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Quinto Stato

Per l’Italia la ricetta resta l’austerità

A ventiquattr’ore dalle elezioni politiche italiane non poteva mancare la perla di saggezza del commissario europeo agli affari economici Olli Renh, uno dei fautori della lettera di licenziamento in 37 punti recapitata dalla Bce a Silvio Berlusconi a ottobre 2011, comprensiva della richiesta di aumento delle tasse universitarie, dell’estensione delle prove Invalsi agli esami di maturità, della riforma delle pensioni e del lavoro, puntualmente applicate. Rehn, che Paul Krugman ha definito austero e isterico, «austerico», si è detto fiducioso di un «ritorno moderato della crescita» a fine anno, frutto di un «graduale riacquisto della fiducia» dei mercati finanziari. Amante delle iperboli, credente nelle virtù paradossali dell’«austerità espansiva», ieri Rehn ha annunciato la crescita dell’economia della zona euro nel 2014. Una rapida ricerca in archivio permette di osservare l’apprensione crescente nella Commissione. Ad ogni annuncio della ripresa, il traguardo si sposta sempre più avanti. L’araba fenice era stata intravista già due volte nel 2010 (a marzo e a settembre), altrettante nel 2011. Quest’anno Rehn ha pensato bene di rinviarla al 2014, seguendo le indicazioni della Bce di Mario Draghi.
Sulla sua strada c’è un solo, piccolo, problema. Nel 2013 la disoccupazione in Italia resterà all’11,6%, l’anno prossimo salirà al 12%. Negli ultimi quattro anni la crisi ha prodotto almeno 800 mila disocc<CW-11>upati in più. Una confutazione più clamorosa della riforma Fornero non poteva esserci, ma di questo nel report della Commissione non c’è traccia. Mai confutare il ministro di un governo fiduciario del verbo austerico. In compenso ci hanno pensato i suoi custodi nazionali: da Berlusconi a Monti, fino alle propaggini del Pd che ha votato il governo tecnico, tutti ripetono da mesi che quella riforma è inutile per contrastare la disoccupazione. Anche il 2013 sarà un anno di recessione. Il Pil italiano calerà ancora dell’1%, dopo il 2,2% del 2012. Non accadeva dal 1993. Dopo cinque anni di tagli, quelli di Tremonti e di Monti, l’Italia è tornata indietro di 30 anni. «Stiamo preparando la strada della ripresa – ha intimato Rehn – dobbiamo mantenere questo ritmo di riforma».
«È il segno di una disperazione crescente» gli ha risposto Krugman qualche giorno fa, dopo che il grafomane Rehn ha inviato un’altra lettera ai ministri delle finanze europei per annunciare il raggiungimento di un traguardo inesistente. Il Nobel per l’economia sostiene che la disoccupazione è il prodotto dell’austerità. Un pensiero che non sfiora invece la Commissione secondo la quale «i livelli di disoccupazione restano inaccettabilmente elevati nell’Ue e ancor di più in quegli stati membri che affrontano i più grandi aggiustamenti necessari». Queste parole scandiscono la prospettiva, che attende qualsiasi maggioranza uscirà dalle urne lunedì. L’aggiustamento strutturale ha migliorato la situazione del deficit rispetto al Pil (2,9% nel 2012, sarà del 2,1% nel 2013 e nel 2014). Il disavanzo dovrebbe rientrare nella media prestabilita, allontanando l’Italia dalla procedura del default già ad aprile, a condizione che il prossimo governo rispetti i patti.

Secondo il «codice Rehn» il governo italiano dovrebbe applicare alla lettera il fiscal compact votato in Costituzione: abbattere il volume del debito del 20% annuo, all’incirca 45 miliardi di euro per raggiungere la soglia del 60% stabilito dal Trattato di Maastricht. Una cura che allungherà la recessione, moltiplicando ancora la disoccupazione.

Fino ad oggi il progetto dell’austerità “espansiva” ha bruciato in Italia una ricchezza pari a 19 miliardi di euro, facendo aumentare il debito pubblico di 27 miliardi. Secondo i dati della banca d’Italia, tra il 2011 e il 2012 è passato da 1909 a 1925 miliardi, il 127,3%. Con una crescita sotto zero e l’aumento delle tasse, il governo austerico ha realizzato in un anno alla lettera la ricetta iperbolica. I Paesi che applicano le misure draconiane di controllo di bilancio non hanno cessato di incrementare il loro debito e oggi si sono consegnati alla «depressione cronica». Ma non è tutto perché, stando alle più recenti previsioni, il debito è destinato a crescere ancora nei prossimi due anni. Il Fondo monetario internazionale sostiene che nel 2013 supererà quota 128%.

La prestazione del governo tecnico, sostenuto dalla “grande coalizione” Alfano-Bersani-Casini che potrà essere sempre riproposta nel caso in cui lunedì non ci sarà una maggioranza per fare un governo, può essere apprezzata su base annua, nel periodo in cui Monti ha governato la scialuppa nel pieno dei suoi presunti poteri eccezionali. Nell’ultimo anno, il debito italiano è cresciuto di 7,4 punti percentuali. All’inizio del 2013 i dati Eurostat hanno confermato, plasticamente, l’unicità dell’iperbole italiana rispetto al salotto buono delle economie europee dove il debito pubblico resta «quasi stabile» al 90% del Pil.

Davanti a questa tragica realtà i principali aspiranti al nuovo governo, Bersani e Fassina del Pd tremano. Chiedono di «allentare il patto di stabilità interno per avviare cantieri per 7,5 miliardi di euro». Puntano al sostegno della Francia di Hollande che ha ottenuto dalla Merkel di non essere perseguitata dalle sanzioni del Fiscal Compact. L’Italia del futuro aspira ad imitare l’opportunismo francese in attesa della clemenza che i tedeschi riservano ai «cugini».

Un altro esempio di disperazione nel teatrino europeo della crisi.