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Pd, il venerdì 17 di Pierluigi Bersani

Il segretario boccia le primarie e apre a Casini e Fini. Big quasi d’accordo, base in rivolta. Alleanza con il terzo polo? «Se si fa prima o dopo il voto va bene lo stesso. In cambio rinunciamo alla premiership». La svolta del Nazareno fa gongolare l’Udc: «Un’autocritica intelligente, grazie mille». Nevica a Roma: il vertice del Pd è concorde col segretario. «Rottamatori», Marino e Chiamparino si ribellano. Mentre i militanti sotto shock si sfogano su Facebook e Web.

Sarà per il giorno tradizionalmente infausto, ma certo è che l’intervista di Pierluigi Bersani di ieri a Repubblica si è rivelata esplosiva. Soprattutto per il Pd stesso.

Il segretario archivia il Nuovo Ulivo e consegna il suo partito a Casini. Come dono nuziale porta all’altare anche la fine delle primarie. A cominciare da quelle per le amministrative. Bersani sostiene che «la sostanza politica» del governo di transizione è intatta nonostante la batosta del 14. Sarà lui il leader della futura coalizione con il «terzo polo»? «Non ho fatto passi avanti e non faccio passi indietro. Metto davanti a tutto il progetto», dice il segretario.

Se son rose, fioriranno. Perché è all’«oltre Berlusconi» che guarda il Pd. Un termine ambiguo, che tra le righe concede ai centristi un doppio vantaggio: se l’alleanza non si può fare subito («facciamo maturare nel terzo polo una riflessione- spiega Bersani – tanto l’idea e il confronto che proponiamo vivrebbero in ogni caso») basta intendersi per farla dopo. Quando, si spera, né Berlusconi né nessun altro avrà la maggioranza al senato e dunque si porrà il tema della vera premiership.

Un’apertura tanto più clamorosa perché da un lato non esclude nemmeno l’alleanza con Fini. E dall’altro concede molto senza chiedere granch

Casini è quasi imbarazzato da tanta gentilezza. Tre giorni fa aveva dovuto ingoiare la morte del suo governo di «responsabilità» e l’altroieri è stato costretto ad accelerare la fusione con Fini per fare muro (o alzare il prezzo) contro le avance berlusconiane: «Sia chiaro, andremo da soli alle elezioni, né col Pd né col Pdl», Pierfurby dixit. Oggi è di nuovo al centro del mercato politico. E gongola: «Bersani dice di voler aprire una fase fondativa – spiega il leader Udc alle agenzie – è un’autocritica rispetto a quanto fatto sinora che va apprezzata». E poi, per Casini, anche «la responsabilità di andare oltre è una cosa intelligente, perché andando contro non si costruisce niente e non si vince». E’ un sì alle nozze? Macchè: «Quando ci saranno le elezioni vi faremo sapere chi è il leader della coalizione», conclude lasciandosi aperte tutte ma proprio tutte le porte.

Intanto nevica a Roma e accade il miracolo. Lo stato maggiore del Pd è quasi tutto concorde con il suo segretario. Due flash per dare l’idea: l’ex Udc Follini è entusiasta: «Apprezzo la svolta al centro di Bersani. Mi pare che oggi sia sceso dai tetti e si sia insediato in un territorio di grande buonsenso». Il dalemiano Latorre si spella le mani: «È estremamente positiva l’intervista di Bersani, che ha il merito non solo di rilanciare una prospettiva strategica per il Pd ma anche di far uscire allo scoperto il nuovo Polo della Nazione».

Anche la minoranza di Modem è guardinga ma ci sta. Del resto l’ex coordinatore veltroniano del Pd, Goffredo Bettini, sul Corsera fa un passo in avanti (e più sincero) affossando ancora una volta l’idea di Bersani premier in nome del «nuovo» centrosinistra allargato. Una posizione accolta dall’eterno «ex Fgci» romano Zingaretti e dai tanti ex Dc.

Tanta compattezza dei vertici cozza con il vero e proprio shock di pezzi del Pd non secondari. «Chi pensa che il Pd è morto non ha tutti i torti», scrive Peppe Civati sul suo blog. I «rottamatori» ormai sono sul piede di guerra e stanno lavorando a un documento che farà molto rumore.

«Siamo l’unico partito di opposizione al mondo che non vuole le elezioni», si dispera Ivan Scalfarotto. Un «cacicco» come Sergio Chiamparino si astiene per carità di patria: «E’ natale, non commento». Perfino i prodiani sentono l’odore del sangue. «Abolire le primarie si chiama paura di perdere», sintetizza Arturo Parisi. Senza contare l’ebollizione che cova nell’ala sinistra. «Mai e poi mai si possono abbandonare le primarie», avverte Vincenzo Vita. Ignazio Marino non ha dubbi: «Diventare di centrodestra? No grazie. Le primarie non si toccano. Bersani poteva dire queste cose nel comizio a san Giovanni. Vediamo che avrebbe detto la piazz

Cosa pensi la base è presto detto. Nella blogosfera e sul profilo Facebook di Bersani i commenti sono a dir poco inferociti. L’ufficio stampa del Nazareno prova a correre ai ripari: «Sulle primarie non prendiamo lezioni». Fassina indora la pillola: «E’ una proposta non politicista, aperta alle associazioni». Martedì a Ballarò un sondaggio Ipsos dava l’alleanza con Idv e Sel largamente preferita tra gli elettori del Pd rispetto a quella con i centristi. Contrordine? Il segretario del Pd di Ancona Stefano Perilli esplode così in una lettera aperta: «Compagni, la proposta di Bersani è una tafazzata».

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 18 dicembre 2010