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Pensioni, Berlusconi incarta Bruxelles

Il governo presenta all’Ue un elenco di promesse che somiglia più a un programma elettorale che a un’agenda anti-crisi. Bossi for president: «Si vota quando dico io». Limature e contatti fino al decollo. Draghi: «Passo importante però ora le riforme vanno fatte». E Napolitano aggiunge: «Un obbligo per chiunque governi»

Qualcosa «ci inventeremo», aveva detto previdente Berlusconi qualche giorno fa a proposito del decreto sviluppo richiesto dall’Europa. E così è stato. In diplomazia spesso la forma e sostanza.

E in Europa forse ricorderanno che la lettera che Bossi, Brunetta e Tremonti hanno scritto per i capi di governo e le istituzioni comunitarie su carta intestata di palazzo Chigi (leggi qui) è stata scritta in realtà nei vari dopocena a casa Berlusconi, tra tinello e salotto, senza che sia mai stata discussa in parlamento né approvata in un consiglio dei ministri.

Che un semplice elenco delle cose fatte e non fatte finora, buono più come programma elettorale che come agenda di governo possa davvero rassicurare i partner europei al di là dei sorrisi di circostanza è tutto da vedere. Non a caso, l’agenzia Reuters definisce la lettera italiana un elenco di «vaghe promesse» priva degli «impegni concreti» chiesti dall’Unione.

Anche così, il premier è costretto a limare il testo fino all’ultimo, pochi istanti prima di salire sull’aereo che lo porterà a Bruxelles in uno dei vertici più difficili della storia europea. Un appuntamento dove arriva da sorvegliato speciale e si distingue subito per un’occhiata di troppo al fondoschiena della premier danese Helle Thorning-Schmidt ripresa dalle tv a circuito chiuso con grande ilarità dei giornalisti presenti

Le diplomazie sono ancora al lavoro ma è ormai certo che il comunicato finale del vertice conterrà un paragrafo tutto dedicato all’Italia e al giudizio sul suo operato. La prima impressione, nella riunione dei 27 membri (ma non ancora dei 17 paesi dell’eurozona), è comunque «molto buona», racconta il premier polacco Donald Tusk.

Del resto, che l’Europa debba fare buon viso a cattivo gioco è inevitabile: per l’enorme debito pubblico italiano (1,9 trilioni di euro) non c’è fondo «salva-stati» che tenga.

Chi sicuramente andrà a vedere se le carte italiane sono credibili o no saranno i mercati: nella mega-asta di domani il Tesoro deve piazzare 9 miliardi di Cct e Btp. Con quali rendimenti si impegna a onorare in futuro quel debito è tutto da vedere (hanno superato il 6%, leggi qui).

Incurante della realtà e del caos in parlamento, a Roma Bossi è soddisfatto e si dice «ottimista». Sulle pensioni «l’ha avuta vinta il buonsenso. Non possiamo non darla a gente che ha pagato tutta la vita». Che nel decreto di agosto abbia deciso il contrario non lo sfiora.

I leghisti (e Tremonti) hanno vinto la mano. Mentre Calderoli definisce «gigantesche stronzate» le voci su un patto con Berlusconi per votare nel 2012 che in parlamento terrorizza decine di peones, Bossi avverte i naviganti: «Quale patto? E’ un’invenzione. Il giorno in cui non dò più i voti a Berlusconi si va alle elezioni. Che bisogno ho io di un patto? Il coltello dalla parte del manico ce l’ho io», afferma il leader del Carroccio con un sorriso sghembo.

Le parole trionfanti e allo stesso tempo minacciose di Bossi confermano che l’obiettivo della Lega è avviare la campagna elettorale e decidere il momento più opportuno per staccare la spina. Una sorta di sostegno a singhiozzo che basta a mantenere a galla il governo ma non certo a rilanciarlo.

Non a caso dai calendari parlamentari è sparito quasi tutto, restano mozioni e accordi internazionali. «Se Berlusconi la sfanga a Bruxelles, tra una settimana c’è il voto sull’assestamento del rendiconto di bilancio e lì si cade», è la catastrofica previsione di un uomo di punta del Pdl.

Il governo annuncia un decreto sviluppo simile alle bozze circolate nei giorni scorsi (già bocciate da opposizioni, imprenditori e sindacati) più un diluvio di norme attuative su vecchi provvedimenti (tipo la riforma Gelmini). Tutto il resto seguirà il normale iter parlamentare, e viste le batoste di ieri in aula e commissione, auguri e figli maschi.

In questo quadro, uno dei protagonisti della trattativa europea, Mario Draghi, vola a Francoforte come presidente della Bce. Per il governatore di Bankitalia la lettera del governo è un «passo importante» (leggi qui). Ora però, ripete come un mantra , «si tratta di farle» queste riforme, «con rapidità e concretezza».

Draghi – che non nasconde commozione e toni drammatici – punta tutte le sue speranze sul presidente della Repubblica: «E’ il primo punto di forza su cui il paese può contare». I due in questi mesi di crisi hanno lavorato fianco a fianco.

E Napolitano, a Bruges per l’inaugurazione annuale del College d’Europe, rilancia i temi dell’integrazione europea a lui cari con un chiaro avvertimento interno a Pdl-Lega e Pd-Udc: «Non possiamo più tergiversare di fronte a uno sforzo consistente e costante di abbattimento del debito pubblico, né restare incerti dinanzi a riforme strutturali… Si tratta di prove di indubbia durezza… ma nessuna forza politica può continuare a governare, o può candidarsi a governare, senza mostrarsi consapevole delle decisioni, anche impopolari, da prendere ora nell’interesse nazionale ed europeo».

Il cuoco, insomma, potrà anche cambiare ma la minestra è sempre la stessa.

dal manifesto del 27 ottobre 2011