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losangelista

Panem et Circenses

Il popolo di Hunger Games obbedisce

Nella sola prima visione di mezzanotte ha guadagnato $20 milioni in 10000 sale.  Come previsto, un botto – che pur senza 3D e con la superdurata di quasi due ore e mezza, fara’ certamente di Hunger Games uno dei campioni di incasso dell’anno – e della Lionsgate una big della produzione. Tutto previsto dicevamo anzi progettato a tavolino per l’adattamento di un testo cult della letteratura giovanile, una trilogia scelta per replicare l’effetto Twilight sul segmento di pubblico piu’ ambito. E per assicurarlo lo studio ha messo in campo una campagna di marketing degna dello sbarco in Normandia: proeizioni strategiche, prime  a ripetizione nelle capitali che contano e battage su social network, secondo il dettame corrente  per cui  non occorre tanto  vendere un prodotto quanto  far si che la gente se lo venda  a vicenda – strategia volentieri assecondata dalla noosfera narcisa del web. Per mettere tutto in moto un bel pseudo-evento con pubblico di fan – le teenager che compongono lo zoccolo duro dell elettrici dei libri –reclutate per accamparsi  per giorni in tenda nell’apposito recinto predisposto antistante il cinema dell’anteprima dallo studio che gestiva anche gli orari di accesso per la stampa. Benvenuti alla moderna campagna promozionale imperniata cioe’ sull’astroturfing, il furor di popolo apocrifo, l’acclamazione simulata a forza di tweet. Dietro al polverone per una volta, un film che  in verita’ non ne avrebbe bisogno. La storia e’ ambientata in un prossimo futuro distopico dove l’America e’ regredita ad uno stato rurale diviso in 12 distretti dominati da una dispotica videocrazia dopo un imprecisata guerra civile (un tredicesimo distretto e’ stato violentemente represso dopo un sollevamento popolare) e che governa da una capitale opulenta dove ogni anno inscena i “giochi” in cui gladiatori adolescenti combattono fino alla morte in diretta TV. Il film rimanda a Rollerball, Soylent Green, Logan’s Run, THX 1138, Farenheit 451, la filmografia  fantascientifica a sfondo sociale degli anni 70. E come quei film e’ particolarmente efficace  nel disegnare il futuro orwelliano nella sua disperante cupezza. Qui Gary Ross, che  aveva esordito con un altra allegoria  fantastica (Pleasantville), rende il mondo immaginato da Suzanne Collins come una futuribile grande depressione una Appalachia popolata da lavoratori lumpen.  L’attrattiva dei libri della Collins e’ la forte identificazione coi protaginisti  che offre ai lettori adolescenti; il film non e’ da meno grazie al magnetismo di Jennifer Lawrence e soprattutto al radicamento della distopia in un  mondo fin troppo familiare – un prodotto interessante in definitiva, anche snza bisogno del suo scintillante involucro  mediatco.