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Antiviolenza

Parla lo stupratore della tassista: “Aspettavo l’autobus ma poi ho avuto un raptus”

Simone Borghese

Simone Borghese

da bettirossa.com

Alla fine è stato trovato, e lui ha confessato dicendo che è stato un raptus. Si tratta dell’uomo che ha aggredito e stuprato la tassista romana di 43 anni che la scorsa settimana ha caricato sul taxi un cliente che si è fatto portare verso Ponte Galeria e che una volta arrivati in una strada isolata, ha assalito la donna. L’uomo, che si chiama Simone Borghese e ha 30 anni, è stato rintracciato perché un altro tassista che non era stato pagato e che aveva ricevuto il numero di cellulare di Borghese come garanzia, lo ha riconosciuto attraverso l’identikit divulgato, e ha fornito il numero alla polizia. Un italiano, giovane, separato e con una figlia di sette anni, che fa il cameriere a chiamata ed era apparentemente al di sopra di ogni sospetto: un uomo normale. Un uomo che ha confessato tutto e che per difendersi (e sottolineo la parola difendersi), ha dichiarato di avere avuto un raptus, sapendo, in questo modo, di poter sperare nelle attuanti. Secondo quanto riportato dal Corriere, Borghese avrebbe detto che stava aspettando l’autobus e che a un certo punto ha deciso di prendere il taxi e poi è stato assalito da raptus: “Non volevo, non mi è mai successa una cosa del genere. Quella mattina aspettavo l’autobus in via Aurelia. Avevo dormito da un amico lì vicino perché avevo fatto tardi al lavoro. Il bus non arrivava e così ho deciso di prendere il taxi. Al volante c’era lei. Le ho detto di portarmi a Ponte Galeria, ma durante il tragitto sono stato preso da un raptus: vicino a casa le ho fatto cambiare strada per arrivare in un viottolo sterrato, isolato, nei pressi di via Pescina Gagliarda. E lì fuori l’ho violentata”. Come se tutto fosse successo senza un perché, un momento d’impeto appunto.

Ma perché “conviene” parlare di raptus?

Su wikipedia leggiamo che “Il raptus (dal latino raptus, “rapimento”) è un impulso improvviso di forte intensità che porta un soggetto a episodi di parossismo, in genere violenti. Può portare a uno stato ansioso e/o alla momentanea perdita della capacità di intendere e di volere“, ma soprattutto che “Nell’ambito del diritto penale e della psichiatria forense la carenza di controllo degli impulsi può essere considerata condizione di momentanea incapacità di intendere e di volere e quindi come attenuante per la commissione di reati“. Ripetiamo “una momentanea incapacità di intendere e di volere”, che significa: l’ho fatto, e non posso dimostrare il contrario perché mi avete incastrato, però non lo volevo fare, è stato al di là delle mie intenzioni.

Riguardo l’abuso del raptus nei casi di violenza contro le donne fatto da giornali e nelle dichiarazioni delle forze dell’ordine – in quanto si tratta, per la maggioranza, di uomini assolutamente in grado di intendere e di volere – diversi psicologi e psichiatri hanno rilasciato dichiarazioni riguardo l’uso di questo termine nell’ambito della violenza contro le donne. Tra questi Claudio Mencacci, ex presidente della Società italiana di psichiatria (Spi) e direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, che alla 27esima ora aveva dichiarato un po’ di tempo fa: “Sotto il cappello del raptus, o alcune volte della follia, si mette la violenza inaudita, quella imprevista, impulsiva. E non si considera mai che, guarda caso, quella violenza ha come oggetto i più fragili, i deboli, le persone indifese e quindi le più esposte. Lei ha mai sentito dire di qualcuno colto da raptus che ha assalito un uomo grande e grosso?”. E poi aggiunge: “Noi, in psichiatria, tendiamo a escludere l’esistenza del raptus” che “serve molto a chi fa le perizie per giustificare le azioni di grande violenza e attenuare la gravità del fatto e la colpa di chi le commette”.

A completare questo quadro riguardo il raptus è il “Rapporto Ombra” presentato dalla “Piattaforma Cedaw” a New York nel 2011 dalle Ong italiane, in cui si leggeva infatti che i media spesso presentano gli offender “come vittime di raptus e follia omicida”, facendo pensare che si tratti di persone “portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa”, mentre solo una piccolissima parte è a causa di patologie psichiatriche.

Il fatto interessante è però che questa volta i giornali hanno riportato l’ipotesi del raptus come dichiarazione fatta dall’uomo che ha stuprato la tassista, e non come un elemento integrante o come reale movente dell’atto, e questo sia per le dichiarazioni trapelate dalla Procura (non per niente il caso è stato affidato alla Procuratrice Maria Monteleone a capo del pool antiviolenza della procura di Roma che ha magistrati formati sull’argomento), sia per la maggiore oculatezza che si sta creando anche nei media grazie alla massiccia campagna che noi tutte (giornaliste e società civile) abbiamo fatto in questi anni.