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FranciaEuropa

Pedofilia: i giornalisti devono informare la polizia? In Francia è polemica

La professione giornalistica sta attraversando un momento difficilissimo, in Francia come altrove, a causa della crisi e della profonda trasformazione in corso nel settore. I poteri – politici, religiosi, economici – non perdono occasione per combattere una guerra contro l’informazione, accusata di tutti i mali. Un episodio si è aggiunto in questi giorni per creare ancora più malesssere e confusione: stasera va in onda su France 2, tv pubblica, Les infiltrés, una trasmissione di inchieste realizzate facendo ricorso alla candit camera, la telecamera nascosta, una pratica che soleva molte perplessità. L’agenzia Capa ha fatto un’inchiesta, durata un anno, infiltrandosi nelle reti dei pedofili. Sul Net, dei giornalisti si sono fatti passare per una ragazzina di 12 anni, Jessica, e sono stati contatttati da pedofili. Un giornalista, Laurent Richard, si è fatto passare per un amatore di immagini porno-pedofile e ha incontrato, sotto mentite spoglie, un personaggio che era già stato condannato, a Monréal in Québec, a dieci anni di carcere per pedofilia. Di fronte alle immagini che il personaggio gli ha proposto, il giornalista, scioccato, ha deciso di denunciarlo alla polizia. In tutto, 22 persone sono satte denunciate per reati di pedofilia.

Ne è nata una controversia, con reazioni diverse. Gli autori del reportage seguito dalla denuncia affermano che non potevano fare altrimenti, come cittadini prima di essere giornalisti: hanno scoperto un crimine odioso, sapevano che l’uomo e i suoi complici erano pronti ad agire di nuovo e fare violenza a  dei  minorenni incastrati sul web. Cosi’, li hanno “segnalati” alla polizia, spiegano. Citano degli articoli del codice penale che puniscono chi, a conoscenza di un crimine, non lo denuncia. Ma i giornalisti devono anche rispettare altre regole, legate alla professione: intanto, non si dovrebbe mai farsi passare per qualcun altro e si dovrebbe sempre dichiarare che si è giornalisti. Poi, c’è la delicata questione del segreto delle fonti, protetto dalla legge (in Francia, è recente). “Trovo particolarmente schifoso nascondersi dietro” gli articoli del codice penale che puniscono chi non denuncia un crimine; afferma Dominique Pradalié, segretario generale del Sindacato nazionale dei giornalisti, “quando un giornalista è nel quadro della sua professione, viene applicata la legge della protezione delle fonti. Chi volesse distruggere la professione, non farebbe altrimenti”. Ma all’agenzia Capa replicano: “cosa sarebbe successo se Capa non avesse fatto questa segnalazione? Chi sarebbe stato linciato? Il segreto delle fonti o Capa? Capa, sicuramente”. L’avvocato Richard Malka, specialista del diritto della stampa, intervistato da Libération, si chiede: “cosa si fa allora con i terroristi, con i trafficanti di armi? I giornalisti passeranno il tempo a denunciarli?  O si ha una tessera di giornalista o una tessera di poliziotto. Non le due assieme”.  Che cosa si direbbe se dei giornalisti denunciassero dei sans papiers incontrati per un’inchiesta? Ma sui pedofili l’imbarazzo è grande: “è come considerare che i pedofili siano al di là di tutto, al di là del diritto”, avverte l’avvocato Malka.