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Rovesci d'Arte

Patchwork alla giapponese per il restauro del Colosseo

Anche il Colosseo ha tremato in quella notte infausta del 6 aprile 2009. E la sua parte alta ne ha risentito. Così è ora di correre ai ripari e di restaurare l’Anfiteatro Flavio, monumento sotto tutela della Protezione civile già dallo scorso anno che – data la sua esposizione mediatica planetaria – non sta faticando a trovare generosi mecenati. C’è anche chi dice che questi lavori di pulizia e messa in sicurezza non siano del tutto indispensabili, ma come poterlo dimostrare? Se il sindaco Alemanno vuole utilizzare la bella cornice romana per dare lustro a mostre come i Gladiatores e, in un futuro non troppo lontano, riposizionarci i giochi gladiatori dell’epoca d’oro, meglio star tranquilli. L’arena deve rimanere libera da oggetti contundenti e evitare disastrosi crolli, con tanto di distacchi di marmi. Gli sponsor della cordata di finanziatori, fortemente caldeggiata dall’amministrazione capitolina, dovranno sborsare ben 23 milioni di euro, ma tant’è: per il Colosseo questo e altro, anzi stanno facendo a gara. Capofila è Diego Della Valle, tallonato da famelici giapponesi pronti a qualsiasi cosa pur di godersi non più soltanto in fotografia o in cartolina un pezzo «vero» di quell’ambitissimo Colosseo. L’idea infatti è quella balzana del «restauro spezzatino», ognuno ne promuove un po’ fino al raggiungimento dello scopo.
Tra assicurazioni di archistar e Anfiteatro Flavio, Alemanno sta seduto in una botte di ferro. Non la cultura però, né la sua pratica. Perché il restauro, diceva Brandi, «deve mirare al ristabilimento della sua unità potenziale dell’opera d’arte, purché ciò sia possibile senza commettere un falso artistico o un falso storico». Infine, faceva riferimento a un concetto oggi impensabile per i nostri politici e amministratori: la responsabilità del restauratore di fronte alla storia e alla memoria collettiva. Come tenerne conto in un intervento «patchwork», per finanziamenti e modalità di progetto nel tempo?