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Quinto Stato

L’Iva e la Rai: una lunga storia

Il blitz del coordinamento dei giornalisti freelance «Errori di Stampa» è riuscito. Colpita in pieno volto dalla notizia sulla clausola maternità inserita nei contratti di consulenza per i collaboratori esterni, la Rai ne aveva negato l’esistenza ma poi, con un intervento del direttore generale Lorenza Lei, ieri ha ammesso di «non avere nessuna difficoltà ad eliminarla».

«Continueremo il nostro percorso – commenta con soddisfazione la giornalista Marta Rossi di «Errori di Stampa» – la scoperta della clausola è stata il frutto di un lavoro collettivo di ricerca iniziato un anno fa. Non è un casus belli contro la Rai, come invece è stato detto ieri da qualcuno. Stiamo costruendo un osservatorio sul precariato giornalistico a Roma e facciamo appello ai colleghi di unirsi a noi. Quando si è soli non è semplice fare inchiesta. D’ora in poi nessuno deve essere lasciato solo».

Nel lungo ed articolato comunicato, l’azienda di Viale Mazzini si è impegnata a formulare diversamente la clausola per «non urtare la suscettibilità». Per il Coordinamento degli Atipici Rai questo non basta perché «esistono lavoratrici sotto contratto, che scadeva mesi dopo il parto, che hanno dovuto accettare una variante alla loro consulenza per anticiparne la scadenza. Così come ce ne sono altre che si sono viste rifiutare il contratto perché nel frattempo sono rimaste incinte».

Nel comunicato della Rai c’è un altra precisazione da considerare. «I lavoratori autonomi [che in Rai sono oltre 1700, ndr] non godono delle tutele previste dallo Statuto dei Lavoratori, evidentemente per la scelta del legislatore». Una spiegazione illuminante rispetto ad un mondo, quello delle «collaborazione esterne» regolate, quasi sempre, con la partita Iva che a Roma – come in tutto il paese – hanno conosciuto un aumento vertiginoso dal 2007 ad oggi (allora erano 63 mila).

Secondo gli «Atipici Rai» questa trasformazione è intervenuta negli anni Novanta. Quello della consulenza è il modo attraverso il quale la Rai governa il suo precariato strutturale da 15 anni. Non diversamente da quanto accade nella pubblica amministrazione, invece di assumere con i concorsi, l’azienda ha usato le collaborazioni e la partita Iva. Funziona così: i contratti durano 3,6 o 9 mesi. Il lavoratore viene licenziato e, quindi, riassunto. Questa trafila può durare anche vent’anni.

Programmisti, registi, operatori lavorano a prestazione in tutte le redazioni. Sono come gli idraulici, anche loro a partita Iva. Con una differenza: lavorano ogni giorno dietro una scrivania, hanno il loro computer, un orario di lavoro, ma senza buoni pasto. Si creano anche dei paradossi: per entrare in azienda queste persone hanno bisogno di un badge giornaliero, quello previsto per gli ospiti. Certe mattine, può capitare di trovare la fila ai tornelli d’ingresso. I capostruttura, i curatori o i capiredattori, con i quali
di solito contrattano personalmente durata e modalità dei contratti, possono avere dimenticato di rinnovargli il badge. E gli «ospiti», che non sono il pubblico delle trasmissioni, ma lavoratori a tutto tondo, devono attendere il via libera della sicurezza.

«Questo dimostra che il problema non è la pletora delle tipologie contrattuali, ma la volontà delle aziende di sfuggire alla regolazione del lavoro perché preferiscono il finto lavoro autonomo – spiegano gli «Atipici Rai» – Anche se la riforma del mercato del lavoro introdurrà il contratto unico, tutti questi lavoratori continueranno a lavorare nello stesso modo. Oggi non c’è più alcun argine alla moltiplicazione di queste collaborazioni. Le aziende non rischiano nulla».