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Pdl in tilt, dopo Milano più che un tappo salta la cantina

Se si perde a Milano e Napoli vanno tutti a casa. Ma quale? A poche ore dal voto Pdl e Lega sembrano un formicaio impazzito.

Berlusconi ha dato il bacio della morte a due «candidati deboli» ma scelti da lui come Moratti e Lettieri. E oggi i due non ci stanno a fare da capro espiatorio. La sindaca critica l’onnipresenza del premier, mentre Lettieri attacca direttamente il Pdl di Cosentino («è stato sicuramente un peso per l’elettorato moderato e riformista a cui mi sto rivolgendo»). Né padroni né padrini. Insomma: tutti contro tutti, altro che il (pre)ordinato «25 luglio» vagheggiato mesi fa dal Foglio.

Un ex dc vicino al premier come Rotondi vaticina l’eutanasia del Pdl: «Servono nuovi sogni e nuove parole chiave». Gli interessi personali del Cavaliere non coincidono più con quelli del suo partito. Da martedì le prime teste a rotolare saranno quelle del trio Verdini-La Russa-Bondi. L’ex ministro della Cultura anticipa il capo e annuncia il suo addio al triumvirato. Un passo indietro che inevitabilmente scatenerebbe soprattutto su La Russa la tempesta perfetta sia dei forzisti che degli ex An.

Le macerie della probabile vittoria di Pisapia, infatti, ricadrebbero immediatamente sul ministro della Difesa. E non saranno tanti i dirigenti pidiellini a piangere per l’uscita di La Russa dal suo feudo ambrosiano. Formigoni, per esempio, non vede l’ora. Anzi, ha già detto che con Pisapia si lavorerà benissimo e si è candidato a futuribili «primarie» per il dopo-Silvio. Una lesa maestà che gli vale la scomunica di Fabrizio Cicchitto: «Escludo fin d’ora un passo indietro da parte di Berlusconi e non so a quali primarie parteciperà il presidente Formigoni». In effetti, nessuno sa nulla.

Non siamo ancora alle idi di marzo ma i congiurati non mancano. L’area di Scajola e quella di Liberamente (ma Gelmini, Frattini & co. smentiscono) è pronta a raccogliere le firme di oltre cento deputati per chiedere un cambio di rotta drastico alla guida del partito. L’idea di base è più forzitalia e meno fascisti. A cominciare dai vertici per finire con le prossime liste elettorali.

La purga è in agguato? E allora l’area ex An – orfana di Fini – comincia a auto-organizzarsi. La corrente di Matteoli (in parallelo a quelle di Alemanno e Augello) gioca all’attacco e insiste per andare alla conta dei congressi azzerando quote e vertici (nazionali e locali). Gasparri (sodale storico di La Russa) cerca una mediazione ma è sotto schiaffo sul territorio e sa che anche il ministro milanese rischia grosso. Pure una larussiana doc come Viviana Beccalossi sente l’odore del sangue: «È troppo facile alla vigilia delle sconfitte annunciate di Napoli e Milano prendere le distanze e dare la colpa a questo o quel ministro e coordinatore».

Anche tra ex azzurri non va meglio. In un feudo strategico come la Sicilia la lotta all’ultimo sangue tra Alfano, Schifani e Miccichè aspetta di esplodere. Mentre nel Lazio Polverini e Alemanno si sono asserragliati a Roma come in una Stalingrado, assediati dalle armate di Rampelli, Meloni, Gasparri, Cicchitto, Tajani e Fazzone.

E non litigano solo per il potere. Lo fanno pure se stanno all’opposizione: in Emilia Romagna dopo la batosta bolognese Pdl e Lega continuano a darsele di santa ragione e anche in Toscana la sempreverde fronda anti-Verdini lucida le baionette. Perfino nell’irenico Trentino l’ultraberlusconiana Biancofiore corre da Scajola bollando Gasparri come «un povero incapace, violento e autoritario». Più che un tappo solo, è saltata una cantina.

dal manifesto del 27 maggio 2011