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Pdl, non basta un Angelino per un partito di diavoli

«A noi il processo breve, a voi il processo verbale». La sintesi finale di Amedeo Laboccetta, Pdl ex An, dice molto sulle due settimane di «Vietnam parlamentare» tra maggioranza e opposizioni. Nel voto segreto sono ben 6 i deputati dell’opposizione ad aver votato per il governo. Le assenze di Udc e Fli sono state piccole ma vistose durante diverse votazioni. Berlusconi – non c’era dubbio – esulta e conferma di controllare le camere a suo piacimento.

Rischia però di perdersi il partito. Tra cene e contro-cene (ieri è toccato a Scajola, Alemanno e Matteoli radunare i propri fedelissimi in tre ristoranti diversi della capitale) la quantità di correnti nel Pdl ormai è quasi incalcolabile.

A Berlusconi non resta che mettersi «dietro al cespuglio». E alimentare il «sogno» di Ferrara su un premier a un passo dall’addio sia negli incontri con i vari notabili che con la stampa estera.

Il Wall street journal spara altissima la confidenza del premier: «Se alle prossime elezioni mi chiedono di fare il padre nobile lo farò, potrei essere il capolista nazionale del Pdl ma non voglio più un ruolo operativo». Il delfino designato sarebbe il trionfatore di questa fase: Angelino Alfano, ministro della Giustizia e da ieri candidato in pectore sui giornali di mezzo mondo.

Alla visione di Berlusconi come un Cincinnato al contrario non ci crede nessuno. Nemmeno Denis Verdini: «Era solo una riflessione, uno stato d’animo, non si tratta certo di una cosa vera o decisa», minimizza l’uomo forte del Pdl. Come d’incanto da via dell’Umiltà fanno sapere di essere inondati di fax per il caro leader, di «Silvio resisti», di telefonate furiose. Non a caso alle agenzie italiane Berlusconi aveva aggiunto una postilla: «Se mi farò da parte a fine legislatura dipenderà dai sondaggi».

Macchina elettorale e marketing politico a palazzo Grazioli sono una cosa sola. Ma sotto la cenere covano ancora diverse rivolte. La più vistosa è quella di Micciché, che da giorni ha nel mirino il coordinatore di origine siciliana La Russa e ancora ieri alla camera ha avuto una lunga e animata conversazione proprio con Verdini. La Sicilia: Miccichè, Alfano, la giunta Lombardo-Pd-Fli-Udc che scricchiola per le inchieste della magistratura… tutte le strade portano a Palermo.

Berlusconi preferisce guardare il bicchiere mezzo pieno e si consola con «la grande prova di unità» data dal partito. Ha già convocato per stamattina a palazzo Grazioli un vertice del Pdl che si allargherà anche alla Lega. Entro lunedì si chiudono le liste per le amministrative e tra le varie fazioni il sangue scorre a fiumi. «Ciascuno per sé, Berlusconi per tutti», sintetizza un ex An vicino a Matteoli. Il siluramento del triumvirato che guida il Pdl è questione di settimane. Stasera i capigruppo Gasparri e Cicchitto hanno convocato tutto lo stato maggiore del partito a una mega cena all’Hotel Valadier (tra gli assenti annunciati Alemanno e Tremonti) per provare a imporre una tregua. Ce n’è bisogno. Perché la «prescrizione breve» è solo il primo passo verso la «riforma» della giustizia. Seguiranno la responsabilità civile dei magistrati, la stretta sulle intercettazioni, la riforma costituzionale di carriere e Csm. Se Alfano riuscirà a portare tutto a casa (del premier), sbarrargli la strada sarà difficile per chiunque.

Ma c’è un però. Il ministro siciliano è l’anti-Tremonti per antonomasia: fedelissimo al capo, spregiudicato, giovane, brillante in tv, lontano da ipoteche padane e siciliano doc. Un pedigree capace di prendere voti al Sud, che è dove si vincono o perdono le elezioni. Piacerà alla Lega il suo curriculum? E soprattutto, basterà a tenere a bada il vero uomo forte del governo? Giulio Tremonti continua a disertare cene e vita di partito. Oggi sarà a Washington per la riunione del Fondo monetario.

Nel Pdl il ministro Rotondi guarda al futuro e lo vede più proiettato su scenari internazionali che al comando di palazzo Chigi. Finora, se non altro per realismo, Tremonti si è sempre opposto a Berlusconi dietro lo scudo dei conti pubblici e dell’Europa. Con la finanziaria imminente si troverà di fronte una rivolta di ministri e deputati. Non a caso, Tremonti è tra i pochi ministri a non aver mai troncato i rapporti con l’opposizione. Nel Pd con D’Alema e Sposetti innanzitutto ma anche con Bersani. E poi mercoledì notte alle 23, in un Transatlantico deserto durante le votazioni, ha confabulato per un’ora a tu per tu con Pier Casini.

dal manifesto del 14 aprile 2011