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Pdl, la sbandata degli «onesti»

Il Quirinale chiede altre modifiche alla manovra: dopo la salva-Fininvest nel mirino ci sono anche le «quote latte» care a Bossi. Berlusconi abbandonato da tutti ritira il comma contestato, Tremonti fugge dai giornalisti, Alfano tace, Letta si scusa con Napolitano. La Lega ribolle e il Pdl rischia sulla P4.

Qualcuno più realista del re si trova sempre, Daniele Capezzone e il ministro Sacconi, per esempio, difendono nel generale imbarazzo di colleghi ministri e deputati il comma salva-Fininvest. Peccato che poche ore dopo il Cavaliere li pugnali alle spalle ritirando lui in persona la norma inserita da chissà chi in finanziaria, un comma «senza autore» che per tutto il giorno in Transatlantico ha angosciato peones e big di Pdl e Lega.

Dietro le quinte lo scontro col Quirinale è tale che ieri mattina Gianni Letta non ha potuto far altro che telefonare al Colle per scusarsi con Napolitano e assicurare alla presidenza della Repubblica che (nemmeno) lui di quella norma contestata ne sapeva nulla.

Contatti diplomatici e non che hanno costretto nel pomeriggio il «mero proprietario» della Fininvest a usare la carta intestata della presidenza del consiglio per annunciare la cancellazione del comma incriminato. Il comunicato di Berlusconi (disponibile sul sito del governo) dovrebbe andare nei libri di storia per quanto è esemplare del groviglio di interessi di cui è tessuto il crepuscolo del berlusconismo. In sostanza, il premier certifica che «nella cosiddetta manovra» c’era una norma «non solo giusta ma doverosa» che consentiva alla sua azienda di non pagare i danni a un concorrente (De Benedetti). Già che c’è, Berlusconi parla del processo e dà la linea ai giudici: «Conoscendo la vicenda sono certo che la Corte d’Appello di Milano non potrà che annullare una sentenza di primo grado assolutamente infondata e profondamente ingiusta. Il contrario costituirebbe un’assurda e incredibile negazione di principi giuridici fondamentali». Conclude con minaccia: «Spero non accada che i lavoratori di qualche impresa, in crisi perché colpita da una sentenza provvisoria esecutiva, si debbano ricordare di questa vergognosa montatura» (dell’opposizione, ndr). E’ l’apoteosi del conflitto di interessi con tanto di ventilata serrata-vendita di Mediaset (mediatica o reale è lo stesso) contro toghe rosse e comunisti.

Mortaretti che non spostano di una virgola «la scrupolosa attenzione» del Quirinale sul decreto che definirà i conti pubblici fino al 2014. A stretto giro infatti dal Colle filtra la richiesta di «nuovi chiarimenti», in particolare sul trasferimento dell’Ice alla Farnesina e l’ennesima sanatoria sulle «quote latte» della Lega.

Se questo è il clima al vertice, nel governo e nella maggioranza è il caos. Ieri Tremonti ha annullato all’ultimo minuto una conferenza stampa convocata in pompa magna per illustrare la manovra. Il malumore di super-Giulio è alle stelle. Nel lasso di tempo in cui il testo è passato per Palazzo Chigi prima di andare al Colle – concordano diverse fonti parlamentari – qualcuno voleva «infilare» nella manovra altri provvedimenti indigeribili. Non è un caso che il segretario del Pdl di fresca nomina, Angelino Alfano (l’indiziato numero uno), pubblicamente non abbia detto una sola parola nonostante sia ancora il ministro della Giustizia in carica.

Anche la Lega è in subbuglio. L’asse del Nord basato su Bossi-Berlusconi scricchiola sempre di più. Tagli, missioni militari, ministeri al Nord, rifiuti, giustizia e leggi ad personam. Quasi nessuna delle richieste della Lega è passata senza colpo ferire. Una voce per tutti: «Ma Silvio ci è o ci fa?» si chiede il milanese Matteo Salvini su Facebook.

La miccia di via Bellerio o è bagnata, o gioco forza si accorcerà sempre di più. Per paradosso, è soltanto l’eccesso di caos a tenere in piedi la legislatura.

Il governo in senato ha chiesto la fiducia sul decreto sviluppo e si appresta a fare lo stesso anche sulla manovra (in aula dal 19 luglio). Voti campali che non possono andar male a meno di incidenti. Ma tenere le redini è sempre più difficile.

Anche vicende che un tempo sarebbero state risolte d’imperio da palazzo Grazioli adesso rischiano di far saltare il banco. Sulla P4 e il «caso Papa» la maggioranza è in frantumi. Oggi la giunta per le autorizzazioni della camera inizierà a valutare la richiesta di arresto per il deputato napoletano complice di Bisignani. La Lega si dice pronta a lasciare le cricche berlusconiane al loro destino. Ma anche nel gruppo del Pdl l’ala ex An (La Russa e non solo) vorrebbe «libertà di coscienza» nel voto in aula. Una scelta che per il «partito degli onesti» di Alfano sarebbe una prima assoluta, visto che il centrodestra ha sempre salvato i deputati sotto inchiesta come fanno i marines sul campo di battaglia. Alfonso Papa parlerà in Giunta stamattina. Ma ha già detto che non si dimetterà e che è pronto a dire «la sua verità». A parte i pasdaran, non ha grossi sponsor nel partito.

La sua richiesta d’arresto si intreccia con quella avanzata mesi fa contro il senatore Pd Alberto Tedesco, su cui l’aula di Palazzo Madama deve ancora esprimersi.

Salvare entrambi, nessuno, o solo uno dei due è la scelta che divide tutti i partiti coinvolti.

dal manifesto del 6 luglio 2011