociale e cioè non la protezione del singolo posto di lavoro ma la protezione del singolo lavoratore» senza però voler prendere come esempio quel modello fiscale.

Il Professore butta la palla in avanti. Sa che con Cisl e Uil si può ragionare e sa anche che dalla sua ha un alleato fortissimo come la Commissione europea. Nel suo rapporto sull’Italia del 29 novembre, infatti, Olli Rehn ha suggerito al nostro paese l’abolizione pura e semplice dell’articolo 18 in cambio di un «modesto indennizzo» (moderate tenure-related severance payment, cfr. pag. 6), più la «semplificazione dei licenziamenti collettivi», la «riduzione dei contratti atipici» e la «razionalizzazione dei sussidi di disoccupazione» sempre che «ci siano coperture finanziarie adeguate». Un abbozzo di riforma che, passata la discussione sul decreto «salva Italia», tornerà ad animare certamente il dibattito pubblico.

A differenza che a Roma, con Bruxelles la concertazione del governo va a gonfie vele. Monti si presenta al vertice di giovedì e venerdì con tutta l’intenzione di far valere il suo decreto “impressionante”. Per preparare il terreno, ieri mattina ha incontrato a Palazzo Chigi il premier olandese Mark Rutte, al quale ha illustrato la manovra appena varata provando a concordare una strategia comune in vista dell’incontro con gli altri capi di governo. Rutte si è detto «molto impressionato» dalle misure appena varate: il governo olandese le «sostiene pienamente e si augura che siano implementate», ha detto in conferenza stampa. Aperture di credito che a Roma non si sentivano da mesi.

Basterà per salvare non solo l’Italia ma «l’Europa intera», come pomposamente hanno detto in aula sia Dario Franceschini che lo stesso premier? I dieci giorni che sconvolsero l’Europa scadono questa settimana con il mega vertice di Bruxelles.

Il fallimento – a detta di tutti – non è un’opzione. Che si tratti di un appuntamento cardine lo dimostra la lunga visita in Europa del segretario al Tesoro americano Tim Geithner.

Su espresso invito di Obama, Geithner chiederà ai partner europei misure definitive per evitare che il contagio si allarghi a Wall Street e alla «main street» nell’anno delle presidenziali.

La Casa Bianca non vuole sbavature. Non a caso proprio ieri il vicepresidente Joe Biden era ad Atene. Ex capo della Fed di New York, anche il giovane segretario al Tesoro vedrà in pochi giorni tutti i principali leader europei (incluso il governatore Bce Mario Draghi), non ultimo dei quali proprio Mario Monti giovedì a Milano. Il ministro americano non è un negoziatore raffinato. A settembre scorso, nell’Ecofin in Polonia, fu così perentorio con i diktat ai governi europei da sfiorare la catastrofe diplomatica.

dal manifesto del 6 dicembre 2011