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Parlamento ko, Monti c’è ma non si vede

Europa über alles, Monti concorda l’agenda con Napolitano, Fini e Schifani Il pareggio di bilancio nella Costituzione è tutto da scrivere . Ma il governo «senza partiti» ottiene corsie preferenziali per gli interventi economici

«Vi ravviso, o luoghi ameni, in cui lieti, in cui sereni, sì tranquillo i dì passai della prima gioventù». Alla camera Piero Giarda esordisce da ministro per i rapporti col parlamento citando Bellini (la Sonnambula). Ma subito un grido lo interrompe: «Professore, sulla lirica è forte, questo lo sappiamo. Adesso però vediamo il resto».

Il “benvenuto” – rozzo ma efficace – viene da Giancarlo Giorgetti, leghista d’opposizione ma anche presidente della strategica commissione Bilancio e relatore della riforma costituzionale che importerà le regole di Maastricht nella Carta del ’48.

Nel deserto generale, al di là delle citazioni e delle nostalgie il clima è quello che è («Devo dire preliminarmente che sono un po’ imbarazzato a riprendere i miei interventi alla camera dopo undici anni e sei mesi», ricorda Giarda con precisione certosina).

Il ddl costituzionale uscito dalle commissioni con voto bipartisan sicuramente sarà cambiato dal nuovo governo. Ma nessuno sa ancora né come né quanto. A peggiorare le cose, una riunione informale martedì sera del neoministro con i maggiorenti della Bilancio e della Affari costituzionali di cui pochi deputati erano a conoscenza. Sede amena ma opaca, per il primo scambio di opinioni su una riforma che tutti vorrebbero profonda nella gestione delle finanze pubbliche («Ho reagito perché mi hanno dato delle carte e ho espresso le mie reazioni su queste carte», si difende Giarda).

Anche se tutti i partiti sono favorevoli, nel dibattito parlamentare di ieri (aula quasi deserta) la norma viene sezionata. Si capisce subito che presenta molti punti deboli e oscuri. C’è il timore che la Corte dei conti possa «commissariare» il parlamento portando le leggi alla Consulta. La paura che blindare le spese degli enti locali (che pesano per il 50% del totale ma avviano anche il 70% degli investimenti pubblici) renda il sistema ingestibile concretamente.

C’è chi chiede una commissione indipendente di controllo dei conti sull’esempio del Congressional budget office americano. E c’è anche tanta ideologia, con i «falchi» che vorrebbero un tetto al debito come negli Usa e le «colombe» che sperano a un intervento costituzionale soft, che si limiti a una dichiarazione di principio e affidi la materia all’attuazione concreta.

Il pareggio di bilancio, del resto, Berlusconi e Monti lo hanno già deciso dal 2013 da soli, senza bisogno di modificare ben quattro articoli della Costituzione.

Giarda in aula ammette le difficoltà di un dibattito spinoso e ancora in alto mare: «Non c’è un testo o un’opinione del governo». Martedì se ne saprà di più. Il democratico Marco Causi lo dice chiaro: «L’impegno va rispettato in tempi brevi raggiungendo in via preventiva tramite consultazioni informali il consenso necessario ad approvare fin dalla prossima settimana un testo definitivo».

In confronto la Costituzione modificata dal centrodestra in una baita di Lorenzago era una procedura trasparente. La road map è certa: entro la fine del mese il ddl deve passare sia alla camera che al senato, in modo da poter diventare definitivamente legge già a marzo.

Le camere insomma assistono inerti ai primi passi del governo Monti. Si andrà avanti così: maggioranze variabili sui provvedimenti parlamentari extra economici (il Pd insiste sulla legge di cittadinanza e il taglio dei deputati) e valutazione caso per caso delle varie forze sulle proposte del governo. Una palude nebbiosa, senza partiti, da cui si rischia di non uscire più.

Senza sottosegretari manca chi segua concretamente l’iter delle leggi. E senza un’agenda concordata i vari ministri non si sono ancora presentati alle commissioni per illustrare il programma di propria competenza. L’ordine per tutti è obbedir tacendo. Giarda (come Berlusconi?) dice perfino di non leggere i giornali da 15 giorni.

I partiti non ci sono più ma Monti sì. E lavora. Appena tornato da Bruxelles il primo ministro si chiude a pranzo con Fini e Schifani per concordare una «corsia preferenziale» permanente in entrambe le camere riservata agli interventi economici.

Subito dopo è salito al Quirinale per riferire sulla situazione europea e discutere del delicatissimo vertice di oggi a Strasburgo con Merkel e Sarkozy. Non è escluso che con Napolitano sia affiorata anche la scelta dei sottosegretari. Una quadra difficile, alla quale tutti lavorano sotto traccia e che deve essere composta prima possibile, probabilmente entro lunedì.

dal manifesto del 24 novembre 2011