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losangelista

Oz: il Cinema Sopra all’Arcobaleno

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Se esiste nel cinema  una fondamentale dicotomia fra cinema drammaturgico, incentrato su trama e personaggi, e una controparte spettacolare che valorizza principalmente la forza delle immagini di stupire e ammaliare, allora di recente e’  sicuramente quest’ultima corrente ad avere il sopravvento. Hollywood comunque sembra aver defintivamente scelto questa strada anche come risposta alla sempre magiore concorrenza da parte di schermi – piccoli, portatili, ubiqui – che ne insidiano il primato. Largo allora ai tentpole, i film giganti, post-kolossal basati su formule narrative elementari e effetti digitali di grosso calibro, imax, 3D e 48 fotogrammi al secondo mentre allo stesso tempo i film d’autore, che negli anni 70 avevano prodotto un intera generazione di registi americani, si e’ praticamente estinto.  Uno dei capostipiti allora era stato Martin Scorsese e per questo ci era parso cosi’ significativo l’anno scorso il suo tributo al cinema imaginifico, Hugo Cabret ,  un omaggio a Melies, ovvero il padre fondatore del cinema come spettacolo fantastcio  che per molti decenni e’ rimasto una nicchia  e che ora dilaga come genere “maggioritario”,  nel quale si cimentano un numero sempre maggiore di grandi registi. Ultimo in ordine di tempo, Sam Raimi, uno che nasce nel horror “camp” autoprodotto e  arriva al blockbuster fantastico con spiderman ma  che ora sposa il grande cinema “d’artificio” con Il Grande e Potente Oz, la “prequel” ideale e omaggio al Mago di Oz, altra pietra miliare storica del cinema spettacolare. Nel 1939 il film di Fleming sfruttava la “magia” del technicolor allora all’avanguardia; il nuovo film, prodotto dalla Disney,  sfodera tutto l’arsenale digitale oggi disponibile, e zio Walt sarebbe stato fiero. L’Oz di Raimi riparte, come l’originale, da un Kansas da Furore in bianco e nero e rapporto a 4:3 per passare al 3D in sfolgorante colore e tecnica mista animata che omaggia un altro classico dell’incanto immaginifico – Fantasia. La trama narra le vicende che portano il mago-impostore  ad arrivare nella incantata terra di Oz, dove verra’ successivamente scovato dalla bimba Dorothy con le sue scarpette rosse. Prima, in questo film,  il mago (James Franco) deve combattere un trio di streghe.  L’artificio della sua vittoria sara’ un proiettore, un marchingegno meccanico capace di proeiettare l’effige del suo volto su una nuvola  di fumo e mettere cosi’ in fuga le streghe cattive. Cosi’ il film funge cioe’, come gia’ quello di Scorsese,  da apoteosi del potere fantastcio del cinema, cioe’ di  se stesso. Anche logico: dato che i Raimi fa risalire la propria vocazione di filmaker al proiettore super 8  col quale il padre proietto’ un filmino del suo settimo compleanno – il momento in cui, dichiara, decise di diventare un regista. L’Oz di Raimi ha un unico idolo oltre Houdini, e’ Thomas Edison con le sue strepitose invenzioni (o almeno i brevetti americani) per riprodurre le immagini in movimento. “Il mago e’ una rappresentazione di quello che faccio per mestiere: la ‘magia’ e la  finzione delle immagini”, afferma il regista se mai non si fosse capito. E in Oz il Magnifico  l’illusione e’ spesso trascendentale:  la sequenza della mongolfiera  risucchiata dal tornado e l’atterraggio nello strabiliante paese sono una allucinazione di colori lisergici che e’ degno omaggio e plausibile evoluzione visiva dell’originale (anche se Raimi dichiara che la riproduzione digitale pur con il 3D e tutti gli effetti visivi di ultima generazione non e’ ancora in grado di riprodurre la sensazione del technicolor). Un bell’esempio in definitiva di quello che puo’ regalare, al suo meglio, il cinema  che discende da Melies. Ma inevitabilmente rivela anche i limiti che affliggono l’odierno cinema-divertimentifico, quando, come troppo spesso accade, si adagia nella formula della parabola morale di una trama che diventa semplice pretesto per gli effetti visivi.