closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Antiviolenza

Pas? no, mobbing genitoriale 2

Gentili lettori, gentili lettrici, dopo aver constatato con piacere i toni moderati e di confronto con cui si sta svolgendo su questo blog il dibattito a proposito della PAS (Sindrome di alienazione parentale) e dei ddl che vorrebbero introdurla a norma di legge – in discussione in questi giorni al Senato per le modifiche della legge 54/2006 sull’affido condiviso – propongo un nuovo post in cui siano messe a confronto le osservazioni del dottor Gaetano Giordano riguardo l’intervento della dottoressa Elvira Reale su questo blog, e la risposta a queste osservazioni da parte dell’autrice stessa. Invitandovi ancora una volta a mantenere toni e a esprimere le vostre idee con un linguaggio appropriato, e quindi non offensivo né intimidatorio né tantomeno minaccioso (compreso l’uso delle maiuscole volte a indicare la voce “grossa”), ribadisco che questi interventi vengono pubblicati per stimolare una riflessione più ampia, e che quindi non si tratta né di una provocazione né di un’accusa verso nessuno, ma di un tentativo di aprire un confronto allo scopo di migliorare l’esistente. Infine vorrei chiarire a chi mi tira in ballo personalmente citando il mio nome, che purtroppo l’appellativo “signora” non è appropriato in quanto la mia professione è quella di giornalista (professionista) e che in questa veste sto affrontando la questione in ballo, questa come altre, dalle pagine di un giornale regolarmente registrato come testata e non da un blog personale. Grazie

Pubblico di seguito per favorire il confronto tra le diverse tesi:

– la risposta della D.ssa Elvira Reale al Dr Gaetano Giordano

– le osservazioni fatte alla D.ssa Elvira Reale da parte del Dr Gaetano Giordano

– il primo intervento della D.ssa Elvira Reale

D.ssa Elvira Reale in risposta al Dr Gaetano Giordano (cifr. in basso)

“Ribadisco: Il mobbing  (vuoi lavorativo, vuoi familiare/genitoriale) si fonda in generale su un concetto di  abuso di potere a partire da chi ovviamente  ne ha di più (vi sono anche forme minoritarie di mobbing tra pari o da sotto ordinati). Esso non è appannaggio di un solo sesso contro l’altro, questo si, ma di fatto  nel mondo lavorativo (dati europei) lo patiscono più le donne proprio per la loro posizione di maggiore e più diffusa subordinazione. Non mi sembra poi di aver detto qualcosa di diverso da quello che il dottor Giordano precisa: “Per mobbing genitoriale si intende la volontà di uno dei due genitori di estromettere l’altro dall’esercizio della sua genitorialità rispetto al minore”. E’ appunto quello che intendevo salvo la mia colpa per  aver detto una verità che tale mobbing (come quello lavorativo per altro) è patito maggiormente dalle donne. Nella nostra società ed ancora nella struttura familiare, a meno di voler negare le evidenze, il potere è ancora a favore degli uomini che hanno quindi più mezzi per esercitare ogni forma di coercizione e vessazione compreso il mobbing genitoriale e familiare. D’altra parte il collega Giordano si mostra competente nel mobbing genitoriale ma del tutto a digiuno dei problemi di violenza contro le donne e contro i minori nel mondo e qui da noi, visto che su questo punto nulla altro ha da dire se non il fatto che il mio intervento a favore o spostato sulle donne è ideologico. Se il mio intervento è ideologico, e non lo credo, vuol dire che sono in buona compagnia allineata alle posizioni dell’ONU, dell’OMS e del Consiglio D’Europa. Infine il dott. Giordano dichiara falsa una mia affermazione chiamando a raccolta gli altri colleghi per disputare se è vero o non è vero che il mobbing si fondi o meno su un differenziale di potere, affermando che al contrario esso non si fonda sul potere ma su criteri altri come la condivisione dello spazio e del tempo quotidiano. Ora rimango io allibita da questa affermazione assolutamente preconcetta e/o negazionista del fatto che i rapporti tra le persone, anche nella contiguità quotidiana e familiare (quindi anche affettiva), si misurano su forme di detenzione del potere sociale ed economico. Sembrerebbe quasi che il dottor Giordano sia a digiuno di una qualsiasi prospettiva filosofica che ricordi come  il potere (sociale ed economico) non sia una categoria dello spirito ma si incarni nelle relazioni  quotidiane tra persone. Quindi non è a mio parere  corretto e coerente invocare la contraddizione tra relazioni quotidiane, affettive  e relazioni di potere. Do ancora qualche altra precisazione (che può trovare anche nelle mie ultime pubblicazioni su violenza e maltrattamento alle donne, della Franco Angeli): le relazioni di potere all’interno della famiglia (e ciò è affermato a chiare lettere nella Dichiarazione delle Nazioni Unite per l’eliminazione della violenza contro le donne del 1993) sono fondate sulle e relazioni di potere storicamente disuguali tra uomini e donne e sono anche quelle che determinano il massimo  disagio alle donne e sono quelle chiamate in causa negli eventi di violenza più lesivi per donne e minori. Ancora un altro dato: le donne sottoposte a violenza domestica, mobbing familiare e genitoriale (tra cui la denigrazione della donna nel ruolo di madre è un classico)  sono anche quelle, statistiche alla mano, che subiscono un depotenziamento del loro ruolo genitoriale protettivo e riducono le loro capacità di tutelare i minori dagli abusi sessuali; con il risultato (tratto dalle statistiche internazionali) che nel 30% dei casi i bambini abusati sono figli di madri maltrattate e depotenziate come genitori. Infine un altro problema da non sottovalutare  sempre riguardo agli abusi sessuali e alle denunce connesse. Questi abusi, mi dispiace dirlo, sono nella stragrande maggioranza dei casi perpetrati da attori maschili (padri ed affini) su bambini di ambo sessi (ma con prevalenza delel vittime di sesso femminile). Questi casi ci dicono le associazioni di tutela dei bambini (il telefono azzurro ad esempio), sono sotto rappresentati perché le madri non denunciano o non sono vigili a cogliere i segnali. Allora come la mettiamo? Le donne denunciano e sono colpevoli perché fanno il mobbing genitoriale ai partner, oppure le donne non denunciano e sono colpevoli di non tutelare a sufficienza i minori e sono colluse? Infine il caso da me presentato di mobbing genitoriale (purtroppo non l’unico) è solo un esempio parziale che ho portato (lo stesso caso raccoglieva anche altri strumenti  utilizzate dal mobber ed in particolare il discredito e le false accuse) per  sottolineare il fatto che basta poco per strozzare una donna che è  spesso del tutto o non sufficientemente autonoma economicamente (si dimentica anche che le donne oggi sono più disoccupate degli uomini e rivestono da sempre il ruolo di esercito di riserva, ovvero sono le prime a ritornare a casa  nei periodi di crisi? oppure vorrà tacciare anche l’economia di ideologia?) e che quindi difficilmente potrà imporre al minore le sue scelte, se non ha campo per praticare alcuna scelta. E poi non sottovaluterei, come fa lei, la mia esperienza in pronto soccorso, con le vittime di violenza, che mostra come le donne con bambini piccoli siano più a rischio di violenza e mobbing familiare ma anche di stalking e mobbing genitoriale dopo la separazione. E queste donne che vengono pur minacciate e perseguitate comunque continuano a pensare che sia un diritto far incontrare i figli al padre ed hanno una serie di difficoltà a procedere nel percorso di denuncia perché temono il giudizio dei figli da grandi e di danneggiare quell’uomo che è comunque il padre di figli comuni. Su questo punto invece non sono d’accordo con le tante donne che hanno queste titubanze a fronte di gravi atti e mi prendo la responsabilità di consigliare nelle misure di trattamento una sospensione degli incontri (padre-figli) fin tanto che la donna è minacciata, insultata e picchiata, proprio in queste occasioni e davanti agli occhi dei bambini. Infine un invito: cerchiamo per quanto possibile di essere  tutti seri e responsabili. Riconosciamo tutti che il problema emergenziale è la violenza domestica maschile sulle donne e certo non le false denunce attribuite alle donne (comprovate, confermo e me ne prendo la responsabilità, da uno strumento scientificamente  impresentabile come la PAS) e su questo riconoscimento fondiamo una valutazione ad hoc delle  vicende separative e ripartiamo tutti insieme per garantire il miglior diritto possibile alla genitorialità condivisa, ma soprattutto le  migliori condizioni possibili di crescita di un minore che sicuramente non ha bisogno di modelli maschili aggressivi e violenti o di modelli femminili passivi e tolleranti. Come ho già detto nessun ostacolo vi è da parte mia a che la genitorialità sia condivisa e paritaria a patto però che non pregiudichi la salute e la  sicurezza delle donne e di conseguenza anche quella dei minori”.

Dr. Gaetano Giordano  sul precedente intervento della dott. Elvira Reale (cifr. in basso)

“Sono il dr. Gaetano Giordano. Sono l’autore che per primo -nel 2004- ha descritto e sistematizzato il concetto oggi noto come mobbing genitoriale (http://www.psychomedia.it/pm/grpind/separ/giordano.htm ,http://www.psychomedia.it/pm/grpind/separ/giordano1.htm). Intervengo, per un sereno ma deciso dibattito. A mio parere le affermazioni della dr.ssa Elvira Reale sul “mobbing genitoriale” e sulla Pas sono fuorvianti, basate su assunti scientificamente improponibili, e a mio avviso frutto di una volontà di ideologizzare il problema spostandolo su un piano di discussione assolutamente fuori dal contesto ove deve rimanere. Punto primo: sostenere che le donne sono “legittimate più degli uomini, a parlare di mobbing genitoriale o familiare” è quanto meno assurdo. Il “mobbing genitoriale” è una modalità di transazioni familiari in un nucleo scisso ad un livello (di coppia) ed unito ad un altro (genitoriale): renderlo appannaggio di un sesso o dell’altro è assolutamente improvvido sul piano scientifico e affermazione carente di qualsiasi dimostrabilità. Dimostra poi, ad altro tacere, una imperfetta conoscenza del tema trattato. Per “mobbing genitoriale” si intende la volontà di uno dei due genitori di estromettere l’altro dall’esercizio della sua genitorialità rispetto al minore. Ciò avviene attraverso la possibilità di impedire i rapporti del figlio con l’altro genitore, attraverso la possibilità di delegittimarlo con il minore e all’interno della rete sociale in cui si estrinseca la genitorialità da estromettere (scuola, amici, parenti, aule di giustizia), attraverso la possibilità di limitare o impedire in via giudiziaria, e nel caso con false accuse, l’altro genitore. Un altro dei meccanismi utilizzati è il convincimento diretto o indiretto del minore circa la negatività dell’altro genitore. Ciò, portato alle estreme conseguenze, integra il fenomeno descritto da alcuni autori come “Sindrome di Alienazione Genitoriale”. E’ falso dunque -e chiedo alla collega di dimostrare il contrario- che, come sostiene la dr.ssa Reale “lo strumento principale su cui si fonda il mobbing, come d’altra parte quello lavorativo, è il detenere una posizione di potere con maggior potere economico”. Vero è infatti il contrario: gli strumenti con cui infatti agisce la volontà mobizzante del genitore che vuole estromettere l’altro, sono -e basta considerare quanto sopra espresso- il contatto quotidiano col minore e l’affettività di questi. E’ attraverso la possibilità di gestire le scelte e i comportamenti quotidiani (e quelli fondamentali) del minore che si opera la transazione mobbizzante destinata ad estromettere l’altro. Questo non significa che il genitore più forte economicamente non abbia la possibilità di utilizzare il denaro a fini mobbizzanti: in genere, però, ciò non dà luogo a grandi risultati, perché lo strumento realmente -e tristemente- vincente a fini mobbizzanti è, come detto prima, il contatto e la coabitazione quotidiana, che danno maggiori possibilità di orientare il comportamento del minore, di limitare i contatti dell’altro con il minore e la sua potestà decisionale in merito alle scelte del bambino. Punto secondo: il “caso” descritto dalla dr.ssa Reale. E’ risibile, in primis, fondare tutta una teoria sul un fenomeno come il mobbing genitoriale illustrando un caso che si crede confermi i propri teoremi. Nello specifico, la dottoressa Reale cerca di dimostrare in questo modo che il mobbing genitoriale è appannaggio dei padri, perché questi sono il genitore “ricco” rispetto alla madre “povera”, e che il mobbing genitoriale si fonda dunque sul potere economico. Per far ciò illustra un solo caso, come se fosse la norma, mentre è invece vero il contrario. E’ vero che in alcuni casi lo strumento economico viene utilizzato da uno dei genitori per cercare di coercire i figli, e di limitare la possibilità dell’altro coniuge o partner di fare il genitore. Ciò avviene però molto raramente, e solo per fasce sociali sempre meno rappresentate nel contenzioso giudiziario: di norma la separazione impoverisce entrambi i coniugi, e soprattutto i genitori di sesso maschile. Padri ricchi che possono impedire alle ex mogli povere di mantenere i figli ce ne sono, ma non sono affatto la maggioranza e invito la collega a dimostrare il contrario. Occorre poi constatare che il caso esposto dalla dr.ssa Reale conferma indirettamente come a essere mobbizzante non è il denaro in quanto tale, quanto la possibilità di gestire le relazioni dell’altro con i figli. Cosa che nel caso esposto dalla dr.ssa Reale avviene attraverso il denaro, ma nella stragrande maggioranza dei casi avviene appunto in altri modi: come detto attraverso il contatto quotidiano col minore, attraverso la possibilità di decidere sulla sua vita sociale e affettiva, utilizzando la possibilità di delegittimare affettivamente, socialmente, giudiziariamente, l’altro genitore. Lo strumento economico in alcuni casi può generare una realtà mobbizzante, ma ciò avviene molto raramente se il genitore che ne dispone non può poi utilizzare a tal fine il rapporto quotidiano col figlio e la possibilità di decidere le sue scelte e comportamenti. In definitiva, sarebbe stato più opportuno che la collega in questione non esprimesse a fini ideologizzi dati e considerazioni tanto deformate su un fenomeno molto più complesso, e molto meno attribuibile ad un genere, come ella vuol far credere. Rimango comunque sempre disponibile ad ogni confronto”.

Precedente intervento della d.ssa Elvira Reale su questo blog riguardo la PAS

PAS? no, mobbing genitoriale

di Evira Reale – direttrice del Centro Clinico sul maltrattamento delle donne presso la U.O. di Psicologia Clinica (ASL Na 1) e responsabile del Centro ascolto antiviolenza del Pronto soccorso dell’Ospedale San Paolo di Napoli

“Nessuno nega il principio della bigenitorialità, come quello delle pari opportunità che vogliamo solo ricordare, per rispetto della storia, essere stato professato dai movimenti delle donne per equilibrare in tutti i settori – economici, politici e sociali – il loro diritto violato alla parità con gli uomini. Come donne conosciamo bene il disagio di chi conta meno o è valutato meno nel rapporto con le istituzioni, quindi siamo le prime a volere un diritto alla bigenitorilaità che sia finalmente diritto alla paternità responsabile e condivisione dei compiti domestici e di cura (gli uomini in Italia sono gli ultimi nella classifica europea in termini di ore prestate al lavoro domestico e di cura). Giova alle donne la condivisione e la bigenitorialità prima che agli uomini. Detto questo, siamo legittimate più degli uomini, a parlare di mobbing genitoriale o familiare – ma non certo della sindrome della PAS che è una vera invenzione non riconosciuta scientificamente – perché lo strumento principale su cui si fonda il mobbing, come d’altra parte quello lavorativo, è il detenere una posizione di potere con maggior potere economico, posizione che ancora oggi in questo contesto sociale è detenuta più dagli uomini, che non dalle donne. Ecco un esempio di mobbing genitoriale, che non ha niente a che vedere con la PAS ed i supposti criteri della sindrome, ma si fonda su elementi molto concreti e concretamente comprovabili da tutti. «Per quanto riguarda la situazione attuale vi è da mettere l’accento sulle dinamiche gravemente disfunzionali e pregiudizievoli veicolate dalle condotte del padre. Questi da quando è andato via dalla casa familiare, (…) ha messo in atto nei confronti della moglie una strategia tesa a ridurla progressivamente nella condizione di una totale indigenza economica, non preoccupandosi minimamente di coinvolgere e danneggiare i figli in questa “vera e propria strategia bellica”, con la duplice finalità di indurre la donna, secondo quanto riferito dalla stessa, a ritirare le denunce fatte e ad attirare i figli a sé. La strategia appare vincente perché già un figlio è andato via dalla casa, diventata inospitale (senza gas, telefono, con un riduzione dell’energia elettrica, ecc.) con l’obiettivo di continuare a mantenere il tenore di vita a cui era prima abituato e che la madre, ridotta dal marito in totale ristrettezza economica, non può certo assicurare.

Le azioni in sintesi messe in atto a questo scopo sono state le seguenti:

–        la sig.ra si è vista sottratte tutte le risorse economiche dal conto bancario (circa 60.000 euro) rimanendo solo con 1.500 euro con cui ha vissuto fino ad oggi in gravi ristrettezze. A causa di ciò tutti i consumi che non riguardano i beni di primissima necessità sono stati tagliati, come le spese per i ragazzi ed oggi per il più piccolo: le spese per il cinema, le giostre, le feste l’andare al mac donald, ecc. Persino l’utilizzo della luce in casa è stata ridotta nonché quella del gas (è stato tolto l’allaccio al gas condominiale);

–         si è trovata nella condizione di dover far fronte al pagamento di tutte le utenze, bollette, affitto mensile di casa, senza aver entrate sufficiente per cui: ha pagato 2 bollette ENEL e le bollette della luce grazie all’aiuto del padre ed ha ricevuto dal proprietario un avviso verbale di sfratto di cui i figli sono venuti a conoscenza;

–        la sua abitazione è stata staccata dall’uso condominiale del gas per cui la sig.ra ha dovuto provvedere mettendo in casa una bombola di gas per cucinare che però non copre la produzione di acqua calda ad esempio per la doccia;

–        ha avuto una comunicazione dalla TELECOM che in seguito alle bollette non pagate le ha limitato l’uso del telefono di casa alla sola ricezione di chiamate.

La signora può sopravvivere oggi, perché ha aiuti esterni. La sig. ra (…) in questa difficile fase può infatti contare sull’aiuto materiale ed economico del padre e della sua rete amicale per espletare le funzioni minime di mantenimento, visto che non percepisce un mantenimento dall’ex-marito nonostante sia stato anche stabilito dal ricorso del Tribunale dei Minori di (…) in cui le parti sono state convocate per l’udienza avvenuta in data (…). In questo modo il marito, unico detentore di beni economici sta costringendo la famiglia, oggi ridotta alla moglie ed al figlio più piccolo, a precipitare sempre di più nella povertà, venendo meno ai suoi doveri giuridici di tutela ed ottenendo che i figli, prima il più grande – che ha resistito solo un mese con la madre – e poi il più piccolo, abbandonino la madre per questione di sopravvivenza economica. Il figlio maggiore, andando a stare con il padre, oggi può infatti essere accompagnato a scuola in auto, disporre di soldi, internet, uscire a cena fuori con il padre (…). Il figlio minore poi, che, nelle indicazioni del PM non doveva avere contatti con il padre, va frequentemente a casa del padre per soddisfare i suoi bisogni primari: fare la doccia, poter utilizzare il computer, avere le scarpe ed i beni di consumo che oggi la madre non può più garantire».  Infine come donne sappiamo molto bene, e lo sa bene anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite, come l’origine della violenza degli uomini sia nel dislivello di potere sociale ed economico tra i due sessi. Questa differenza di potere è quindi causa della peggiore delle violenze al mondo: la violenza intrafamiliare che è all’85% fatta dagli uomini sulle donne e solo per il 15 % dalle donne sugli uomini; ma con una piccola differenza: gli esiti della violenza maschile sono molto spesso più gravi e letali per le donne che non per gli uomini quando colpiti, in bassa percentuale, dalla violenza femminile. Tutto ciò per dire che se la violenza intrafamiliare è frequente, grave ed in prevalenza agita dagli uomini, non si può affermare il diritto alla bigenitorialità prima che non sia stata stabilito senza ombra di dubbio che quell’uomo non ha agito violenza sulla moglie o sulla partner, perché anche se avesse solo agito violenza sulla donna senza toccare i figli ugualmente non sarebbe un buon padre e non avrebbe diritto alla bigenitorialità perché gli esiti psichici del maltrattamento assistito sono gli stessi di quelli del maltrattamento diretto. Sarebbe da incoscienti se operatori sociali, sanitari e giudiziari nelle vertenze familiari non avessero sempre un occhio aperto sugli eventi di violenza familiare prima di affermare il diritto per tutti alla genitorialità, e ugualmente sarebbero incoscienti le istituzioni se sorde ai moniti della Comunità internazionale si rifugiassero in una qualsiasi sindrome inventata per considerare le parole delle donne sulla violenza e l’abuso intrafamiliare come prive di senso. Le donne muoiono nel mondo troppo spesso  di violenza intrafamiliare per mano di uomini e ogni Stato ha il dovere di proteggerle, come segnalato da tutta la Comunità  internazionale (due diligence). Di conseguenza gli Stati e le autorità giudiziarie  non possono tollerare  atteggiamenti pregiudizievoli nei confornti delle donne  che denunciano  la violenza (ancora troppo poche come  ci dicono gli Organismi internazionali: ONU ed OMS ); atteggiamenti che si trasformano spesso in ‘giudizi diagnostici’ di non sanità mentale e/o di sindrome di alienazione parentale oppure  ancora in vere e proprie calunnie come quella di organizzare complotti e false accuse senza alcuno scopo evidente se non quello (assolutamente incongruo o statisticamente del tutto irrilevante) di voler sottrarre al padre i figli. Nella mia attività in pronto soccorso di una cosa sono certa perchè testimone costante: le donne rischiano la loro vita molto spesso per stare con uomini violenti solo per l’idea di non togliere un padre ai figli”.

*Gentili/e lettori e lettrici, questo articolo (come già purtroppo altri) è chiuso e non pubblica più commenti. Grazie