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Antiviolenza

Pas? no, mobbing genitoriale

Quella che si è scatenata dal momento in cui alcune giornaliste e avvocate hanno “osato” fare delle osservazioni sui disegni di legge presentati al Senato sulle modifiche dell’affido condiviso (legge 54/2006) – anche oggi in discussione alla Commissione Giustizia fino alla presentazione degli emendamenti al ddl 957 che saranno discussi il 9 luglio – è diventata una guerra mediatica con reazioni a volte violente e fuori da ogni controllo. Una violenza della parola che, al di là degli argomenti su cui si può sempre discutere anche con toni accesi, è stata volutamente non velata ma farcita di offese, minacce, intimidazioni anche personali, nella ricerca di inquadrare e restringere queste critiche a un pulpito di “attempate femministe” (anche quando sono giovani e non vetero) su cui sembra lecito scagliarsi*. Un pulpito confuso evidentemente con quello che invece è la difesa di un diritto: sia quello di poter mettere in discussione una proposta di legge (dovremmo essere ancora in democrazia), sia il diritto a difendere chi, con queste modifiche, potrebbe ritrovarsi in serio pericolo. D’altra parte, e fortunatamente, bisogna anche riconoscere che invece altri hanno optato per un dialogo, auspiachiamo proficuo, con un’apertura di spazi di confronto tra chi la pensa diversamente che è sempre un segno di civiltà e di umanità, in quanto i problemi si possono risolvere con una seria collaborazione per il raggiungimento del miglior risultato per tutti e tutte. Quello che, infatti, è stato messo in luce sui disegni di legge per la modifica della 54/2006, non riguarda la bigenitorialità che è, appunto, un’opportunità sia per il minore che per le madri che fino a oggi hanno cresciuto i loro figli in solitudine e con grandi sforzi e sacrifici, ma il fatto che in questo “calderone” (i ddl in realtà sono cinque) non siano previste norme adeguate nel momento in cui vi siano violenza domestica e/o violenza assistita (ovviamente accertate e non presunte), e soprattutto sia introdotta una malattia non scientificamente provata come la PAS (Sindrome di alinenazione parentale), alla quale invece sembrerebbe più corretto riferirsi a quello che viene chiamato mobbing genitoriale che può avvenire da entrambi i genitori e che non è una malattia applicata al minore (che eventualemnte si trova in mezzo a due fuochi) ma appunto una volontà dell’adulto verso l’altro adulto che va valutata nella sua complessità e in un quadro generale di rapporti e dinamiche conflittuali intrafamiliari. Elvira Reale, che dirige il Centro Clinico sul maltrattamento delle donne presso la U.O. di Psicologia Clinica (ASL Na 1) ed è docente della Scuola di Specializzazione in Medicina del lavoro dell’Università Federico II di Napoli, mette in luce, in un intervento che pubblichiamo qui di seguito, cosa si intenda per mobbing genitoriale spiegando come il principio della bigenitorialità, per essere reale, non può essere slegato da quello che sono le pari opportunità tra uomo e donna in tutti i settori: nella politica, nella società, nel lavoro, così come anche nella famiglia.

– Avvertenza: questo intervento viene pubblicato per stimolare una riflessione più ampia, e non è né una provocazione per nessuno né un’accusa verso i padri (che a volte sono anche meglio delle madri). Si tratta di un esempio che aiuti tutti e tutte a valutare le varianti all’interno delle dinamiche intrafamiliari, per avere una visione reale dei pericoli che si corrono e quindi per aprire un confronto vero allo scopo di migliorare l’esistente.

PAS? no, mobbing genitoriale

di Evira Reale – direttrice del Centro Clinico sul maltrattamento delle donne presso la U.O. di Psicologia Clinica (ASL Na 1) e responsabile del Centro ascolto antiviolenza del Pronto soccorso dell’Ospedale San Paolo di Napoli

“Nessuno nega il principio della bigenitorialità, come quello delle pari opportunità che vogliamo solo ricordare, per rispetto della storia, essere stato professato dai movimenti delle donne per equilibrare in tutti i settori – economici, politici e sociali – il loro diritto violato alla parità con gli uomini. Come donne conosciamo bene il disagio di chi conta meno o è valutato meno nel rapporto con le istituzioni, quindi siamo le prime a volere un diritto alla bigenitorilaità che sia finalmente diritto alla paternità responsabile e condivisione dei compiti domestici e di cura (gli uomini in Italia sono gli ultimi nella classifica europea in termini di ore prestate al lavoro domestico e di cura). Giova alle donne la condivisione e la bigenitorialità prima che agli uomini. Detto questo, siamo legittimate più degli uomini, a parlare di mobbing genitoriale o familiare – ma non certo della sindrome della PAS che è una vera invenzione non riconosciuta scientificamente – perché lo strumento principale su cui si fonda il mobbing, come d’altra parte quello lavorativo, è il detenere una posizione di potere con maggior potere economico, posizione che ancora oggi in questo contesto sociale è detenuta più dagli uomini, che non dalle donne. Ecco un esempio di mobbing genitoriale, che non ha niente a che vedere con la PAS ed i supposti criteri della sindrome, ma si fonda su elementi molto concreti e concretamente comprovabili da tutti.

«Per quanto riguarda la situazione attuale vi è da mettere l’accento sulle dinamiche gravemente disfunzionali e pregiudizievoli veicolate dalle condotte del padre. Questi da quando è andato via dalla casa familiare, (…) ha messo in atto nei confronti della moglie una strategia tesa a ridurla progressivamente nella condizione di una totale indigenza economica, non preoccupandosi minimamente di coinvolgere e danneggiare i figli in questa “vera e propria strategia bellica”, con la duplice finalità di indurre la donna, secondo quanto riferito dalla stessa, a ritirare le denunce fatte e ad attirare i figli a sé. La strategia appare vincente perché già un figlio è andato via dalla casa, diventata inospitale (senza gas, telefono, con un riduzione dell’energia elettrica, ecc.) con l’obiettivo di continuare a mantenere il tenore di vita a cui era prima abituato e che la madre, ridotta dal marito in totale ristrettezza economica, non può certo assicurare.

Le azioni in sintesi messe in atto a questo scopo sono state le seguenti:

–        la sig.ra si è vista sottratte tutte le risorse economiche dal conto bancario (circa 60.000 euro) rimanendo solo con 1.500 euro con cui ha vissuto fino ad oggi in gravi ristrettezze. A causa di ciò tutti i consumi che non riguardano i beni di primissima necessità sono stati tagliati, come le spese per i ragazzi ed oggi per il più piccolo: le spese per il cinema, le giostre, le feste l’andare al mac donald, ecc. Persino l’utilizzo della luce in casa è stata ridotta nonché quella del gas (è stato tolto l’allaccio al gas condominiale);

–         si è trovata nella condizione di dover far fronte al pagamento di tutte le utenze, bollette, affitto mensile di casa, senza aver entrate sufficiente per cui: ha pagato 2 bollette ENEL e le bollette della luce grazie all’aiuto del padre ed ha ricevuto dal proprietario un avviso verbale di sfratto di cui i figli sono venuti a conoscenza;

–        la sua abitazione è stata staccata dall’uso condominiale del gas per cui la sig.ra ha dovuto provvedere mettendo in casa una bombola di gas per cucinare che però non copre la produzione di acqua calda ad esempio per la doccia;

–        ha avuto una comunicazione dalla TELECOM che in seguito alle bollette non pagate le ha limitato l’uso del telefono di casa alla sola ricezione di chiamate.

La signora può sopravvivere oggi, perché ha aiuti esterni. La sig. ra (…) in questa difficile fase può infatti contare sull’aiuto materiale ed economico del padre e della sua rete amicale per espletare le funzioni minime di mantenimento, visto che non percepisce un mantenimento dall’ex-marito nonostante sia stato anche stabilito dal ricorso del Tribunale dei Minori di (…) in cui le parti sono state convocate per l’udienza avvenuta in data (…). In questo modo il marito, unico detentore di beni economici sta costringendo la famiglia, oggi ridotta alla moglie ed al figlio più piccolo, a precipitare sempre di più nella povertà, venendo meno ai suoi doveri giuridici di tutela ed ottenendo che i figli, prima il più grande – che ha resistito solo un mese con la madre – e poi il più piccolo, abbandonino la madre per questione di sopravvivenza economica. Il figlio maggiore, andando a stare con il padre, oggi può infatti essere accompagnato a scuola in auto, disporre di soldi, internet, uscire a cena fuori con il padre (…). Il figlio minore poi, che, nelle indicazioni del PM non doveva avere contatti con il padre, va frequentemente a casa del padre per soddisfare i suoi bisogni primari: fare la doccia, poter utilizzare il computer, avere le scarpe ed i beni di consumo che oggi la madre non può più garantire».

Infine come donne sappiamo molto bene, e lo sa bene anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite, come l’origine della violenza degli uomini sia nel dislivello di potere sociale ed economico tra i due sessi. Questa differenza di potere è quindi causa della peggiore delle violenze al mondo: la violenza intrafamiliare che è all’85% fatta dagli uomini sulle donne e solo per il 15 % dalle donne sugli uomini; ma con una piccola differenza: gli esiti della violenza maschile sono molto spesso più gravi e letali per le donne che non per gli uomini quando colpiti, in bassa percentuale, dalla violenza femminile. Tutto ciò per dire che se la violenza intrafamiliare è frequente, grave ed in prevalenza agita dagli uomini, non si può affermare il diritto alla bigenitorialità prima che non sia stata stabilito senza ombra di dubbio che quell’uomo non ha agito violenza sulla moglie o sulla partner, perché anche se avesse solo agito violenza sulla donna senza toccare i figli ugualmente non sarebbe un buon padre e non avrebbe diritto alla bigenitorialità perché gli esiti psichici del maltrattamento assistito sono gli stessi di quelli del maltrattamento diretto. Sarebbe da incoscienti se operatori sociali, sanitari e giudiziari nelle vertenze familiari non avessero sempre un occhio aperto sugli eventi di violenza familiare prima di affermare il diritto per tutti alla genitorialità, e ugualmente sarebbero incoscienti le istituzioni se sorde ai moniti della Comunità internazionale si rifugiassero in una qualsiasi sindrome inventata per considerare le parole delle donne sulla violenza e l’abuso intrafamiliare come prive di senso. Le donne muoiono nel mondo troppo spesso  di violenza intrafamiliare per mano di uomini e ogni Stato ha il dovere di proteggerle, come segnalato da tutta la Comunità  internazionale (due diligence). Di conseguenza gli Stati e le autorità giudiziarie  non possono tollerare  atteggiamenti pregiudizievoli nei confornti delle donne  che denunciano  la violenza (ancora troppo poche come  ci dicono gli Organismi internazionali: ONU ed OMS ); atteggiamenti che si trasformano spesso in ‘giudizi diagnostici’ di non sanità mentale e/o di sindrome di alienazione parentale oppure  ancora in vere e proprie calunnie come quella di organizzare complotti e false accuse senza alcuno scopo evidente se non quello (assolutamente incongruo o statisticamente del tutto irrilevante) di voler sottrarre al padre i figli. Nella mia attività in pronto soccorso di una cosa sono certa perchè testimone costante: le donne rischiano la loro vita molto spesso per stare con uomini violenti solo per l’idea di non togliere un padre ai figli“.

 *chiedo cortesemente ai commentatori e alle commentatrici di questo blog di contenere i toni ed esprimere le proprie idee con un linguaggio appropriato e quindi non offensivo né intimidatorio né tantomeno minaccioso. Qualsiasi sia l’opinione espressa, i commenti che useranno questo tipo di linguaggio (compreso l’uso delle maiuscole volte a indicare la voce “grossa”), non saranno pubblicati. Grazie